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sabato 26 marzo 2016

L'AMORE DELLE TRE MELAGRANE- 5- INTERMEZZO

«… toc toc, permesso? Posso rivolgermi direttamente all'autore di queste righe di queste pagine virtuali ma poco virtuose? Immagino di sì, visto che tra una puntata l'altra lei se la prende abbastanza comoda… No, è solo che volevo porle una domanda.. Se permette… la chiamo professore? O preferisce che la chiami barone di Barumini? O più semplicemente con il nome del suo protagonista narrante, Nanni?
Ma superiamo in fretta i preliminari procedurali e veniamo al dunque. Le confesso che la narrazione mi ha sinora abbastanza intrigata e divertita. Con quel suo modo saltellante bizzarro sincopato, di cambiare stile modalità e di inserire il linguaggio parlato/scritto delle chat. E soprattutto per la storia amorosa che lei riesce a raccontare e a far vivere. Presumo sia frutto della sua fantasia. Sarebbe troppo bello che fosse vera. Ma allora le voglio chiedere, professore (prendo a prestito la modalità dall'amato Fabrizio de Andrè: "… di pretesi notai e di falsi professori"), tutto è iniziato con l'incipit della fiaba italiana riportata da Italo Calvino "l'amore delle tre melagrane". E abbiamo iniziato a gustarci la prima melagrana. Con la sua magia, la sua fantasia, la sua improbabilità come storia amorosa ( dovrebbe sapere anche lei, o per esperienza diretta, o per i suoi studi dotti e le sue letture, che le storie cominciano con l'innamoramento, la reciproca fascinazione, poi avviene sempre una fase di decadimento, di riduzione a banalità, routine, a minestre riscaldate… E i protagonisti della vicenda primo poi cominciano a guardarsi intorno disillusi per cercare nuove infatuazioni con le quali drogarsi…)
In questa prima sequenza, abbiamo gustato il ricordo risvegliatosi diventato attuale mediante un ritrovamento nel socialnetwork, e le prime fasi appassionate e appassionanti dell'amore ritrovato rinato rigenerato… E va bene anche così, me lo lasci dire, non ho molta competenza in materia, ma posso dire che ho gustato finora…
Ma mi domando onestamente: ma questo qui, che adesso ci sta propinando i suoi ricordi d'infanzia reali o posticci, dove va a parare mai? Cosa presenterà nella seconda o addirittura nella terza melagrana?
E, mi creda non è una domanda di poco conto… Voglio sperare che lei se la sia posta questa domanda visto che barone o professore che sia vuole con noi qui fare il narratore! Perdoni l'audacia di una sua fan ammiratrice, che si diletta e gusta immensamente anche la serie infinita delle sue storie poetiche amorose, nel suo blog, in questo socialnetwork, e dovunque capiti anche sulla carta stampata.
Mi sono posta cioè la domanda: siamo o non siamo a navigare in un "media" caldo, cioè interattivo, non come era la televisione molti decenni fa, con la radio di un tempo, nella quale il messaggio era unidirezionale. Allora i messaggi partivano sempre da una parte e gli voleva gustare il gioco se lo prendeva senza avere diritto di replica.
La mia vuol proprio essere una replica, una domanda, un interrogativo che pongo anche a lei, per il bene della sua narrazione e per il gusto e il piacere degli altri lettori le elettrici che come me la seguono.
Non voglio rubarle il gusto di narrare poi; ma ci potrebbe dare un'anticipazione così, gratuita, come dono pasquale, come sorpresa nell'uovo per noi lettrici e lettori. Cosa conterranno magicamente la seconda e la terza melagrana quando saranno tagliate e aperte? La ringrazio se vorrà soddisfare la mia curiosità, e le auguro ogni bene, e le sorrido salutandola! Non oso firmarmi, mi conceda l'anonimato; se vuole posso definirmi "una sua lettrice"»
Gentile fanciulla, corrispondo con immenso piacere alla sua richiesta. E ci stavo giusto pensando che prima o poi qualcuno me l'avrebbe posta avanzata presentata.
La prego di non far trapelare molto quanto le sto per dire. Anzi, mi permetto di pregarla di tenere il segreto per sé e di usare secondo la sua natura il più profondo riserbo.
E le rivelo quindi, qui, nel segreto di un laico confessionale letterario, la struttura narrativa che avevo in mente.
Con la prima melagrana mi sono voluto tenere finora e mi terrò il più a lungo possibile su un piano "reale" (mi passi il termine reale dal punto di vista narrativo, onirico, onanistico, fantastico, sappiamo che la realtà in fin dei conti non esiste se non nella nostra mente nei nostri occhi con i quali guardiamo quello che crediamo stia accadendo intorno a noi). La realtà della vicenda vuole essere quella che viene raccontata: un uomo maturo ha conosciuto in un tempo remoto una bellissima adolescente, lei è andata a trovarlo in casa sua, lui da sprovveduto marpione l'ha baciata e lei è scappata spaventata. Ma ha conservato dentro di sé un ricordo fascinoso, accattivante, se l'è cullato dentro, l'ha nutrito come un sogno, fornendogli olio per la lampada che lo facesse sopravvivere.
Poi un bel giorno, da neofita sul socialnetwork, trova tra i nomi delle persone quello del tipo che l'aveva affascinata facendole venire il turbamento , il batticuore e il rossore sulle guance pallide. Gli ha chiesto "amicizia". L'ha ottenuta. Ed è nata una storia amorosa che sembra non debba e non possa avere mai fine.
Ma il tarlo del pensiero suggerisce al narratore altre ipotesi. E se lei non l'avesse mai più cercato sul socialnetwork? Che ricordo avrebbe avuto lei, che ricordo lui, che cosa avrebbero fatto di questo fantasma del passato? Lei avrebbe continuato a cucinare le minestre, fare la spesa, occuparsi di una casa che riteneva stretta inidonea inadeguata…? E lui, ci sarebbe soltanto occupato di attività sociali, volontariato, militanza e impegno a buon mercato? Come avrebbe potuto spacciare la sua teoria della "solitarietà", come sostanzialmente diversa dalla solitudine e dal vivere solo? Quali banali avventurette avrebbe vissuto, in luogo di quella immensa stratosferica galattica incredibile che la prima magica melagrana gli stava regalando?
Perciò, benché con molto dolore, il narratore barone professore e quant'altro, si è tenuto di riserva le altre due melagrane.
La seconda, da aprire sempre nelle situazioni di emergenza estrema, gli avrebbe offerto la prima parte della narrazione… Arrestandosi purtroppo al mancato incontro nella rete virtuale del socialnetwork. E allora, forse, nel momento in cui gli fosse tornato in mente quello sguardo al fosforo che l'aveva ammaliato e l'aveva fatto sentire vivo in un tempo remotissimo, si sarebbe messo a fantasticare. Immaginandosi la sua ragazzina bambina, in una vita quotidiana, da donna pur bellissima di mezza età piccolo borghese, con dentro un desiderio inespresso in evaso soffocato orfano.
L' avrebbe magari inseguita, ipotizzando vari percorsi aperti, incompleti, abbastanza fasulli…
E lei, la ragazza affascinante dallo sguardo luminoso soffuso di sorriso, avrebbe vissuto la sua routine, si sarebbe tenuta e covata dentro la sua delusione? La sua insoddisfazione? La sua amarezza?
E infine, con l'acqua alla gola, la narrazione avrebbe dovuto fare ricorso al coltello, per tagliare la buccia dura e coriacea come cuoio della terza melagrana…
Nella quale non sarebbe emerso nulla. Neanche quel passato della precedente, perdutosi nei meandri del tempo… Del non mai avvenuto… E allora sarebbe stato un continuo mare nel quale rischiare nuotando di annegare, fatto solo di sogni, sogni di sogni, fantasie, fughe liberatorie dalla realtà.
Come quando da ragazzo il protagonista voce narrante, nella malinconica camerata del suo orfanotrofio infantile, quando si addormentava, sia auto consolava e si cullava da solo "raccontandosi delle storie". Scoprendo poi che anche qualche suo compagno di disavventura si trastullava nello stesso modo, e usando magari la stessa espressione: "anch'io mi raccontò le storie da solo…"
Gentile lettrice e ammiratrice, la ringrazio di avermi posto questa domanda. Avrà senz'altro capito e immaginato, che il narrante narratore predilige in assoluto raccontarsi la storia, e come si diceva da bambini, "facevamo finta che…". E lui continua a far finta che. E dà per scontato che quel sogno sia la realtà. Per gustarsela. Per viversela. E ricorrerà alle altre melagrane soltanto nei momenti di amarezza, di sfuggita, con molta cautela, tornando ogni volta al suo sogno reale. D'altra parte, ne convenga dolce e gentile lettrice, come nel titolo dell'opera di Calderon de la Barca, "La vita è sogno".
E nel congedarmi, me lo permetta, le assicuro che continuerò il mio sogno reale e narrativo, e la invito fin da subito a seguirmi. Continui ancora il viaggio. Con un deferente ossequio garbato e molto manierato, le baco la mano. Senza neppure domandarmi se lei è un'adolescente fascinosa come quella della fanciulla dagli occhi azzurri, se è una donna di mezza età piccolo borghese delusa, se è un'anziana che vuole regalarsi degli zuccherini per addolcire l'amarezza degli ultimi anni della vita. E neppure mi domando se lei è donna oppure no. D'altra parte siamo abituati io e lei a trovare nel socialnetwork identità che simulano un nome maschile e sono donne; oppure al contrario, nomi femminili che celano un'identità maschile. Grazie ancora, buona lettura, buona vita, buoni sorrisi, buona resurrezione, buona pasqua…
Il professor dottor barone di Barumini, o più semplicemente il folle sognatore Nanni.
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lunedì 14 marzo 2016

L'AMORE DELLE TRE MELAGRANE 4.

L'AMORE DELLE TRE MELAGRANE 4 PUNTATA
(narrazione di Nanni Omodeo Zorini Qfwfq, anticipazione…) I testi completi compaiono nel mio blog "nanniomodeozorini.blogspot.com
4.
Lei continuava a leggerlo, ascoltarlo, bere le sue parole… Condividendole.
e anche nei momenti che trascorrevano insieme era un continuo navigare avanti e indietro. Indietro in ricordi lontani mescolati in una antologia di aneddoti. Avanti con voli fantasiosi che inventavano un futuro probabile possibile onirico.
Gli incontri avevano poi preso a diventare molto regolari frequenti assidui… All'inizio trascorrevo una settimana o più giorni prima di incontrarsi di nuovo. Poi divennero settimanali e infine 2, 3, 4 volte la settimana.
Le sue visite erano concordate con dei messaggi nella messaggeria del socialnetwork. Che avevano subito entrambe cominciato a riempire di ore e ore quotidianamente, nella fascia di tempo che precede il sonno. Un sogno preparatorio del sogno.
Appena arrivata lo inondava del suo sorriso e del suo sguardo che finì sempre di più per ammaliarlo. Se lo dicevano anche, che il cuore a entrambe batteva in gola, provocando extrasistole repentine improvvise spasmodiche piacevolissime insieme dolorose come pugnalate di tenerezza.
Avevano sempre avuto l'abitudine che lui preparasse diverse candele accese che creavano un'atmosfera magica. E faceva bruciare degli incensi profumati.
L'intimità era assoluta, totale, di anima con anima, mente con mente, emozione con emozione. Come lui aveva fatto nel primo incontro di raccontare a fiume le vicende più intime del suo recente passato esistenziale professionale relazionale ed emotivo sentimentale, così pure lei, senza pudore o remore si era denudata l'anima il passato la vita l'esistenza. E non era per nulla una metafora. Corpi nudi, anime nude, sguardi nudi, parole in libertà… Gesti in libertà… Amplessi in libertà… Compulsivi assalti amorosi liberi, assoluti, sfrenati, pescando continuamente dall'immaginario mentale erotico.
E come per i gusti, il modo di pensare, la direzione generale del mondo, anche sul terreno amoroso si erano trovati sempre di più complementari, e si ripetevano all'infinito che era proprio così la persona che entrambi stavano cercando.
Con l'andare del tempo, anziché attenuarsi l'affiatamento, la passione, l'euforia, l'entusiasmo andavano continuamente crescendo. Avevano immaginato al più una breve intensa avventura amorosa. Ma l'intimità anziché scemare diventava sempre più profonda. Le conferme di quanto intuito nei primi sguardi nei primi approcci verbali, puntuali arrivavano continuamente. Aspettavano da un momento all'altro che qualche piccolo screzio sorgesse, assegnare la fine di quella meravigliosa stagione. Lo temevano. Ma invece avveniva il contrario. Nei primi anni qualche briciola minuta e inconsistente di accenno di disaccordo, veniva subito cancellata con urla e euforiche di gioia e di piacere reciproco.
La banalità ripetitiva della routine, non accennava mai a comparire. Dopo ogni nuovo incontro ciascuno dei due affermava con gli occhi lucidi di piacere e di felicità che era stato molto meglio delle altre volte, completamente diverso, e che l'uno e l'altro, si ritrovavano completamente diverse e trovavano completamente nuovo diverso rigenerato l'altro.
Nessuno dei due, e soprattutto lui completamente ateo, credeva in una provvidenza sovra umana, e solo a parole dicevano che il destino era stato buono magico munifico generoso.
"unusquisque faber fortunae suae”citava lui spesso da Tertulliano o Quintilano...
Lei definiva lui suo maestro, babbo, guru, sacerdote, divinità, terapeuta… E lui vedeva in lei la vestale, sacerdotessa, alunna, figlia adottiva incestuosa, paziente, maga, fata…
Nelle pause tra gli accesi e appassionati assalti prolungati, lei lo guardava adorante con i suoi occhi luminosi. Pregandolo di parlare, di raccontare, pronta a bersi tutto golosamente. Spesso costretta a invitarlo dolcemente a interrompere il fiume di parole di idee, di versi, citazioni. E riprendevano il linguaggio non verbale. Fino a quando l'orologio digitale proiettato sul soffitto della camera, le ricordava dolorosamente che erano passate infinite ore, e che presto sarebbe dovuta scappare.
Lui citava a memoria i versi di Federico Garcia Lorca, Samuel Beckett, intere sequenze narrative che aveva assaporato gustato le fatte proprie dall'adolescenza. Film. Racconti di viaggi.
Era diventata una antologia eterogenea composita e complessa, nella quale c'era di tutto. Ricordi d'infanzia. Dell'adolescenza. Della maturità recente. Con una punta di curiosità mista a una sfumata gelosia, lei gli aveva chiesto di raccontarle delle sue infinite storie e relazioni amorose. Degli innumerevoli matrimoni falliti, chiusi, delle convivenze interrotte, delle vicende anche occasionali, fino a quelle di un solo incontro finito lì è persosi poi nella nebbia. Con modestia assoluta e senza pudore anche lei aveva raccontato la sua parte, quasi vergognandosi al suo confronto.
Anime e corpi completamente nudi, in perfetta sintonia di comunicazione.
Appena entrati in casa lei toglieva gli stivaletti. Lui sedeva sul divano di pelle rossa. Lei gli si inginocchiava sul kilim davanti a lui, tra le sue gambe, lo carezzava di sguardi intensi profondi. Dopo averla carezzata sulle guance, sui capelli, averla baciata sugli zigomi e sulla fronte, partiva la narrazione. Mentre entrambi tiravanoboccate avide di fumo dalla sua pipa.
Fino a quando lei lo pregava di interrompere. Per iniziare altri discorsi nel linguaggio non verbale che avevano messo a punto così bene.
"Ricordo che quando stavo per compiere 10 anni, al ritorno dalle brevissime due giornate in mezzo di vacanza natalizia, pur costretto farmi visitare perché avevo un persistente mal di gola. Risultare portatore sano di difterite. E il 31 dicembre, proprio il giorno dopo il mio compleanno, venne ricoverato nel reparto infettivi dell'ospedale maggiore. La degenza in ospedale non è mai una cosa bella. Ma non avendo malanni effettivi e non soffrendo assolutamente nulla, ricordo che iniziò un periodo che divenne poi lunghissimo, e che paragonato con la detenzione nell'orfanotrofio, mi pareva addirittura una vacanza! Presto venne estesa l'analisi a miei compagni di convitto per cui ne trovai diverse a farmi compagnia. L'episodio che ricordo con più piacere è quello relativo a un grande innamoramento per una bambina bellissima dagli occhi azzurri lo sguardo intenso e i capelli biondi come i tuoi… Non ricordo il suo nome. Quell'amore infantile era fatto soltanto di sguardi, cenni d'intesa, mezzi sorrisi sfumati, fantasie, fantasie, fantasie e sogni infiniti! I reparti erano divisi tra maschi e femmine. Ma c'era un momento magico in cui la potevo vedere: quando la sera in un punto comune fra le due sezioni, vicino a una triste e pallida statua di gesso della Madonna corredata di corona e illuminata da ceri, venivamo riuniti per recitare il rosario! Ma anziché essere un momento messo, triste, lugubre, in quel momento io potevo incrociare ripetutamente gli sguardi con quelle della bambina deliziosa dei miei sogni. Quasi quasi speravo che la noiosa sequela di preghiere ripetute nello snocciolare litanie, potesse durare quella volta un pochino di più, per prolungare il mio stato di paradiso. Tutto qui? Tutto qui, per il momento.
C'era tra il personale che si occupava di noi un'infermiera dall'aspetto brontolone burbero ma con un animo dolcissimo come scopersi in quest'occasione. Un mattino, inaspettatamente, mi venne a cercare, mi accompagnò in disparte dagli altri, e mi disse sottovoce il segreto. La mia fatta dagli occhi turchini era guarita ed era stata dimessa; aveva voluto lasciare una lettera per me, ma lei non me la poteva consegnare per evitare di compromettersi troppo. Non ricordo ora le parole che lei mi cito a memoria o che mi lesse da un fogliettino di carta di quaderno con la scrittura di bambina. Ma senz'altro dicevan,o che mi pensava sempre, che mi voleva bene, e si era innamorata di me! Già allora, cominciava il tu tum tu Tum tu tum del tamburellare cardiaco che a volte arrivava fin sotto l’epiglottide, con colpi secchi pungenti appassionati quasi feroci… Probabilmente nei giorni seguenti continuare a sognarla da sveglio quando mi addormentavo la sera nel lettuccio, insieme a tutti gli altri lettuccio di verniciati di bianco di quell'immensa camerata dove stavano tutti quelli come me portatori sani di difterite. I pochi realmente malati erano tenuti in ulteriore isolamento.
Un altro episodio che ricordo era quello di quando potevamo vedere i nostri congiunti. Con maggiore liberalità che non in collegio, potevo vedere mia madre. Poco prima che fossero trascorsi i numerosi mesi, sei addirittura, di quel mio ricovero abbastanza piacevole, ricordo che venne chiamato al parlatorio. Non era un vero parlatorio, cioè non era una sala di incontri, sempre per via dell'isolamento. Ci si avvicinava ad uno sportellino dietro il quale vedevamo la persona. Era venuta Nonna Emma. Col suo profilo fermo, deciso, determinato, gli occhi grigi disturbati dalla precoce cataratta, che però mi guardavano con dolcezza, mentre mi chiamava "Nene”. Estrasse dalla sua borsetta un involucro di carta oleata. Non c'era ancora il cellophane. Lo appoggiò sulla mensoline a che era alla base della finestrella. Lo aperse. C'era un indumento ingiallito dal tempo. Piccolissima una camiciola del fonte battesimale. E dentro qualcosa che somigliava a un tozzo di pane secco. Mi disse che era il pane che era stato benedetto il mio battesimo. E mi invitò a mangiarlo. Poi con dolce calma e convinzione mi salutò e andò via. Pochi giorni dopo, quando mi fu di nuovo praticato il tampone, risultai perfettamente a posto: non ero più portatore della malattia! Era esattamente il 30 giugno. Erano passati sei mesi.
(Nevicata a Pasqua ai primi di aprile del 53).
A questo punto Artemisia gli chiese : quindi tu allora eri ancora credente? Non eri diventato ateo, agnostico, non credente?
No, devo dire che in quegli anni quando avevo circa 10 anni, e la bambina di cui ero innamorato, ne aveva perso otto, era stranamente super innamorato di Gesù! La perdita della fede religiosa avvenne gradualmente, ma in modo più definitivo a metà dell'adolescenza.
Una delle magre consolazioni che avevamo nella vita in quel lager era quello che la domenica venivamo portati al cinema dell'oratorio salesiano. Ho visto film che ricordo ancora con nostalgia, anche se noi ragazzi notavamo già che veniva operata la censura: quando stava preannunciandosi una situazione in cui due protagonisti uomo donna stavano per baciarsi, la scena era scomparsa e che si trovava alla sequenza successiva. Ma ciononostante era bello andare al cinema! per quanto fosse vietato a noi di tenere denaro, ci veniva amministrato un nostro piccolo conto con i soldi che ci mandavano i nostri congiunti. E da quello che veniva fatto un prelievo che più o meno nell'epoca di cui sto parlando consisteva in L. 10 per i ragazzi più piccoli e 20 per quelli più grandi. Tieni conto che con L. 10 potevamo comprare 10 caramellini, due liquerizie di legno o nere, un piccolo cono di panna montata… E con la fame che avevamo allora era una delizia! Ma il breve percorso dalla struttura austera con le colonne dell'ottocento dove venivano tenuti i reclusi, per arrivare fino all'oratorio salesiano, 10 minuti in tutto, dovevamo percorrere lo in fila ed era assolutamente vietato chiacchierare! l'assistente che ci accompagnava, per eccesso di severità e atteggiamento davvero sadico, una volta o due richiamava tutti quanti invitando a non chiacchierare. Fermando addirittura tutta la fila. E quando lo decideva crudelmente che diceva che quel giorno al cinema non ci saremmo più andati!
Un sadico ex seminarista probabilmente pervertito perché accarezzava spesso con lussuria alcuni ragazzini graziosi, per alcune domeniche di fila ci si tolse il cinema!
E fu allora che io o non essendo tra i più grandi ma ancora adolescente, metti 14,15 al massimo 16 anni, divenni il promotore di un'azione di rivolta!
La domenica mattina ci facevano alzare mezz'ora più tardi del solito, niente di eccezionale, alle 6.30 alle sette invece delle sei, quando era ancora buio d'inverno… E poi ci portavano a messa nel duomo sempre molto vicino al nostro istituto.
C'era un accordo tra chi gestiva il nostro istituto e la curia, con la quale peraltro esisteva una grandissima sintonia, secondo il quale alla messa avrebbero servito due di noi ragazzi a turno. Non ricordo esattamente come e perché, ma di fatto eravamo noi ragazzi da soli a gestirci queste turnazioni.
Fatto sta che bastò da parte mia lanciare l'input nei momenti di ricreazione o nei momenti in cui non era tassativamente vietato chiacchierare tra noi. "facciamo lo sciopero del servir messa"!
Come sempre in contesti analoghi le informazioni informali sono le più efficaci. Tra tutti noi ragazzi ci eravamo già stati inclusi tra quelli che potevano e dovevano servire alla messa, la notizia circolò in un baleno. Con maggior imbarazzo da parte di chi era di turno quella volta. Ma tanto ufficialmente non risultava ai nostri aguzzini. La prima domenica mattina, mentre andavamo con le nostre mantelline nere e il cappello da militare della guerra 15 18 con la visiera rigida, avevamo tutti un forte batticuore. Io personalmente fremevano anche se riuscivo benissimo a dissimulare la mia tensione.
Arrivati all'altare hanno destinato per le nostre messe di orfanelli, qualche nostro assistente/aguzzino doveva già avere intuito qualcosa: contrariamente al solito non aveva notato allontanarsi i due per andare in sacrestia a mettersi i paramenti adeguati e previsti.
Sicché, quando arrivò il prete di turno, si girò verso la nostra platea nera, che attendeva con apparente noncuranza tra i banconi e gli inginocchiatoi, e diede uno sguardo indagatore: sperava si trattasse di una dimenticanza, di una disattenzione da parte di questi ragazzi orfanelli per di più e quindi zucconi. Sistemato il messale, aperto con la chiave apposita il tabernacolo, si girò di nuovo con occhio indagatore curioso… E solo alla fine, si rivolse direttamente a voce verso di noi chiedendo: da allora nessuno viene servir messa questa mattina?
I nostri sguardi calmi pacati apparentemente disattenti vagavano nel vuoto e nessuno di noi raccolse le parole che lo sguardo del prete.
Non ricordo se fu uno degli assistenti e sostituirsi a noi, oppure se fu il prete stesso a tornare in sacrestia a chiamare un sacrestano… Per tutta la durata della messa, che io già allora non seguivo assolutamente pensando ai fatti miei, seguendo i miei sogni le mie fantasie, i miei racconti interiori, si sentiva un'attenzione fredda, la situazione era totalmente diversa dal solito; qualcosa di molto significativo era avvenuto. Non ricordo se fu in quella prima occasione o in qualcuna delle successive che mandarono intenzionalmente uno dei capi della curia locale. Lo chiamavano il "penitenziere"; avevo un abbigliamento quasi vescovile o da monsignore; e ostentava degli anelli grossolani e molto pacchiani. Che solo qualche anno dopo nel suo meraviglioso mistero buffo Dario Fo ridicolizzava nel personaggio di Bonifacio ottavo. Parlava con grande prosopopea, con una pronuncia che forse era di qualche altro posto, o che comunque si era inventato lui, sibilando le”esse”, strascicando le parole, e buttando lì ogni tanto dei silenzi ad effetto.
La situazione l'aveva probabilmente spinto a venire a farci un cazziatone. Accompagnato da un anziano chierichetto pelato prelevato in sagrestia, si girò con aria arrogante e con occhi accesissimi: "ma cosa state facendo…!? Cosa volete ottenere? Sapete cosa siete? Siete solo dei merdoni".
Nessuno di noi reagì neppure con lo sguardo. Restammo immobili, impassibili, forti della nostra forza conquistata con il primo atto collettivo pubblico di ribellione e di protesta.
Molto probabilmente la nostra controparte fu costretto ad abbassare il tono: venne tolto il divieto del cinema, e tornammo alle tu nazioni normali del servire messa. Ma quello fu il primo clamoroso atto di sciopero al quale ho partecipato ancora da ragazzo!
Su un'enciclopedia mi ero letto in quel periodo la storia della rivoluzione d'ottobre. E clandestinamente un mio professore di latino dal quale avevo imparato ad amare Quinto Orazio Flacco, mi aveva chiamato da parte nell'intervallo a scuola, dicendomi che lui era il segretario della sezione del partito comunista tal dei tali… Alla quale un mio compagno di sventura che lavorava in fabbrica, col mio consenso e dietro mia richiesta, mi aveva iscritto alla federazione giovanile comunista. Il professore mi disse: "compagno, io sono il segretario della sezione alla quale tu sei scritto, sappi che in qualsiasi caso ne avessi bisogno ti darò tutto il mio aiuto. Sono molto contento che tu l'abbia fatto!" Da quel giorno, in separata sede, presi adare del tu al "compagno professore" (che era stato commissario politico nelle formazioni garibaldine)
Durante tutto il racconto Artemisia era stata a guardarlo con gli occhi spalancati e le labbra socchiuse. Piena di ammirazione. Poi, l'aveva di fatto costretto con dolcezza sensuale ad interrompere la sua loquela, occupando la sua bocca e la sua lingua in altro modo più piacevole…
Ma quanti anni avevi allora? E non eri neanche il più grande di tutti? Hai avuto paura o hai avuto coraggio? Sei stato fortissimo nel raccontare ora e nel vivere allora quelle vicende ti ammiro e stimo e ti amo sempre di più.
Molto più tardi o un altro giorno addirittura, forse stuzzicato da lei, aveva raccontato delle provocazioni che metteva in atto nei confronti degli aguzzini carcerieri.
Con due o tre amici intimi avevano deciso di simulare una sommossa. E il modo seguito e condotto era stato davvero brillantissimo. Definiti i particolari da fare intenzionalmente trapelare, in un gruppetto si erano gradualmente ravvicinati, mostrando di non accorgersene e muovendosi di spalle, all'assistente che se ne stava fumare la sua ennesima sigaretta puzzolente. E parlottavano tra di loro. Le informazioni che intenzionalmente davano erano frammentarie… "… D'accordo, allora alle ore....… Scatterà l'ora X…" E altre stupidaggini del genere. Ma sempre intenzionalmente a piccoli spezzoni fornendo dei minuscoli particolari ogni volta incompleti per destare e aumentare la curiosità.
Naturalmente non dicevano mai in quale giorno dove e per fare che cosa… Talvolta anche l'ora non veniva menzionata…
Trascorse un periodo di alcune settimane abbastanza simile a quello dello sciopero del servir messa. L'assistente becero, che in quel caso non era neanche il più cattivo o il più sadico , ma era fermamente convinto di non essere scemo, e addirittura faceva finta di non esserlo, aveva subito assunto un atteggiamento di facciata impassibile, ma era facile notare dai ragazzi che aveva abboccato. Drizzava le orecchie come un cane da caccia. E spesso in quel periodo avvennero diverse riunioni edei conciliaboli tra assistenti e direzione. La gioia era immensa nei ragazzi. Avevano vinto la propria paura di ribellarsi, avevano gettato un'esca alla quale chi li aveva sinora sempre maltrattati vilipesi aveva abboccato; e ora il gioco lo conducevano loro.
Lui parlava sempre tanto, raccontava, teneva banco, lei lo guardava adorante. E quando le sue parole avevano raggiunto un limite, sapeva come distoglierlo e per molte ore occuparsi di altre forme di comunicazione più piacevoli gratificante intense.
Collegato con gli episodi appena raccontati, c’era stato quell'altro del "verso de la crava", il verso della capra.
Lui l'aveva addirittura molto tempo prima pubblicato sul socialnetwork. Sottoforma di una corrispondenza via etere con una fantomatica zia Eusebia…
"”EL VERSO DE LA CRAVA....
"«Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al ….» (Dante, inferno, XXXIII)
Ma cerchiamo di prenderla bassa, dai, zia Eusebia… Proverò ad accontentarti nella tua richiesta, anche se credo di averti già raccontato,( in persona e in tutte le donne che ho amato), queste vicende meste…
(Ma non eravamo intesi di giocare a inventare queste pagine per mettere alla berlina, ironizzare, fare sarcasmo?)
Vuol dire che comincerò, comunque, da un episodio abbastanza buffo…rispetto agli altri... Perché tutte le volte che mi sono messo a rievocare quelle vicende vissute negli 11 anni di quell'orfanotrofio democristiano, le mie ascoltatrici diventavano sempre più tristi, e decidevano di regalarmi ancora di più amore intenso, compensativo…
Il tempo che non trascorrevamo a scuola vedeva un avvicendarsi di ore di "ricreazione" ad altre ore seduti in silenzio nel locale definito "studio".
Mentre svolgevamo, noi studenti, le nostre incombenze di studio, molto naturalmente ci rompevamo profondamente le… E avevamo una gran voglia di trasgressione…
Uno dei nostri "assistenti" (nota il termine: non si trattava affatto di di educatori ne di insegnanti, ma di gentuccia, talvolta addirittura gentaglia, che svolgevano solo il compito di assisterci, dei "guardiani"…) uno dei nostri assistenti, dicevo, dietro il tono di voce e i modi burberi era forse il più umano di tutti. (In seguito una benemerita benefattrice provvide a farci venire con tali funzioni le perle tra gli scarcerati che lei riteneva redenti. un po' per riabilitarli, pensava lei!)
Costui veniva da qualche parte del Veneto, Verona? Vicenza? Per cui aveva un tono di voce e una parlata ibrida, con influenze della sua terra d'origine. imbastardito da con la parlata dialettale della mia città.
Mentre stavamo nello studio, succedeva di frequente che qualcuno di noi, dopo una semplice, fugace, clandestina occhiata d'intesa, desse il la alla pantomima.
Con lo sguardo molto attento ai libri o ai quaderni che aveva sottomano, o addirittura mostrando di consultare il dizionario con aria pensierosa, a bocca chiusa emetteva un grugnito sonoro…
Il signor…… (Infatti dovevamo chiamarli sempre "Signor qui, signor là") sollevava gli occhi da cane buono ma stupido dal giornale nel quale ricercava notizie di cronaca sportiva… Era come vedere riemergere dalla profondità marina un periscopio di osservazione… Lanciava una panoramica del suo sguardo grigiastro come uno sputo, restava sospeso diversi secondi, poi si ributtava nella delizia delle cretinaggini che andava leggendo.
Il congiurato di turno badava bene a lasciar passare qualche decina di minuti. Poi, appena era certo o convinto che il cane da guardia si fosse distratto… faceva partire di nuovo un altro grugnito…
Questa volta lo scatto e lo sguardo era molto impermalito, tendendo quasi all'incazzato…
Zia cara non te la sto a far lunga. Ad un certo punto diventava un vero mastino e a quel punto usciva la sua parlata ibrida e becera:
“ a gh’è un quaivun ch’el fa el verso de la crava…. Tension…! Perché ghe lo dòmi ’l verso de la crava….!” (= C'è qualcuno che fa il verso della capra, attenzione! Perché glielo do io il verso della capra!).
E il gioco, a questo punto, si faceva sempre più pesante… Fino a quando l'appassionato custode/lettore del foglio democristiano l’”ITALIA”, mollava il suo godimento letterario, e si fiondava giù dal soppalco dove era collocata la cattedra di controllo… Piombava addosso a qualche malcapitato, che naturalmente non era mai l'autore della beffa, ma era solo quello più ingenuo che non era stato capace di dissimulare la propria estraneità… E lo riempiva di botte sul capo e sulla schiena…
Faceva parte del gioco anche che la vittima non tradisse in alcun modo l'autore o gli autori (talvolta l'orchestrazione prevedeva che il grugnito partisse, a turno, da punti diversi della platea dello studio, per confondere il guardiano/assistene di turno). Riceveva la sua dose pesante di botte violente che quelle mani legnose gli facevano piovere addosso. Vittima muta s', solidale, partecipe della beffa, anche lui.
Non vorrei aver fatto diventare triste anche te, adorata zia Eusebia; sento che stai tirando su col naso. Hai fatto l'atto come di sfregarti un occhio per cancellare quell'imperlatura di lacrima… Tranquilla! Se queste erano ferite, si sono ormai completamente cicatrizzate… Se davvero ci tieni, come mi hai insistentemente richiesto, te ne regalerò un'intera antologia! E magari altre saranno molto più amare e dolorose anche per te, che le leggi e le ascolti.
Mi fermo qui per non tediarti troppo.
[Non me ne vogliano i gentili lettori di questa pagina che io mando alla cara zia, che prego voler considerare un po' zia di tutti, per questi rigurgiti del passato, ben rielaborati, ma che comunque meritano di venire a galla… Quanto meno per far capire e sapere quanto negli anni 50 e 60 in una cittadina della terra padana poteva avvenire, a cavallo del nascente boom economico…]

martedì 1 marzo 2016

NUMERI DAL PASSATO

vengon fuori
avanzano da soli in fila 
allineati nomi
numeri senza prefisso 
da catacombe del passato
si annunciano fiochi
taluni quasi sconosciuti ormai
riemergono con spruzzi bagnati
di lontananza
di oblio
vergati
inchiostri sbiaditi
furono persone
solo il tuo reca 
profumi flautati
sguardi al fosforo
vivissimi
e labbra
che sanno ancora
di cioccolato
e limone
le bacio di nuovo
col tuffo al cuore
di un tempo
di ora
di sempre

ritrovo
intatta
fragranza
resurrezione
rinascita
primavera 

A CAVALCIONI DELL'OMBRA

E l'ombra della sera rimasta
a cavalcioni della propria infanzia
ancora a saltare su un ricordo remoto

Dove le bambole avevano il morbillo
e sussultavano senza rossore di gote

Fresca erba pungente
Ai piedi nudi
girando la corda
La gonna a fiori una farfalla

Burro e marmellata di lamponi
gli occhi si tenevano tutto di dentro
al piacere di compiacere tutto

battono le ore all'orologio
perché tutto va tenuto in ordine
mentre dentro gorgoglia
l'ombra lontana vagheggiata
da cavalcare ancora ora
malinconica nostalgia
eden compiaciuto proibito
del risveglio dei sensi

il lupo con la sua dolce ferocia
conduce piano per mano
La bambina che le è rimasta dentro
nel bosco fresco e odoroso
e sorridono insieme complici
dove la fonte zampilla sempre
intensa più che mai

l'imbrunire si veste di aurora
per batticuore frenati e sommessi
al solstizio d'estate
di sguardi protesi sempre più avanti
devoti e contenti
liturgia sottomessa e urlante
di orgasmi che vengono da lontano

che nulla può più trattenere

INANE VANO FRUGARE

 Inane vano frugare
in cassapanche desuete
echi flebili di parole
vergate di suoni muti

cartocci di mappe di mais
fumano lente da piatte risaie
a zanzare ubriache
soffocate di caldo

odore di lontananza
a soliloqui dilatati
orfani di responsi sacrali
annegati nel proprio tempo

vaticini improbabili
si recitano addosso
da soli da antenati
troppo occupati nella propria assenza


MADAME SQUELETTE

Madame squelette
fa ballare le sue ossa
e regala allo xilofono
scurrile compiacenza
con sorriso concessivo
per una volta generosa
ai raggi luminosi in mansarda
il limone pulsa di vita
innocenti minuscoli
inaspettati frutti
neonati incinti d'amore
dal seme stillato nella carne della terra
"cerèa" madame squelette
così buona come non sei mai stata
rapita e ammaliata dal canto implorante
urlato al sole partenopeo della vita
la fonte di luce dilaga con mille dita e mani
Akenaton assoluto di resurrezione goduta

FESTA D'APRILE MONDIALE

e anche dalla tua terra
guerrigliero presidente
Pepe Mujica pacifico
Cincinnato tornato alla tua campagna
vengono messaggi sapienti
da compagni poeti di strada
e pure dalle terre bruciate dal sole
che forniscono nuovi schiavi
 scampati ai cimiteri mediterranei
qui per l'opulenza residua
al mio malato continente vecchio decrepito
in un mondo troppo piccolo
per esser con ripieno di morti e di stragi
da far impallidire quasi
passati orripilanti genocidi e conflitti
per questo mondo paese
continua a rabbrividire
mentre un leggero vento di speranza
percorre di lievi fremiti
la nostra festa d'aprile
ostinati e antichi come te
compañero presidente
ad imbracciare le armi
del pensiero e del cuore
intonavamo canzoni pulite
d'amore e di libertà
cercando ispirazione
per i nostri umili peana
mentre la peste integralista
decapitava feroce
distruggendo oggi Ninive
come ieri metteva le mutande
ai  nudi della Sistina
e ci stringiamo a coorte
per sopravvivere e cancellare la morte











CIAO, BELLA, CIAO

COMPAGNA SORELLA RESISTENZA
nati nello stesso tempo
amore rosso di sangue
di lotta di speranza di canti partigiani
mangiammo insieme lo stesso pane
che nutristi la mia fame di bambino orfanello
bistrattata ingannata vilipesa
che mi facesti battere il cuore ribelle
nelle camerate cupe
segnandomi sempre la strada per il riscatto
compagna della mia vita
amore dei miei anni fragili e spossati
sempre tenuta per mano
a cercare la strada della libertà
faro luminoso cui recare nuovo fuoco
mesto ti guardo ora
che sempre ci ardi nell'anima
rossa del sangue che ti ha nutrito
non celebro nulla io ora
ma canto accorato la tua eterna canzone
e ti amo di vivo amore
eterna innamorata dei nostri cuori ribelli
donna appassionata e seducente
troppo tradita finora
ricevi ti prego
un canto d'amore infinito
compagna sorella amante
bella
sì bella ciao
voglio sempre fare
l'amore con te