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mercoledì 9 maggio 2012

STRANIAMENTI


STRANIAMENTI

Connotazioni datate su oggetti quotidiani
come marchi di fabbrica desueti,fossilizzati
e dismessi;come lettere d'ottone aggettanti
da lastre di marmi smunte,da ricordi incerti e tremanti,
numeri telefonici senza prefissi,
tracce mnestiche di odori scomparsi
(dalle drogherie inghiottite nel gorgo del fluire inesorabile...)

Parole antiche come il grido dell'ombrellaio,
nella strada odorosa d'estate,
la nenia del mulìta o del venditore del ghiaccio



Nella foto dilavata da piogge autunnali
Novara d'aprile galleggia estranea a se stessa
guardata da altri occhi,connotata dall'assenza
e si lascia traversare indifferente come da un ricordo futuro



Il tempo si lascia finalmente guardare da fuori
nei giorni lenti della partenza,prefigurando
i sogni smorti dei ricordi,da quella dimensione nuova
congelata per sempre,nella fissità irrevocabile
dei giorni perduti 

11.05.08

NAUFRAGARE

NAUFRAGARE

Sulla zattera sgangherata
navigava a vista in sur-place verso
un presente disteso e dilatato
come l'eternità della condizione
estrema della morte.
Il tempo  congelato
come in una fotografia in bianco e nero.
Gli orologi del silenzio ticchettavano
la loro anoressia. Nel suo fiato umido e caldo
dilagava un urlo muto e impotente.
"Sto imparando a memoria l'agonia" disse
"una salma immensa occupa tutto lo spazio possibile."
Eppure ora, qui, a bordo della zattera
il suo sguardo sghembo e sguercio
guarda così il mondo. "Sempre ammesso
che il mondo esista e che non sia
una pura ipotesi mentale, una pura congettura gratuita."
Ogni tanto riusciva ancora a vedere qualcosa
per uscire dalle nebbie di quel  Lete macabro e buio
.
"Di tempo ne ho fin troppo! Sto vivendo
 in anticipo la mia eternità letargica nel regno delle ombre."

E intanto sul bordo malato della sera
distendevano immensi sudari di tenebra.
Il silenzio stava diventando penombra.
La zattera rollava in sur-place schiaffeggiando
l'onda fiacca e molliccia su cui rigurgitava
con andatura ubriaca
                         Cimici verdi delle piante
con il loro volo impacciato, rumoroso
e la loro forma acuminata e primitiva
colonizzavano le rive grigie 
Altro segno allucinante nella palude esistenziale....

La zattera sciaguattante masturbava
l'onda schiaffeggiando i rigurgiti
ripensandosi da sola
                                   mentre i filacci
di canapa si smollavano marci


Ottobre 2010

Fioccavano falde molli

Fioccavano falde molli e bagnate
variamente alternate a pioggia nevosa
in quel fine novembre
                                   di qualche
triliardo di anni fa
                        o giù di li
inutili farfalle bagnate di pioggia

Forse perché avremmo voluto
come più volte dicevamo cullando la speranza
doppiare la boa segnata dall'ultimo compleanno
nel calendario del Maestro e lui
aveva deciso di spegnere lo schermo
per riaccendere la luce diafana
dei neon sulla sala attonita
terminando ogni racconto

Parpaiole lagrimose
di neve gelata come quell'altra
farfalla vieppiù sognata
nel profumo di miele e di saponetta
sul bordo disperato dell'attesa
sul saliscendi delle emozioni nuove
falde definitive ed acquose
che si scioglievano
sul nero manto dell'autostrada

Assorto il dormiveglia del presogno
cantilenava in falsetto con un do alto
di testa
            miserere degli ultimi bocconi golosi
Ahi dolce sapore di mandorla e di aragosta
Ahi intenso sorriso del futuro
Ahi amarena intensa della tua bocca proibita
Ahi malinconia della mia sera gelata
Ahi profumo di morte e di lavanda

Naftalina e canfora tingevano di viola
il nero sporco che stava scaracchiando
flaccidi sputi freddi dalla sua bocca immensa
piena di vecchiaia e di morte
di rabbia feroce e desolazione
di disappunto incazzato e assoluto

Fioccavano parpaiole lagrimose 
di nevischio  gelato  e fradicio
inutili sogni di inutili farfalle
nel fine novembre
                           di ieri
che provava a celebrare così
la tristezza disperata dell'origine
e insieme della fine del mondo.

01 dicembre 2010
(con il  pensiero presente della partenza di Mario Monicelli)
(©)Nanni Omodeo Zorini

C’è qui, nella stanza, una tristezza accovacciata

C’è qui, nella stanza, una tristezza accovacciata,
che si guarda intorno languida e attònita. Stupisce
delle tracce scure  dei vuoti dei quadri alle pareti,
delle suppellettili rimosse, del clima di trasloco
imminente, dell’aria precaria che tutto assume, ora..
L’androne è stipato di oggetti in mostra per i rigattieri;
abbiamo stipato i miei ricordi, impacchettandoli nella carta
di giornale, adagiandoli in scatoloni da richiudere
col nastro adesivo color avana. Perché la partenza
è imminente; una calma vuota si distende piena
di attese; il filo di lana si dipana lento verso destini nuovi.
Duecento anni fa, ricordi? lambimmo questo cortile
con sguardi che ancora ci seguono, nei sogni ricorrenti.
Dal ballatoio guardiamo ancora in giù, su quel mare
verde delle foglie del clinto e della vite americana,
sospesi nel vuoto, ogni volta, ancora, come allora,
per sempre il bambino che siamo stati.
Scendevamo per la scaletta di ferro sul terrazzo
tra i rami del fico, turbati dalle sue foglie odorose.
Sulla terrazza grande giocavamo col fango e
zia Luisa ci lasciava fare la cacca nella vasca ovale,
per concimare la terra. In casa ci regalava l’aranciata
fatta con piccoli ovoidi di gomma forati, nell’acqua.
Salimmo le scale di cemento e la casa era immensa
e splendente, con la specchiera d’oro zecchino
e fummo principi eredi al trono di Spagna.
Dalle scale scese, nel pigiama a strisce, portato a braccia,
il babbo, col sorriso triste di chi ha letto il proprio destino.
Se non ci rivedremo ci vedremo in paradiso, diceva, e non
voleva dir niente, allora, per il bambino stupito che
non capiva che gioco si  stava giocando.
Come il gioco delle romanze melense di Tosti
cantate dalla mamma al piano, sotto l’immensa
specchiera dorata, con parole ovattate e garrule
bevendo il te; il bambino s’addormentava
sullo scomodo divano, nel salottino dalla tappezzeria
damascata. Secondo impero, non le posso dare di più,
dicono i mercanti che stanno per comprare il passato
a prezzo di svendita; è difficile piazzarli questi oggetti.
Le marine e il quadro di fiori finiranno in case estranee,
insieme alla principessa di Spagna; noi fuggiremo
in una mansarda luminosa, portando nella memoria
tutte le fotografie del passato; impacchettate
col nastro avana. Vedremo dall’alto il cielo basso di Novara
con la sua cupola che cerca di stagliarsi in alto,
alzandosi sulle punte dei piedi. Nel duemilacentodiciassette
sposeremo la donna luminosa che ci ha regalato l’allegria
e per i prossimi mille anni ci racconteremo le stesse
vecchie storie, abbellite, ogni volta, di nuove sfumature.
Ma ora, nella stanza, una tristezza accorata, languisce
lamentando le assenze .....


Commiato


Commiato

lungomari sonori di allegrie
imprestate,di attese deluse
domani,di incontri mancati,
di sguardi arrampicati
nel vuoto di presenze ridondanti,
che cercano immagini
evanescenti e sfumate
di sorrisi mesti e rassegnati
dopo,nei letti sudati,nei sogni
smorzati,sottotono,senza gusto

di fuochi d'artificio in fotocopia
e  mercatini  seriali

nomi di figli abbreviati
tutti alla stessa maniera
per storie speculari
di famiglie fotocopia

tutto questo sempre
l'avevamo già visto col gusto
amaro di delusione in sur-place
aspettando i domani che han tardato
troppo a venire

le barche lasciano
con luminarie provvisore
i lungomari ripetitivi

me ne sto anch'io
andando
con l'amaro
alla bocca
d'un altro carnevale
ferragostanto
da cliché

agosto 2008

E l'auto va...


E l’auto va
lasciati i viali alberati
e i ciottoli lisci di fiume delle strade del centro
e le nostre abitudini quotidiane, consolanti

E i cieli tersi si alzano maestosi come grandi velari
circondati laggiù dalla corona di atolli di cime ghiacciate;
ogni volta di nuovo stupiamo mentre il cuore diventa leggero
e l’aria si riempie di parole non dette, neppure pensate,sospese

E dicono che l’aria è tornata tiepida, che si risvegliano i  ghiri,
che allagano ancora il patchwork  sghembo delle risaie
che le gemme dei ciliegi stanno buttando foglioline fresche
e anche l’uva spina; solo l’amarena è più lenta e cauta

Nuovi vasti celesti ghiacciati  si gonfiano in alto
come mongolfiere immense dilatate dal vento
spinnaccheri crepitanti di organze azzurrose
e dicono che è bello, così…
                                               Ci mancano soltanto
risate fresche come l’acqua di fontana; singulti
e battiti d’ali.  Gli sguardi stupiti e perplessi
rimandano appena il cenno d’un sorriso.

E l’auto va
lambita da uno zefiro tremante come un ricordo
e tutto svetta via all’indietro sfocato
mentre va, e scorre rapido tutto nel tempo


06 aprile 2010

poesia

Quanti sassi butterai nel mare,Maria,
con gli occhi bambini  che cercano
il tuo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata Maria,
quanti sassi buttati nel mare.

Il mare é pieno d'acqua e di pesci,
le reti sono gialle, i bambini
giocano con gli spruzzi e la sabbia.

Inarchi il nudo magro e lungo Maria,
 raccogli i capelli, ti tendi tutta
cercandoti un corpo di donna
troppo acerbo, ancora, troppo acerbo,
e ti brucia negli occhi questo sogno
che giochi, nervosa, questo gioco
che sogni, nervosa, Maria.

Manolis,,  pescatore di pesci, sorride pigro,
tra i denti bianchi, principe del mare,
tendendo svogliato le reti, lasciandosi  baciare
dai tuoi occhi, cercandoli, pigro,
pescatore di pesci del mare.

Dove andranno di notte le stelle,Maria,
dove vanno le barche, nel buco immenso
del buio? Dove  vanno i tuoi sassi, Maria?
Dove  sono di notte i gabbiani corti, dalle ali
immense?  Dove  vanno i tuoi sassi,
che butti, con occhi che cercano altrove, Maria?

Sulla porta di casa  ride nei denti bianchi,
pescatore di stelle del cielo,
Manolis, principe pigro,
mentre passa e ripassa ,Maria,
lanciando ami pungenti di sguardi,
bruciando sogni ragazzi; bruciando
il suo corpo bambino, passa e ripassa Maria.

Tenera , dolce Maria, bambina
che vuole essere grande;
che fatica essere donna, che fatica
in un sogno di sole e d'acqua,
che fatica gridare nell'aria con tutto il corpo,
corpo acerbo di bambina, la pazza
euforia di farfalle e fiori d'ibisco
che ti riempie tutta, regalandoti, infine,
quel corpo che già ti sentivi.

Quanti sassi ha buttato nel mare , Maria,
con gli occhi di bambina che cercano
il suo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata,Maria,
quanti sassi buttati nel mare!

20.7.80 Leros-Panteli

poesia


LIQUIDA


Si scioglie
lo sciabordìo d'acqua
ma coglie questo sopore
alla soglia del sonno

pare non voglia
lasciarti andare
e continua a cullare

fresca ti fascia
fino a
lambirti la coscia
mentre liscia cola
l'acqua che inonda
e dilava
leccando le membra
e lascia
un ondeggiare che cresce
sembra

l'onda e liquida inonda
liscia
         lo stare sospeso
se fascia

riesce a scioglier
la soglia vicina
alla veglia

e ti lasci librare
nel volo liquido
di pesce

17.08.06 Ibiza

FINESTRE


FINESTRE
Si spalancavano così,all’improvviso,
su altre dimensioni del tempo
dolci, languide se vuoi, malinconiche
o piene di immensa nostalgia. Del passato
e anche del presente. Del futuro,forse?
Piene di speranza anche, e di paura.
L’aria tersa giocava repentine zoomate
gratuite, immeritate forse. Avanti e indietro,
come in una giostra delle fiere d’un tempo.
Canzoni leggiadre cantavano in falsetto
sulla cornice di legno antico; sugli svolazzi
di farfalle e di uccelli squittenti, sulle ragnatele
di poliammide.
Ed era, ogni volta, un tuffo al cuore,
un’extrasistole che inciampava sui propri passi,
un navigare sospesi.
E altre, ancora, all’infinito s’aprivano
dentro quelle, con giochi ed effetti allucinati. Mondi
nuovi ogni volta, ancora, da non riuscire a raccontarlo.
Sogni nei sogni, in magiche scatole cinesi, nel gioco
di specchi all’infinito; e anche oltre. Ed erano gratis.
Offerta promozionale al millesimo clandestino
della speranza, regalo assoluto.
Trasudavano profumi
di ginepro e di salmastro. Di pino mugo e di corteccia.
E stentavi davvero a credere che quello fosse un sogno
un po’ più vero e reale, di quello nel quale era appena
affogato quell’altro… Sì, all’infinito, nel caleidoscopio
tremante.
La brezza soffiava piano nel suo flauto,
per non svegliare l’attesa. Per non rovinare l’incanto.
                luglio 2011 Nanni Omodeo Zorini





martedì 1 maggio 2012

Panta rei, os potamos

  "Panta rei, os potamos"

Disse, guardando da fuori

Il se stesso che
                                   Si andava
Lasciando vivere:
                                   Galleggiando
Scorreva- nella sera malata

            Aveva poi trovato
Negli angoli remoti di ieri
La propria immagine stagliata
Che aveva dimenticato

            Il morbido della tua pelle
            Rivoltato come un guanto
            Mostrava l’anima nuda
Con lingue di fuoco
Leccò via le ferite
E ti riscopristi viva
E nuda tra le sue mani

            Il Maestro, allora,
Ti prese per mano
            Traversando il tramonto

Tu, tremavi, contenta

domenica 29 aprile 2012

profumi lontani

Odore di eucaliptus
ai giardini di Naxos
                              vendemmiati
di pioggia distesa
Il tuo sorriso si apre
                       come una mandorla
mentre il giorno
                         piano




scivola giù
un po' più in basso
dove comincia la sera
Averti incontrata qui
in questa terra di Sicilia che al dicembre
matura
gli aranci
aggrappati a
questa terra nera
Le parole che tentano
un dialogo provvisorio rimbalzano
tra noi
           come
frutti succosi
giocati a palla in un mosaico romano
Sfioro la tua presenza strana e straniera
straniero
                nell'idioma
gallico che balbetto
                               impacciato
Odore del     profumo
                                    grazioso
della tua spigliata eleganza

Giardini di Naxos (in un tempo remoto, di qualche trilione di anni)
Taormina ,dicembre '82

giovedì 26 aprile 2012

C'erano albe spaventate...

C’erano albe spaventate e tremori di improvvise

repentine separazioni, ricordi ?
                                                       Poi venne una pace calma
in cui ci tuffavamo cercando refrigerio alla calura eccessiva.

Son passati ormai mille anni, non credi, o più.
La brezza ci porta sorrisi più nuovi; la terra s’è fatta
più mite e sorride la sera.
                                           La città s’è calmata
dei suoi furori e morbida si mette il pigiama estivo;
allora mi addormento ,
così, come una cosa normale.


martedì 1 novembre 2011

Wormhole


Omodeo Zorini Nanni  Wormhole
ISBN: 9788848812054  Pagine: 382     /7/S/1/
€ 13,00- acquistabile: http://www.lampidistampa.it/index.php?p=catalogo&id=1562    e c/o librerie Novara: Lazzarelli; Mondadori (p.zza Erbe); Corsico (Ipercoop)
Wormhole- Eugenio per organizzare una cena e rincontrare ex-compagni di liceo compie un viaggio a ritroso attraverso i reperti del proprio vissuto: frammenti di diario, lettere, vecchi abbozzi di narrazione incompiute, testi poetici,… che vengono inseriti nel mosaico della narrazione.
Con frequenti flash-back all’indietro, in varie epoche e luoghi. (la“macchina del tempo” letteraria prende in prestito la teoria del ponte di Rosen-Einstein del ‘wormhole’). Cena e macchina del tempo costituiscono la cornicecontenitore di segmenti narrativi e “reperti”. L’apertura della “quarta parete” (v. film “La rosa purpurea del Cairo” - W. Allen, ripresa da “Suburbio e fuga” di R. Queneau) crea una violenta osmosi tra i piani di realtà e la narrazione.
L’impasto narrativo è composito e variegato per linguaggio, situazioni e per stili, che variano nei vari contesti: dalla narrazione piana al linguaggio ricercato e sperimentale, infarcito di dialettalismi, onomatopee e neologismi.
Nell’“introduzione” i personaggi si presentano, al pubblico-lettore coralmente e poi ciascuno per proprio conto. La teoria/visione del narrare è rielaborata da varie più autorevoli: Pirandello, Pennac, Queneau, Calderon de la Barca,… Ultima trovata (presente ad esempio in O. Pamuk e in moltissima produzione pittorica) è quella di introdurre l’autore nel racconto.
Per rendere più agevole il percorso tra materiali narrativi eterogenei viene proposto in appendice, un “navigatore”, a mo’ di mappa di google heart, una “linea del tempo” cronologica e una guida alla lettura... Un altro gioco letterario