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martedì 19 giugno 2012

(emozioni cristallizzate nel tempo, continuano ad ardere,vero?)

(JAN RACHOTA)
Tante foreste
Tante foreste strappate alla terra massacrate
finite
rotativizzate
tante foreste sacrificate per
fornire la carta
ai miliardi di giornali che ogni
anno attirano l'attenzione dei lettori sui rischi del disboscamento."
Jacques Prévert

           "Spezzarti, per portarti via,
                                                sarebbe troppo doloroso,
                                                o fior di ciliegio:
                                                piuttosto sotto i tuoi petali rosa starò ad ammirarti
                                                fino al tuo appassire."
                                                                                       Bashò Matsuo






 Grigio stava
lì appoggiato sul clivo
assorto in un'ultima
pungente riflessione sulla vasta garza di brina
I corvi lanciavano rauchi
richiami gelati
                   subito annegati
nell'aria viola

Disteso tutto nell'involucro rugoso immobile provò
un inventario per le sue fibre dure.    
                                             Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                          oltre il dosso


Neanche una formica di nero
metallo a solleticare la scorza tra rughe e piccole cicatrici
La corteccia screpolava nuda
Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                              oltre la collina


Il fall—out regalava pulviscolo radioattivo sui rami rattrappiti impigliati in sfilacci di cellophan. Inutile guardare intorno o
voltare lo sguardo di dentro
ai ricordi bagnati dell'infanzia
Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                               oltre il fiume


Aggrappato al tepore
dell’ultimo sogno
consolava l’anima vegetale
di morbide sensazioni profumate

-Ah! la carezza della pioggia ah! le cetonie ronzanti
ah! le rapide piume felpate- Piccole lancette di ghiaccio scandivano pungenti
un tempo vuoto
Lenta
                                                                               la luce fredda estendeva il silenzio
                                           oltre la vallata

E piano giunge il vento non una lama ghiacciata soffiato da gote gentili non ancora una carezza lambisce calmo
Un brivido sorpreso
nelle membra legnose la linfa é pervasa da sussulti inattesi
e stupisce tutto tremando odorando un profumo di terra
-Il vento,com'é buono il vento
che dolce sapore le sue carezze-
e lo sguardo si colma di luce gialla
che si scalda piano

-Il sole,com'é buono il sole
che dolce musica il suo tenero sguardo-
Lento
                                                                                 il tepore brulica di fremiti
oltre il dosso –
-   L'azzurro,com'é pulito l'azzurro
                                         che profumo di lontananze il suo specchio-

E piano una linfa nuova
dolcemente sale nei vasi legnosi
-Come dirlo,come cantarlo
tutto questo che accade-
E subito a interrogarsi
che non sia ancora un sogno
fantasma malinconico della notte
prolungato oltre i confini consueti
E si vergogna ancora della provata allegria, ingiustificata

                                                                       Lento
                                                                                 il tepore brulica di attese
                                                                       oltre la collina
canteranno i campi di girasole
i flauti scandiranno il tempo
al controcanto dei violini
ancora pronuncerò parole di speranza...-


Una linfa nuova
          faceva vibrare  il grigio del tronco

L'ontano stupito ancora tremava 
guardando perplesso lontano

                                                           25.01.87

lunedì 18 giugno 2012

NOSTALGIA


Tu non sai, dolcezza, i giorni passati e perduti...
quelli miei, remoti e lontani, ormai.
Ti ho mai raccontato, i picnic proletari
sulle panchine del lungolago di Stresa?
Con scatolette di sardine e pane raffermo
cartocci di oleata  bisunta di prosciutto e salame affettato,
di immense olive nere carnose e saporose,
di carciofini e funghetti gocciolanti...
Ti parlo di tempi molto remoti, sai?
Talmente remoti che ancora nessuno conosceva
il tuo profilo elegante e slanciato, sui tuoi polpacci
ben torniti dai tacchi alti, né il tuo portamento
delizioso e sublime,flessuoso nella minigonna sobria,
né il tuo sguardo sovrano... Quel tempo
non avrebbe saputo pronunciare la tua immagine,
come la contemplo io ora, qui, in questa dimensione nuova
che masturba i ricordi sepolti, con uno struggimento
sottile e lancinante. Era un'altra dimensione.
La lanugine umile e modesta
di quelle teste rapate di orfanelli
era il pelo rasato e infeltrito sulle zucche
di noi asinelli; altrimenti percosso
da mani legnose che sapevano
di mozziconi usati fino allo spasimo degli ultimi millimetri...

Non riesco, ora, a ricordare altro, se non
un'atmosfera diversa, di evasione dalla gabbia,
di sapori e ghiotti profumi, intrisi
dell'odore bagnato e amaro del lago...
come un odore di morte…

E ora, qui, su questa terra nuova
che volge rassegnata al tramonto
tornano alla luce. Insieme
a tutte le primavere e le estati, al sole asciutto
ai cieli puliti e intensi, agli azzurri tersi,
ai boschi ombrosi e umidi, alle cime da raggiungere
col ghiaccio secco nella faringe,
alle alghe a cespuglio
mentre i polmoni scoppiano in apnee prolungate,
alle bracciate fresche e salate nel mare,
alle vasche da contare a cadenza…

Insieme alle amarene tiepide appena raccolte,
ai mirtilli d’inchiostro, ai porcini paffuti
che giocano a nascondino, al profumo di muschio
e licheni che nascondi tra le cosce di donna flessuosa,
ai  seni turgidi come pesche mature,
ai glutei sodi come albicocche dorate,
alla peluria minuta che io carezzo col labbro...

Restiamo invasi di nostalgia di tutto
dell’allegria e della tristezza,
dei lutti e dei banchetti,
dei balli sfrenati e delle canoe sulle lanche del fiume,
dei funerali e delle nozze,
dei concerti di oboe e delle sonate di legni e fiati...

Dell’infanzia amara e sognante,
dei caleidoscopi di paura e di speranza,
degli incubi cupi e del buio delle catacombe...

Novara, 6-9 settembre 2010

martedì 5 giugno 2012

C'erano tre ragazze Katarina, Sofia e Jana.,
tre fiori sbocciati sotto il cielo azzurro di Grecia-
Katarina guardava duro con gli occhi bui
di desiderio: la sua pelle era scura come l'ombra­-
Sofia aveva negli occhi l'acqua del mare
seni gonfi erompevano dal costume­-
Jana,certo, era la migliore delle sorelle:
occhi lunghi e socchiusi da tahilandese,
carni tenere,sode,color ambra,
sorrideva timida con profumo di salvia­


C'erano tre fiori,sbocciati sotto il sole di Grecia:
l'ibisco rosso e profondo come dopo l'amore
l’oleandro bianco dal profumo intenso,
il cappero si chiudeva carnoso preparando
un frutto piccante,morbido e sensuale­


C'erano tre sorelle da marito
nella carne sentivano una canzone lubrica
e si facevano carezzare dal vento,
si lasciavano baciare dal sole,
si facevano leccare dal mare­

Il piccante della carne di Jana
aspettava di maturare
sotto il cielo azzurro di Grecia­
20.7.80 Leros-Platani

lunedì 4 giugno 2012

Quanti sassi butterai nel mare,Maria,
con gli occhi ragazzi che cercano
il tuo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata Maria,
quanti sassi buttati nel mare.

Il mare é pieno d'acqua e di pesci,
le reti sono gialle, i bambini
giocano con gli spruzzi e la sabbia.

Inarchi il nudo magro e lungo, Maria
raccogli i capelli, ti tendi tutta
cercandoti un corpo di donna
troppo acerbo,ancora,troppo acerbo,
e ti brucia negli occhi questo sogno
che giochi,nervosa, questo gioco
che sogni,nervosa,Maria.

Manolis, pescatore di pesci, sorride pigro,
tra  i denti bianchi, principe del mare,
tendendo svogliato le reti, lasciandosi baciare
dai tuoi occhi, cercandoli, pigro,
pescatore di pesci del mare.

Dove andranno di notte le stelle,  Maria,
dove vanno le barche, nel buco immenso
del buio, dove vanno i tuoi sassi, Maria,
dove sono di notte i gabbiani corti, dalle ali
immense, dove vanno i tuoi sassi,
che butti, con occhi che cercano altrove,Maria?

Sulla porta di casa : ride coi denti bianchi,
pescatore di stelle del cielo,
Manolis, principe pigro,
mentre passa e ripassa , Maria,
lanciando ami pungenti di sguardi,
bruciando sogni ragazzi; bruciando
il suo corpo bambino, passa e ripassa Maria.

Povera, dolce Maria, bambina
che vuole essere grande,
che fatica essere donna, che fatica
in un sogno di sole e d'acqua,
che fatica gridare nell'aria con tutto il corpo,
corpo acerbo di bambina, la pazza
euforia di farfalle e fiori d'ibisco
che ti riempie tutta, regalandoti infine
quel corpo che già ti sentivi..

Quanti sassi ha buttato nel mare , Maria,
con gli occhi di bambina che cercano
il suo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata,Maria,
quanti sassi buttati nel mare!

1980, Kardamena

sabato 2 giugno 2012

Tornava una domenica d'agosto
(o partiva, dipende da dove lo guardi)
sul vagone a microonde di seconda
zuppo di brodo caldo, tornava,
partendo col treno, per arrivare, forse,
aperte le porte che dopo avevano serrato
sospeso nell'umido e nel tempo,
fermo lo spazio relativo
(correvano pioppi e salici, ma
fuori)
in surplace
sul bordo d'un lago apiombo
pencolando come la padella
del pendolo, scivolava barcollando
giù  di nuovo da dove partito ( o
viceversa?)  masturbando l'orologio
ferroviario
 La zuppa di brodo caldo
nel vagone ferroviario tornava
a partire tornando
 inchiodate ai salici
pelli di talpa sacrificali
 Solo, sperava di arrivare,
prima o poi, in qualche luogo, dove
potere lavarsi le mani sudate, e
tergere, con panni freschi,
quella patina
morta.


(anni 80/90)

sabato 26 maggio 2012

CAMPANE

 Rintoccano arcane con suono metallico
le mie campane, come tinnanti
bronzee melodie, o armonie, non so,
le ore e i quarti e  le mezz'ore
come lontani echeggi dell'infanzia
a San Nicola,
                   in ricordi di altri
scomparsi con le loro emozioni
e tristezze  ed  amori,
                               i  ragazzi
che  vado a  trovare,  ogni  tanto,
al  camposanto di  Cilavegna Lomellina-

E piange muto il  ricordo  diafano
di  quel  passato  ora  mio
intriso  nelle  ceneri bagnate
delle  campane  tinnanti  di  Ornavasso
di  un  allora  che   si  mescola  con
questo  tinnare  di  questa  Cologna qui
che  non  esiste, ma  è qui  che  tinna  le  ore
e le mezz'ore, ma  non  c'entra  e, non  lo  sa,
ma  tinnula   uguale,  estraneo,
violentemente  estraneo  a  tutto
a  tutti noi che   ascoltiamo, estranei
questo tinnare  assorto.
                                 Il  nostro
morto  passato, nei camposanti della  memoria... 

Le  ore  piangono, tristi, alla   fontana  del  ricordo

Di  nuovo, in  qualche  posto
lo  sai, lo  so,  avremo  sempre 
addosso  questo odore  soffuso
di  metallico  suono  di  campane.

Cerco  sempre, ancora...
nel  buio  profondo  di  questa  notte  immensa
colorata  del   diafano tinnulo  di  campane...
MARTA

Miele Alla Rosa, Tenerella Apina,
Mista Alla Rugiada. Ti Avevamo
Molto Attesa. Rannicchiata Ti Addormenti,
Morbida Albicocca Rosa, Tu. Agosto,
Matura Allegria, Ridendo Ti Attende,

Gioco, qui, col tuo sconosciuto nome
sulla collina che nel lago ha il piede
nel pomeriggio del nove di giugno

Le tessere del gioco non so come 
una alla volta trovano la sede adatta; 
tengo le parole in pugno

Ma vibra tutta l'aria del tuo nome
nuovo. Sull' altra riva s'intravede
Alzo e Pella, ma è nascosta Pogno

E monto sull'acrostico di un nome
un castello di carte, ma si vede
che è già meno fragile d'un sogno

*che è già più solido di un sogno
*che si regge più solido d' un sogno
*che sta dritto più solido d' un sogno
Corconio di Orta 9 Giugno 1991 16.45

mi sono regalato..

Mi sono regalato
Una passeggiata di parole
Perché ero ancora, sempre
Lì ad aspettare il tuo ritorno
E volevo sgranchirmi l’anima
E la bocca
E il corpo tutto

La strada camminava piano, con me
E il respiro non era affannoso
I passi non erano più laceri
E stanchi

Vedevo passare  gli attimi
Col  contagocce della medicina d’erbe
E l’aria s’era fatta calma e curiosa

Contavo le ore al campanile d’Ornavasso
E le mezz’ore
E i quarti
Senza fretta
Sonori e dolci
Come un infuso di malva e menta
Come una medicina d’ombra
Come un soffio di vento nuovo

Carezzavo la tua immagine
Che mi riempie l’anima
Il tuo nudo morbido e bagnato
I tuoi sorrisi di cioccolato al latte
Il tuo respiro profumato di rosmarino
Il tuo sguardo proteso e terso
Le tue parole vellutate come albicocche
Le tue cosce lisce come peschenoci

E la strada mi veniva dietro
Complice e sorniona
Semplice come bere il latte
Tiepida come la tua pelle
Remissiva come una capra
Sicura come la speranza
Risoluta come la determinazione

E le parole giocavano a nascondino con le foglie
I sassi luccicavano lisci
I tuoi pensieri colmavano l’aria
E veniva
Pian piano
La sera

“Il re del Portogallo - non sa ballar la samba…”

cantava  nella sua eco vacillante
una balera lontana, mezzo secolo fa,
“… ma noi che siamo in gamba - sorridere ci fa”
soggiungeva sorniona.

Una nicchia del tempo si era spalancata
per accogliere questa storia;  una macchia
di luce convessa raccontava questo film
provvisorio, ricordi? La guardo ora,
con nostalgia infinita, l’immagine sfumata
nel ricordo, gli occhi velati di malinconia,
la tua mano trema nella mia e non so dir altro,
sai?
        Il tepore languido del ricordo si mescola
all’afa di fine agosto, mentre volo sulla moto
a cercare nuovi aliti di vento.
                                       Ho acceso un altro cero
alle spoglie orfane di vita, carezzando le loro immagini
diafane e sbiadite.
                                       E non sappiamo più nulla
di quella canzone remota, che un bambino ascoltava
la sera dalle camerate della colonia di Igea Marina
e che per caso, ora, ci è capitato di visitare.
Le signorine li lasciavano soli, all’imbrunire estivo,
per qualche incontro fugace da vivere col cuore in gola.

Quelle emozioni si sono cristallizzate, ormai, e
non  riusciamo più a svegliarle, solo decifrarle, sai?

Perché il buco del tempo va lentamente richiudendosi

su se stesso, mentre attendo .....

venerdì 25 maggio 2012

Donne talmente belle

Donne talmente belle, da starci quasi male
brulicano sotto le volte illuminate
dell’ipermercato. Tempio dei ritrovi,
delle occasioni sperate.
Carrelli  ricolmi, brusio
di voci acquistanti, di movimenti indaffarati.
Silenzio nell’anima tra scaffali ridondanti
e festa del consumo. Trasuda.
Volti decisi e note appuntate
sguardi attenti si rincorrono,
d’intesa. Profili slanciati, protèsi
fiondano l’aria satura, ti sfiorano,
sorpassano; di donne, talmente belle
da starci quasi male. E fuggono, rapide
in altre corsie preferenziali. Rimane
soltanto l’alone di bellezze fuggevoli,
inafferrabili, estreme, preziose,
come promesse mancate di sogni
Come vacillanti effluvi
di raggi di sole, come orgasmi
immeritati, come aspettative
deluse. Come questo vivere,così.
Aspettando ogni volta l’estate          


20 settembre 2009

La notte aspettava in sur-place

che fosse matura l’ora,
                                   che l’alba, covata in silenzio,
promettesse il frutto incantato.

            E l’uovo, spaventato d’aprirsi,
indugiava ancora, sulle scorze di limone
            sparse all’ombra della luna.
                       
            Avevano già procrastinato l’alba,
per non turbare il risveglio
            dal sogno lubrico che covava, nascosto,
nelle pieghe d’ombra.

            Avevano promesso canti
di rugiada  incantata, per quel
risveglio  stupito.

                        Che facciamo, dissero,
rinviamo il mattino?
            La luna, sorniona,
                                                Col
suo sorriso incinto di luce riflessa,
            prometteva speranze azzurre
per l’aria gelata che
                        tremava
                                   pallida
                                               e incerta.

CANZONE

CANZONE

 …danzando ciechi e allibiti,  ahi,ahi,ahi,
con ritmi di paure cadenzate e secoli di gloria spenta…

balbettando lo spavento e la gioia di sorrisi imprevisti,
ma già scritti su lavagne d’ardesia con gessi  definitivi
che la pendola non sa procrastinare, den,den, den,

spaventata nostalgia del futuro, mentre
zufola piano la speranza di petali di rosa
il suo languido  clarino, ahi,ahi,ahi…
…  il vento sorride e carezza l'aria attonita,
con i suoi capelli di fili d'acciaio argentato,      
e la sera sorniona scandisce litanie 
e mesti, ahi,ahi,ahi,
lenti miserere d'allegria euforica,
aspettando l'autunno dei singhiozzi di violino,
ahi,ahi,ahi,con un pianto sereno e languido,
travestito d’allegria, fiu, fiu, fiu,  
cantilena vestito di onde…

…ahi,ahi,ahi, sussurrano mani troppo lontane,
ahi,ahi,ahi,nella festa vacillante dei passi sincopati…

… la notte intanto, sotto gli architravi smisurati
 dà le dimissioni, per l’aurora rosata  che incombe,
con passi vellutati di raso, centellinando risa
trattenute, sospese a mezz’aria…

sabato 19 maggio 2012

Anime nude
                   nella nebbia
si rincorrono
                                      sfuggendosi
                                               col batticuore
lacerate
         ogni volta      
                   e più vive
                             che mai

Ti regalo
un accordo    
                                      dissonante

                  
Nella sabbia
rintraccio bemolle smarriti,
piccoli
         smeraldi
                   di tuoi sorrisi

Con assolo
         lancinanti
vibra lo stradivari antico
                            del mio cuore

                            Urlo la gioia 
                            nella sera di novembre
e bacio
il muschio prezioso
 del tuo ventre
                       
 Una sirena accorata
lancia
estremi richiami
prima di affogare
                                      nell’ombra
gialla
                   della nebbia
notturna

Prima che il giorno sia acceso



martedì 15 maggio 2012

ESSENZE

ESSENZE

Socchiudo gli occhi e vedo

Finestre spalancate su altre visioni
guardate altrove in un altro tempo

di un'altra dimensione
mesta e accorata, per il racconto
scarnificato e pastoso

sussurrato sottovoce
di muri e macchie di verde
semplificati e smunti
velati di lontananza, diafani, tremanti

imparo a guardare con i tuoi occhi nuovi
trema  il respiro e scorgo
quei tratti sfocati di luce
di un sole remoto
tenue e sovrano

un cielo di lapislazzulo
prezioso s'incastona
sull' immobilità assoluta
che vacilla congelata

perché socchiudo gli occhi
e vedo, finalmente
con tenerezza assorta

la voce che reinventa il reale
per leggerlo con il tuo sguardo

trattenendo il fiato, turbato


Alba, 5 dicembre 2010- L'essenza del paesaggio- Giorgio Morandi