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mercoledì 20 giugno 2012

SOGNI


SOGNI

... come ci è pur dato a volte
il dono di costruzioni magiche, fatte
di dolcezze che, da soli, vogliamo regalarci
proiettando sul telone di nuvole immense di panna montata..

...storie che altrimenti riterremmo improbabili, ma che
col tremito del batticuore andiamo disegnando
a colori vividi. Spruzzati di profumi e sensazioni tattili,
brezze sorridenti e flautate , suoni di violini e di arpe,
gesti ed emozioni...
... e possiamo, con pennellate rapide,
aggiustare ogni volta i particolari, ritoccare il filmato,
tagliare sequenze dolorose o disturbanti, sorridendone
compiaciuti...
... e come quel principe polacco sappiamo
pure che il nuovo sogno è dentro a quell'altro, quotidiano,
sì, che crediamo la realtà, ma che è pur sempre un sogno...
... ma quello che ci siamo appena raccontato
lo teniamo più caro, prezioso. E ci piace, così, raccontarci
ogni volta nuovi sogni nel sogno. Scegliendo poi
di nostro gusto a quale di essi dare la consistenza vera
e le gambe per camminare...
... e sfumano, fuori fuoco, in campo lungo,
le burrasche e gli incendi che avevamo creduto bruciarci il cuore ,
perché i nuovi profumi di salmastro e  sottobosco
li respiriamo ormai con tutti i sensi, dilagano nei pori dilatati,
ci invadono l'anima, ci fanno di nuovo, ancora, vivere...
... e sono, queste presenze nuove e palpitanti, la vera
essenza del nostro esistere. Ne siamo fieri; abbiamo
finalmente, una volta per tutte, reinventato il mondo
e fatto rinascere ancora la speranza. Siamo
per sempre semidei, creatori orgogliosi delle creature
luminose che abbiamo partorito.

Tintinnano campanelli di festa, mentre il suono di bordone
di violoncelli e bassi accompagna, trionfante,
sorrisi definitivi..
(©)Nanni Omodeo Zorini. 

il tempo delle amarene

Il tempo delle amarene,
gusto aspro, proibito, raccolto insieme;
non si può dimenticarlo

Nel terrazzo a pozzo, in mansarda
una pianticella, così,
a rifarci il gusto, al pungente sapore
di trasgressione

Qualche drupa
da centellinare con parsimonia
irrorando il palato goloso
di essenza, inondato di sapore

Perle sature di essenze acuminate
carminio lucente
a lenire l'arsura rotonda e inesausta.

Tempo remoto di porpora
grondante, polpa
ferita che stilla gocce,
galleggiando nell'afrore
dove adagiarsi
e perdersi

martedì 19 giugno 2012

PIANO SCENDE GIU'

Piano scende giù
come un atto dovuto
una mesta malinconica
funzione prevista
rubricata
solitaria

Un telone più stinto
stemperando mite l’azzurro
si dipana languido
senza racconti di parole
colando fermenti lattici
attese maturate

Pullula il vuoto intorno
lampeggiano promesse sfumate
si sbriciolano
frammenti di meteoriti
nella sabbia finissima
di ore che stanno già terminando


Novara - 09/05/2012 18.03


A tavola con Pessoa

A   tavola   con   Pessoa

Ad appuntarsi la vita
su tovaglioli di carta,
tra un antipasto assortito
e gli spaghetti allo scoglio

Tu finalmente sei uscita
dai giorni. Aspetto che tu parta
anche da casa,col benservito
senza saluti scritti su foglio

Lasci le tracce nella mia vita
Su altra carta lasci ferite;
su tovaglioli immacolati
io storie d’altri,tutti inventati

Io che racconto divento un altro
un altro nome,degli altri dati
dentro il narrare sogno la storia
e mi confondo,giù fin in fondo

duca d'abruzzo,conte di malta
invento tutto,faccia di palta,
invento me nel grande sogno
addormentandomi,senza bisogno

scrivere,leggere,fare l'amore
ubriacarsi delle parole
in un onirico gioco verbale;
signor Pessoa,mi passa il sale?

Come fa lei parlo da solo
dico le cose e mi rispondo
narro le vite e mi consolo
scrivo parole di questo mondo

trova ben cotto il gamberone?
acqua e limone per la gran sete,
che certo aiuta la digestione,
affabulati dentro la rete

ricominciando altri parlari,
certo,convenga,si é sempre soli,
soli e perduti in questi mari
nella burrasca e sotto i soli

sulla mia moto scroscia tempesta
lava le storie, in aria sospese,
le mie,le sue, ancora in testa,
grazie, Pessoa, molto cortese

Novara 29.06.09

(prego, serviti pure... )

E' un altro modo di fare giorno 
un altro possibile mattino
che il cuore nemmeno ti sobbalza 
come nel sordo torpore di una 
nevicata. E non sai
se nuovo o straniato
questo risveglio ti porta 
il candido, esaltante
stato nascente
che faccia, infine
ribollire la linfa vecchia 
e gridare di pazza euforia 
le finestre illuminate


2/12/79

(battuta a macchina...)

C'é un riso nuovo
nell'aria
che ci accoglie tutti benigno
Ci sono segni
augurali
di festa
Ci sono
nuove fantastiche, danze nell'orizzonte
dei giorni
Presenze sfumate
di certezze di là da venire ma che urgono
e non sanno
come partorire
la speranza
di linguaggi nuovi
che
nella sofferenza
e nel franco entusiasmo non possono più tardare
Perché deve
perché può
avvenire
al di là delle leggi usate
e delle norme
in una anarchica fantasia di comunicazione totale

Luoghi inusitati
fremeranno di dolcezza
per la risorta
dolciniana
campagna.

07.05.79

(emozioni cristallizzate nel tempo, continuano ad ardere,vero?)

(JAN RACHOTA)
Tante foreste
Tante foreste strappate alla terra massacrate
finite
rotativizzate
tante foreste sacrificate per
fornire la carta
ai miliardi di giornali che ogni
anno attirano l'attenzione dei lettori sui rischi del disboscamento."
Jacques Prévert

           "Spezzarti, per portarti via,
                                                sarebbe troppo doloroso,
                                                o fior di ciliegio:
                                                piuttosto sotto i tuoi petali rosa starò ad ammirarti
                                                fino al tuo appassire."
                                                                                       Bashò Matsuo






 Grigio stava
lì appoggiato sul clivo
assorto in un'ultima
pungente riflessione sulla vasta garza di brina
I corvi lanciavano rauchi
richiami gelati
                   subito annegati
nell'aria viola

Disteso tutto nell'involucro rugoso immobile provò
un inventario per le sue fibre dure.    
                                             Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                          oltre il dosso


Neanche una formica di nero
metallo a solleticare la scorza tra rughe e piccole cicatrici
La corteccia screpolava nuda
Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                              oltre la collina


Il fall—out regalava pulviscolo radioattivo sui rami rattrappiti impigliati in sfilacci di cellophan. Inutile guardare intorno o
voltare lo sguardo di dentro
ai ricordi bagnati dell'infanzia
Lenta
la luce fredda estendeva il silenzio
                                               oltre il fiume


Aggrappato al tepore
dell’ultimo sogno
consolava l’anima vegetale
di morbide sensazioni profumate

-Ah! la carezza della pioggia ah! le cetonie ronzanti
ah! le rapide piume felpate- Piccole lancette di ghiaccio scandivano pungenti
un tempo vuoto
Lenta
                                                                               la luce fredda estendeva il silenzio
                                           oltre la vallata

E piano giunge il vento non una lama ghiacciata soffiato da gote gentili non ancora una carezza lambisce calmo
Un brivido sorpreso
nelle membra legnose la linfa é pervasa da sussulti inattesi
e stupisce tutto tremando odorando un profumo di terra
-Il vento,com'é buono il vento
che dolce sapore le sue carezze-
e lo sguardo si colma di luce gialla
che si scalda piano

-Il sole,com'é buono il sole
che dolce musica il suo tenero sguardo-
Lento
                                                                                 il tepore brulica di fremiti
oltre il dosso –
-   L'azzurro,com'é pulito l'azzurro
                                         che profumo di lontananze il suo specchio-

E piano una linfa nuova
dolcemente sale nei vasi legnosi –
-Come dirlo,come cantarlo
tutto questo che accade-
E subito a interrogarsi
che non sia ancora un sogno
fantasma malinconico della notte
prolungato oltre i confini consueti
E si vergogna ancora della provata allegria, ingiustificata

                                                                       Lento
                                                                                 il tepore brulica di attese
                                                                       oltre la collina
canteranno i campi di girasole
i flauti scandiranno il tempo
al controcanto dei violini
ancora pronuncerò parole di speranza...-


Una linfa nuova
          faceva vibrare  il grigio del tronco

L'ontano stupito ancora tremava 
guardando perplesso lontano

                                                           25.01.87

lunedì 18 giugno 2012

NOSTALGIA


Tu non sai, dolcezza, i giorni passati e perduti...
quelli miei, remoti e lontani, ormai.
Ti ho mai raccontato, i picnic proletari
sulle panchine del lungolago di Stresa?
Con scatolette di sardine e pane raffermo
cartocci di oleata  bisunta di prosciutto e salame affettato,
di immense olive nere carnose e saporose,
di carciofini e funghetti gocciolanti...
Ti parlo di tempi molto remoti, sai?
Talmente remoti che ancora nessuno conosceva
il tuo profilo elegante e slanciato, sui tuoi polpacci
ben torniti dai tacchi alti, né il tuo portamento
delizioso e sublime,flessuoso nella minigonna sobria,
né il tuo sguardo sovrano... Quel tempo
non avrebbe saputo pronunciare la tua immagine,
come la contemplo io ora, qui, in questa dimensione nuova
che masturba i ricordi sepolti, con uno struggimento
sottile e lancinante. Era un'altra dimensione.
La lanugine umile e modesta
di quelle teste rapate di orfanelli
era il pelo rasato e infeltrito sulle zucche
di noi asinelli; altrimenti percosso
da mani legnose che sapevano
di mozziconi usati fino allo spasimo degli ultimi millimetri...

Non riesco, ora, a ricordare altro, se non
un'atmosfera diversa, di evasione dalla gabbia,
di sapori e ghiotti profumi, intrisi
dell'odore bagnato e amaro del lago...
come un odore di morte…

E ora, qui, su questa terra nuova
che volge rassegnata al tramonto
tornano alla luce. Insieme
a tutte le primavere e le estati, al sole asciutto
ai cieli puliti e intensi, agli azzurri tersi,
ai boschi ombrosi e umidi, alle cime da raggiungere
col ghiaccio secco nella faringe,
alle alghe a cespuglio
mentre i polmoni scoppiano in apnee prolungate,
alle bracciate fresche e salate nel mare,
alle vasche da contare a cadenza…

Insieme alle amarene tiepide appena raccolte,
ai mirtilli d’inchiostro, ai porcini paffuti
che giocano a nascondino, al profumo di muschio
e licheni che nascondi tra le cosce di donna flessuosa,
ai  seni turgidi come pesche mature,
ai glutei sodi come albicocche dorate,
alla peluria minuta che io carezzo col labbro...

Restiamo invasi di nostalgia di tutto
dell’allegria e della tristezza,
dei lutti e dei banchetti,
dei balli sfrenati e delle canoe sulle lanche del fiume,
dei funerali e delle nozze,
dei concerti di oboe e delle sonate di legni e fiati...

Dell’infanzia amara e sognante,
dei caleidoscopi di paura e di speranza,
degli incubi cupi e del buio delle catacombe...

Novara, 6-9 settembre 2010

martedì 5 giugno 2012

C'erano tre ragazze Katarina, Sofia e Jana.,
tre fiori sbocciati sotto il cielo azzurro di Grecia-
Katarina guardava duro con gli occhi bui
di desiderio: la sua pelle era scura come l'ombra­-
Sofia aveva negli occhi l'acqua del mare
seni gonfi erompevano dal costume­-
Jana,certo, era la migliore delle sorelle:
occhi lunghi e socchiusi da tahilandese,
carni tenere,sode,color ambra,
sorrideva timida con profumo di salvia­


C'erano tre fiori,sbocciati sotto il sole di Grecia:
l'ibisco rosso e profondo come dopo l'amore
l’oleandro bianco dal profumo intenso,
il cappero si chiudeva carnoso preparando
un frutto piccante,morbido e sensuale­


C'erano tre sorelle da marito
nella carne sentivano una canzone lubrica
e si facevano carezzare dal vento,
si lasciavano baciare dal sole,
si facevano leccare dal mare­

Il piccante della carne di Jana
aspettava di maturare
sotto il cielo azzurro di Grecia­
20.7.80 Leros-Platani

lunedì 4 giugno 2012

Quanti sassi butterai nel mare,Maria,
con gli occhi ragazzi che cercano
il tuo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata Maria,
quanti sassi buttati nel mare.

Il mare é pieno d'acqua e di pesci,
le reti sono gialle, i bambini
giocano con gli spruzzi e la sabbia.

Inarchi il nudo magro e lungo, Maria
raccogli i capelli, ti tendi tutta
cercandoti un corpo di donna
troppo acerbo,ancora,troppo acerbo,
e ti brucia negli occhi questo sogno
che giochi,nervosa, questo gioco
che sogni,nervosa,Maria.

Manolis, pescatore di pesci, sorride pigro,
tra  i denti bianchi, principe del mare,
tendendo svogliato le reti, lasciandosi baciare
dai tuoi occhi, cercandoli, pigro,
pescatore di pesci del mare.

Dove andranno di notte le stelle,  Maria,
dove vanno le barche, nel buco immenso
del buio, dove vanno i tuoi sassi, Maria,
dove sono di notte i gabbiani corti, dalle ali
immense, dove vanno i tuoi sassi,
che butti, con occhi che cercano altrove,Maria?

Sulla porta di casa : ride coi denti bianchi,
pescatore di stelle del cielo,
Manolis, principe pigro,
mentre passa e ripassa , Maria,
lanciando ami pungenti di sguardi,
bruciando sogni ragazzi; bruciando
il suo corpo bambino, passa e ripassa Maria.

Povera, dolce Maria, bambina
che vuole essere grande,
che fatica essere donna, che fatica
in un sogno di sole e d'acqua,
che fatica gridare nell'aria con tutto il corpo,
corpo acerbo di bambina, la pazza
euforia di farfalle e fiori d'ibisco
che ti riempie tutta, regalandoti infine
quel corpo che già ti sentivi..

Quanti sassi ha buttato nel mare , Maria,
con gli occhi di bambina che cercano
il suo Manolis, pescatore di pesci ragazzo,
quanti sassi per rubare un'occhiata,Maria,
quanti sassi buttati nel mare!

1980, Kardamena

sabato 2 giugno 2012

Tornava una domenica d'agosto
(o partiva, dipende da dove lo guardi)
sul vagone a microonde di seconda
zuppo di brodo caldo, tornava,
partendo col treno, per arrivare, forse,
aperte le porte che dopo avevano serrato
sospeso nell'umido e nel tempo,
fermo lo spazio relativo
(correvano pioppi e salici, ma
fuori)
in surplace
sul bordo d'un lago apiombo
pencolando come la padella
del pendolo, scivolava barcollando
giù  di nuovo da dove partito ( o
viceversa?)  masturbando l'orologio
ferroviario
 La zuppa di brodo caldo
nel vagone ferroviario tornava
a partire tornando
 inchiodate ai salici
pelli di talpa sacrificali
 Solo, sperava di arrivare,
prima o poi, in qualche luogo, dove
potere lavarsi le mani sudate, e
tergere, con panni freschi,
quella patina
morta.


(anni 80/90)