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mercoledì 23 agosto 2017

OCCHI DI CIELO

Quella mattina era proprio di cattivo umore! Sua madre l'aveva rimbrottata perché si era alzata tardi. Non aveva reagito, aveva saltato di fare la colazione, e poi con gli occhi abbastanza bassi e rassegnata era andata a fare le spese che la madre le aveva assegnato.
Uffa! Continuava a ripetersi dentro. Chissà perché con loro è sempre tutta gentile e carina.
Solo lei non poteva alzarsi tardi al mattino perché era femmina!
Aveva fatto molto malvolentieri le compere. Le veniva voglia di dimenticare qualcuno degli acquisti per farle un dispetto. Ma poi sapeva che avrebbe sentito le sue.
Il pomeriggio voleva andare in piazzetta in bicicletta a vedere gli amici.
Da un po' di tempo bazzicava nel gruppo anche quello là, tutto alto, con i capelli scuri e ricci. Arrivava anche lui con una vecchia bicicletta nera con i freni a bacchetta. Faceva due chiacchiere qua e là. I loro sguardi si erano diverse volte incrociati. Lei aveva osato mandargli qualche sorriso gentile e dolce. Così. Era un bel tipo che le interessava anche se sicuramente era molto più grande di lei.
Gli occhi di lui le regalavano sguardi sornioni. Le avevano detto che aveva avuto un sacco di donne e ci sapeva fare.
Però, non si fidava troppo. Aveva un'aria di quelli che sanno dove vogliono arrivare. Oltre ai capelli aveva abbastanza lunga anche la barba scura arruffata. In piazzetta, appoggiava un piede a terra, l'altro sul pedale e restava lì seduto sul sellino a fumare la pipa e a guardarsi intorno.
Qualche volta si erano scambiati un ciao con un sorriso.
Già tempo prima l'aveva visto uscire dall'edificio, non si conoscevano ancora neanche così di vista, ma lui la guardava con molto interesse. E lei non abbassava lo sguardo, ma ricambiava il suo puntandogli gli occhi.
Ma. Chissà. Probabilmente a uno grande come lui che aveva certo il doppio della sua età, le ragazzine non interessavano.
Qualche volta l'aveva visto uscire dall'edificio scambiando battute sottovoce e sguardi intenzionali con una tipa magra magra, dagli occhi accesi, belli ma un po' folli…
Aveva intuito che tra quei due c'era qualcosa. Figurarsi se lui aveva interesse per una ragazzetta…!
Poi c'era stata quella volta che lei era già in piazzetta con gli altri. Lui era arrivato da dietro alle sue spalle. Se l'era trovato lì con il suo biciclettone nero un po' ruggine, ed era rimasta sorpresa a vederselo comparire  proprio lì… Non c'era lui quando lei era arrivata da un po'. Aveva una voce abbastanza calda con la quale le aveva detto "ciao".
Per quanto fosse più grande e un uomo maturo lei gli dava del tu come a tutti gli altri.
Gli aveva risposto regalandogli un sorriso un po' imbarazzato… Ripensandoci dopo non sapeva se aveva fatto bene a essere così generosa dei ciao e dei sorrisi.
Era grande. Però era un bell'uomo. E le interessavano i tipi così. Anche se ne aveva un po' timore e soggezione.
« … E cosa ne dice questa bella fanciullina dagli occhi color di cielo se io lei ce ne andiamo a prendere un buon gelato con le nostre biciclette…?»
Sorpresa, compiaciuta e contenta aveva subito accettato senza dir niente agli altri.
In quel tempo le piaceva il cono al cioccolato e limone. Quando lo ordinò lui rise un po'. Forse per l'abbinamento dei gusti. Lui lo preferiva tutto limone.
Le piaceva la sua voce calda, le sue battute che la facevano ridere, la sua sicurezza spigliata. Ne era attratta e anche un po' dentro dentro spaventata.
Le aveva confidato dove abitava, invitandola ad andare a trovarlo.
E lei, senza vergognarsi, ma con un po' di batticuore ci era andata.
La casa di fuori era molto brutta, e anche le scale per arrivare da lui al primo piano. Dentro era accogliente. Si camminava su una moquette a pelo rasato verde marrone. E c'era l'odore intenso del tabacco da pipa che richiamava un po' l'incenso.
Era riuscita a destreggiarsi, nonostante l'imbarazzo, fino a quando lui le aveva fatto una carezza sui capelli e sulla guancia. Le era piaciuto. Però il cuore le stava battendo e si era sentita un po' a disagio.
Lasciò che la mano di lui avvicinasse i loro volti. Si lasciò baciare dentro in bocca…
Poi ebbe un raptus, un piccolo panico… E gli disse col fiato in gola:
«Ora   scusami ma devo scappare… È un po' tardi… Devo andare ciao…»
L'aveva lasciato lì su due piedi. Chissà che cosa aveva in mente pensò mentre si fiondava giù dalle scale facendo i gradini a due a due. La bicicletta era ancora al suo posto accanto a quella di lui.
Le sembrava di essere entrata in modo spavaldo nella tana del lupo.
Qualche volta ci aveva ripensato. Agli sguardi che si erano incrociati mentre lui usciva dall'edificio. A quel gelato cioccolato limone. A quel bacio forse un po' troppo improvviso impudente sfacciato, che l'aveva fatta sentire donna mentre lei preferiva ancora per un po' sentirsi ragazza.
Mentre sistemava i sacchetti della spesa in casa, si domandò se forse sarebbe capitato che lo incontrasse. Poi preferì rispondersi di no. Che era meglio così. Anche se…
Prima che tutti tornassero a casa per il pranzo, mentre ascoltava un disco nella sua camera, si mise a fantasticare e a sognare. Dieci minuti, così, nel segreto della sua testolina dai capelli biondi tagliati corti a caschetto.
Magari, pensava, sarebbero passati molti anni, si sarebbero incontrati per caso. Il caso a volte è proprio magico!
Lei avrebbe riprovato il piacere e il gusto di sentire la sua voce, calda, baritonale. I suoi discorsi brillanti ironici bizzarri stravaganti…
E poi…
Magari avrebbero cominciato a frequentarsi qualche volta… E se lui si fosse sposato e avesse messo su famiglia? Oppure se questa cosa fosse successa a lei?
Mentre ascoltava il 45 giri, mormorò dentro di sé: "e chi se ne frega!"
Doveva essere interessante, affascinante, pericoloso, trasgressivo, rincontrarsi per caso in un futuro… Chissà come lui sarebbe diventato allora? Non riusciva ad immaginarselo vecchio. Al massimo solo un pochino più incanutito. E lei come sarebbe stata?
Magari non avrebbe più avuto il suo fisico snello da ragazzina. Se ne sarebbe giustificata con uno sguardo magari dicendogli: "mi hai conosciuto che avevo 17 anni e ora vedi, sono diventata una donna piccolo borghese, di mezza età, con famiglia…"
E lui? Magari si sarebbe scusato di essere un pochino più avanti negli anni. E come sempre galante le avrebbe magari detto: "però, non l'hai perso quel tuo sguardo al fosforo, col quale mi frustavi di occhiate e curiose golose in piazzetta…"
Ah già…! Le aveva poi anche scritto una poesia in cui usava frasi del genere, sullo sguardo al fosforo, sul gelato cioccolato e limone, con le biciclette in piazzetta…
Ma dove poteva averla messa? Cazzo! Mentre il disco stava finendo di suonare provò a frugare tra vecchi quaderni… Niente!
E magari, lui invece ne aveva tenuto una copia di quella poesia… E rincontrandola che l'avrebbe fatto omaggio…
Già, troppo bello così, si disse dandosi dalla sciocca…
E poi magari si sarebbero anche rivisti, tante volte, clandestinamente, che cosa avrebbero fatto insieme…?
Lasciò scorrere liberamente le sue fantasie immaginandosi cose che aveva sentito raccontare, che a volte c'erano nei film o nei fumetti che guardava, e si sentì un po' strana.
Come se, mentre sentiva le chiavi nella porta di casa che si apriva ed entravano uno alla volta tutti quanti, lei fosse in due posti contemporaneamente. Nella cameretta, a togliere dal giradischi la musica, e anche là, nel futuro della sua fantasia, senza inibizioni o vergogna, a realizzare con lui quei giochi fantastici che a volte aveva pensato da sola prima di addormentarsi la sera.
Sentiva adesso, nel suo corpo adolescente, la donna matura che rincontrava una infatuazione di quand'era ancora fanciulla. E anche, non mancava nella sua mente, nelle sue mani, nel suo corpo la bambina che guardava in su con i suoi occhioni, ed era tutte e tre, contemporaneamente. La bambina birichina che guarda di sottecchi, la ragazza che era stata sgridata per essersi alzata tardi, e che era già stata baciata da un uomo vero, e la donna fatta, completa…
Che bello si disse fra sé.
"Mai dire mai…!"
Come tutte le volte che si raccontava delle storie da sola prima di addormentarsi.
Che bello se fosse così.
Che bello quando sarà cosi.
Ora non era assolutamente più di malumore.
E si fece trovare già in cucina che sistemava i piatti e le posate sulla tovaglia.

Dentro la mente e dentro il petto risuonava la canzone di prima, e saltellava tutta come l'acqua di un ruscello...



martedì 22 agosto 2017

L' I N C O N T R O




Non posso assicurarlo al millesimo di secondo, ma ai fini che ora mi propongo è sufficiente una discreta approssimazione. Diciamo allora che erano le 17.29. Minuto più minuto meno. Contrariamente al solito, data la calura di questo agosto avanzato, invece che con la moto o addirittura con la bicicletta mi ero avventurato in città a piedi.
Sì, da tempo tu me lo stavi a dire. "Devi cercare di fare un po' di moto sei troppo pigro ti fa bene molto per la circolazione e per smaltire il colesterolo e le tossine".
Ebbene si. Mi ero legato l'esiguo codino di capelli, per il quale avrei dovuto aspettare ancora qualche mese per poterlo esibire in modo più dignitoso, calzavo dei sandali di cuoio, un paio di vecchi jeans, una camicia svolazzante senza colletto e sul capo uno dei miei Panama bianchi della collezione.
Venti minuti sotto il sole stavano cominciando a dare i loro effetti sulla mia camicia. Ma tirai avanti di buon passo.
Avevo percorso il lungo viale alberato dove passano solo auto ed è raro incontrare persone. Perciò arrivai in vista della stazione dal suo lato sinistro.
C'erano in coda, e contai sulle dita mentalmente, 11 persone. Due ragazze africane. Una famigliola di ladini che subito individuai come peruviani, un ragazzo allampanato con gli occhiali che continuava a guardarsi in giro, e aveva un tic nervoso.
Proprio davanti a me un ciuffo di capelli cortissimi che non capivo se erano di un ragazzo o di una ragazza.
Ad un certo punto girò la testa e mi guardò in su. Due occhi intensi azzurro cielo.
Se era un ragazzo, temetti di non avere le idee chiare circa la mia definizione di genere.
Ne ero abbastanza attirato, attratto e piacevolmente incuriosito. Le ciglia lunghe e il tono di voce mi rassicurarono. Non era una voce acuta di ragazzetta ma era sicuramente femminile.
Aveva un tono di voce e una pronuncia che denotavano che non eri italiana anche se parlava molto bene la nostra lingua.
Come fanno spesso i giovani ma anche gli stranieri a volte, mi apostrofò dandomi del tu.
«Ma è sempre così lento questo posto dove si fanno i biglietti del treno? Tu non ti sei ancora scocciato? Devo solo prenotare fra una settimana e sono qui già da 20 minuti… Fra un po' mi piscio addosso…» E fece un sorriso malizioso, nella convinzione di aver detto qualcosa di trasgressivo.
«Ha ragione mademoiselle, è imperdonabile che ci facciano perdere che ci facciano perdere tanto tempo, e che siano così lenti… Ma forse se non ci fosse stata la coda lunga non avrei potuto ammirare i suoi occhi…!»
Fece una risata, e i suoi occhi mandavano una musica piacevolissima…
«Ma tu, fai così con tutte le donne e ragazze…?»
«Certo che no… Solo con le ragazze che mi sconvolgono affascinanti e seducenti come te con i tuoi capelli corti da ragazzetto…»
Ero passato anch'io a darle del tu… Ridacchiavo sornione… E sentivo dentro degli accordi di violino che mi pizzicavano il plesso solare fino alle scapole.
Più tardi eravamo seduti insieme a un tavolino rotondo nella piazzetta delle erbe. Il gelato faceva schifo. Ne avanzai  metà. E  mi feci portare un'acqua tonica con ghiaccio e limone.
Capelli corti si era messa ad arrotolare una sigarettina. Io davo boccate alla pipa.
Mi raccontava di posti in cui era vissuta, che aveva visitato, di persone bizzarre che aveva incontrato… Non le stavo però prestando molta attenzione… Le sorridevo compiaciuto, seguivo a senso quello che mi diceva, ma ero pervaso completamente dall'atmosfera e dell'effetto di insieme. Non  sentivo neanche più il caldo e il sudore che avevo addosso.
Vedevo  e seguivo a flash le immagini che mi raccontava. Passando continuamente da una all'altra. Galleggiavo.
Le risparmiai il lunghissimo e travagliato racconto della mia esistenza. Anch'io con brevi flash. Quelli che mi venivano. Buttai fuori il mio repertorio di frammenti di Lorca, Dante, Beckett... Spezzoni.
Ascoltava attenta, tirando boccate di fumo dal suo sigarettino un po' storto.
Mi  regalò visioni rapide colorite profumate della sua infanzia di bambina, pregne di saporosi odori di legno di bosco di prato di pioggia sul terreno… Di visioni d'acqua di fiumi, laghi, lembi di mare… Nella sua terra remota dell'infanzia. Di cui diverse volte mi pronunciò il nome, e io ridendole confessai che non l'avrei mai ricordato, ma che avrei ricordato sempre il tono della sua voce, le immagini che mi aveva regalato e il suo sguardo…
Quando ci alzammo dal tavolino mi chiede consiglio per dove pernottare. Buttai lì alcune cose che mi venivano in mente, non sapendo le sue disponibilità economiche… Poi ricordo che ci avviammo in una danza di lenti passi, a tirare in lungo… Il più possibile… Almeno da parte mia.
Gironzolammo un po' di qua e di là. Senza  una meta senza una direzione. Lasciandoci trascinare dai passi. Traversammo  probabilmente il viale delle carrozze. Ne ho delle visioni verdi, indistinte, ma comunque vivide. Tutto  quello che esisteva era circondato immerso sprofondato e nuotava nell'atmosfera magica e sognata. Cullato dalla sua voce, dalla sua pronuncia talvolta un po' ostentata su alcuni termini, e della mia voce che mi rimbombava dentro nel torace, nella testa, nella mente.
Ad un certo punto ripiombammo nella realtà.
«Allora  dici che devo cercare un albergo di quelli che mi ha elencato tu? Una pensioncina? Torno a prendere in stazione il bagaglio che ho depositato. Quale dici che è meglio secondo te?»
Come atto involontario e istintivo il nostro passeggiare mi aveva spinto ho portato dalle parti di casa mia. Ricordandomi la frase che aveva detto mentre eravamo in coda alla stazione, le chiesi se ancora avesse bisogno di fare la pipì.
Buttò fuori una risata sonora, tonale, calda…
«Ma mica vuoi che la faccia come voi uomini qui in mezzo alla strada…!»
Poi fu incuriosita da venire su a vedere dove io abitavo. Rise quando vide la palestrina con tutti gli attrezzi, e seppe che non la usavo quasi mai… Volle staccare una piccola rosa carnosa nel giardinetto pensile della terrazza in mansarda. Dopo avermene chiesto il permesso con uno sguardo supplice implorante e seduttivo.
Si sedette sul lettuccio della camera degli ospiti in mansarda. Ci saltò sopra facendo un po' suonare le molle.
Poi mi diede uno sguardo che era una domanda.
«Tu vivi da solo in questa grande casa? No, voglio dire, c'è una donna che vive con te?»
La rassicurai e la tranquillizzai. Vivevo da solo. In quel periodo ero particolarmente singolo. In  una delle mie fasi ricorrenti di scapolo impenitente.
«Ma le donne che hai conosciuto sono tutti un po' stupida allora…! Non ti hanno mai guardato bene e valorizzato… Comunque fatti loro…»
La portai in moto  al deposito bagagli a ritirare il suo zaino. Lo buttò in un angolo e mi chiese se avevo qualcosa da mangiare. Però in quel momento né io né lei avevamo ancora appetito di cibo.
Mi sedetti sul divano di pelle rossa. Lei si mise in ginocchio davanti a me accucciata. Per alcuni lunghi momenti ne io ne lei dicemmo nulla. Poi sfiorai i suoi capelli cortissimi con la mano. Mi lasciò fare. Quando la mano discese sulla guancia accostai un dito alle sue labbra. Me lo lasciò entrare.
Stavo per accendere il condizionatore, ma lei fu più veloce di me.
«Fa un po' caldo qui, io mi tolgo la maglietta se tu non ti scandalizzi…»
Aveva un seno minuto e piccolissimo. Grazioso. Mentre tirava boccate di fumo da un'altra sigarettina che si era arrotolata, le sfiorai il seno sinistro e sentìi il capezzolo irrigidirsi.
Non fu disturbata ma piacevolmente contenta della mia confidenza manuale.
«Però è da quand'eravamo alla tua stazione che devo andare a fare una pisciata, da che parte è?» E ci si diresse spigliata tranquilla e sicura. Poco dopo vidi il suo nudo bianco di latte ritornare. Rimase ancora un pochino accucciata in ginocchio, seduto sui propri talloni. Poi cominciò slacciarmi la camicia. La buttò in un angolo. Mi sfilai la cinta dei pantaloni.
A quel punto mi salì a cavalcioni sulle gambe, e accostò la sua guancia alla mia.
Aveva delle labbra profumate morbide delicate solo leggermente umide. Frugò con le lingua e le labbra la mia bocca. Mentre io le mettevo una mano dietro la schiena carezzandole delicatamente e garbatamente i glutei.
Sentivo il suo petto minuto e sodo contro il mio peloso.
I capezzoli rigidi come due piccole caramelle mi carezzavano.
La mia mano destra si infilò tra i suoi glutei, e con il dito col quale ero entrato nella sua bocca ancora umido di saliva, esplorai il suo piccolo nido posteriore. Si  dilatò per farmi passare.
Le posi le mani sotto entrambe le cosce, la sollevai contro di me alzandomi dal divano. Si reggeva avvinghiandomi con le braccia al collo.
La camera attigua era già fresca e il condizionatore stava facendo il suo lavoro.
La feci sedere sul bordo del letto. Io rimasi in piedi davanti a lei. Prese garbatamente dolcemente la mia carne e cominciò a leccarmi e a succhiarmi…
Era piacevolissimo. Prima che la piacevolezza diventasse eccessiva, scostai delicatamente la sua piccola testa dalla mia carne. La misi sdraiata in mezzo al letto. Le posi un cuscino sotto le natiche. Lei teneva le ginocchia sollevate e le cosce alte.
Tutt'intorno gli specchi ci regalavano il cinema come avevano fatto mentre lei mi prendeva in bocca. Senza farci troppo distrarre dalle immagini, ci concentrammo sulle nostre carni congiunte, io ero entrato nel suo morbido pube di ragazza glabro e depilato, sentivo la sua carne accogliermi generosa, morbida, carezzevole, intensa…
Poi restammo un pochino sdraiati. Io guardavo i suoi occhi azzurro cielo. Ne ero estasiato. Cercavo di parlare il meno possibile.
La baciai sul collo, sui seni, le carezzai a lungo la valle morbida della sua schiena.
Poi  fu lei a girarsi e a mettersi ginocchioni. Visitai con un dito e poi con due il suo piccolo sfintere bruno, umettato di olio extravergine pronto nel cassetto del comodino.
Poi entrai nel paradiso della sua carne in piccoli morbidi colpi e pulsioni. Afferrandola e tenendola per i fianchi. Assecondando i movimenti pelvici miei e suoi.
Lei girò lo sguardo qualche volta e seduttiva e accattivante mi chiese di picchiarla sui glutei.
«Dammi delle sberle, e intanto inculami forte mio bel bestione… Mi piace… Mi piace tanto così…»
Seguii con la coda dell'occhio le ore digitali proiettate sul soffitto. Credo di ricordare di avere continuato così per 20  o 30 minuti.
Poi  finalmente mi lasciai andare. Ululando  e mandando grugniti da bestie in calore.
Avevo incontrato questa ragazza da poco. Non ricordavo neanche la terra e la località da cui arrivava. Ma avevo goduto come non mi era mai capitato nel suo corpo fantastico.
Rimanemmo a carezzarci la pelle il sudore reciprocamente.
Quindi allargare le sue piccole cosce bianche e accostai le labbra alla sua vagina di ragazza.
Con la lingua carezzavo in tutte le direzioni le piccole labbra e il clitoride. Avevo il fiato affannoso. Ad un certo punto cominciò ripetutamente a pronunciare: «sì, così, si, Siiiiiiiiiii…»
Finché fu il suo turno di urlare di gioia, come una cagna in calore scatenata.
Posi il capo sul suo piccolo ventre bianco. Percorso da ondate che andavano dalla vagina al plesso solare. Con la guancia gustavo la carezza di quelle pulsioni.
Credo che dopo ci addormentammo per un po' di tempo entrambi.
Quando parti per la sua destinazione che non ricordo, gli regalò definitivamente l'immagine di quell'istantanea apparizione concreta reale fantastica onirica meravigliosa.
È forse improprio dire che parti.
Probabilmente  non partì mai.
E continuò a venirmi a trovare per giocare con me di nuovo. Le  piaceva il film che vedevamo negli specchi e con gli occhi interiori.
A  questo punto non so più dire dove finisca la realtà del ricordo. E dove invece cominci la realtà quotidiana. Certo è che la vita è sogno. E questo sogno me lo porterò avanti il più a lungo possibile. All'infinito. E anche oltre.



lunedì 21 agosto 2017

ODORE D'INFANZIA

ODORE D'INFANZIA

gironzolava nel suo passato
di bambina remoto e lontano
eppure ancora tanto vivo e presente

sentiva il mondo
odore di cibo e di legna
di ferro di bosco di pino

gli attrezzi da giardino e i chiodi nella legnaia
lontano lo sfondo del lago da allargare il cuore
la pioggia regalava un profumo intenso
sulle piante sui fiori e sulla terra bruna

odore di fumo del camino
le ciotoline di latte dei gatti
mentre il piano suonava bach

le piccole dita premevano i tasti bianchi e neri,
sognando di fare uscire una musica viva
già bell'e pronta

sentiva vivo presente attuale tutto quanto
e lo sentiva con la sua anima di bimba
che teneva dentro calda palpitante

e continuava ancora giocare saltando dentro e fuori
a piedi uniti in quell'infanzia dorata da fiaba

passato e presente fusi insieme

che le tremava l'anima



G O L E M

il golem molleggiava  incerto la sua mole fradicia
di molle fango e sabbia sulle immense piante dei piedi
al terminal numero zero lato partenze
per destinazione differita e cancellata
stritolando tra i denti polvere secca di fondi di caffè
e cenere di tabacco di pipa

maestro schiavo allievo di se stesso

stava muovendo i suoi passi

verso il proprio ignoto destino

la sua anima androide umanissima
tossiva colmando il deserto
di rena impalpabile tanto

da farci clessidre eterne

ODORE D'INFANZIA

 ODORE D'INFANZIA

gironzolava nel suo passato

di bambina remoto e lontano
eppure ancora tanto vivo e presente

sentiva il mondo
e l'odore di cibo e di legna
di ferro di bosco di pino

gli attrezzi da giardino e i chiodi nella legnaia
lontano lo sfondo del lago da allargare il cuore
la pioggia regalava un profumo intenso
sulle piante sui fiori e sulla terra bruna

con quello di fumo del camino
le ciotoline di latte dei gatti
mentre il piano suonava bach

le piccole dita premevano i tasti bianchi e neri
sognando di fare uscire una musica viva
già bell'e pronta

sentiva vivo presente attuale tutto quanto
e lo sentiva con la sua anima di bimba
che teneva dentro calda palpitante

e continuava ancora a giocare saltando dentro e fuori
a piedi uniti in quell'infanzia dorata da fiaba

passato e presente fusi insieme

che le tremava l'anima

Nanni OMODEO ZORINI Qfwfq

domenica 20 agosto 2017

" OH...CARA MORT"



" OH...CARA MORT"
odore verde di taglio d'erba
appiccico sudato nell'auto aperta 
dorme ancora sempre la ragazza diafana
nel suo panno di lino consunto
e basta pregarla così 
OH CARA MORT
e sentir così di lontano la sua anima
consentire muta di parole
sorride scarna impudica
dal suo tempo molto lontano
ho imparato a gustare il suo riso mesto
NON È TIMORE SAI DILLO
la voce murmure e sorda 
parla idiomi stranieri
NON È TIMORE SÌ VAI TRANQUILLO
NON PAURA ALCUNA DILLO PURE
quel tanto che basta è sentirlo dentro
ricevere assenso e conferma 
SÌ VAI PURE
la preghiera istantanea chiede e riceve
all'unisono e via a vivere il regalo donato
OH CARA MORT ed è fatta
l'hai pensato ed è fatta
riposa sorella che doni la pace del cuore
sorridi e sogna il tuo sogno col mio
Nanni OMODEO ZORINI Qfwfq
(Una preghiera affettuosa e laica, molto laica, alla Morta di Agrano... sconosciuta defunta di secoli remoti, "santa", venerata da chi l'ha incontrata... ricevendone i favori)

CICALE ASSASSINATE

Cicale assassinate urlano
la loro disperazione dai mandorli carichi
mentre la notte si colma
di odori, che il vento regala
Rapidi e aggressivi
scarafaggi indiscreti descrivono
con rapidi voli
percorsi scomposti, nelle case fatiscenti
Un mare fresco accoglie
i corpi nudi, placando un poco dell'arsura
d'un sole implacabile e della sete,
inesausta, del tuo corpo,
irrimediabilmente assente
10,V11,80 Nave Tylos - KOS

Sì, la corriera per l'Ossola,...

Sì, la corriera per l'Ossola,...
la corriera per l'Ossola!
con queste epidermidi bianche di formaggio
rosate, come di porcellini,
profili duri e contadini, 
sorrisi burrosi,
parole di legno;...
la corriera per l'Ossola...
Asini affardellati e piedi ciondolanti
dalle some gravose.
Corpi tondi e traboccanti di ciccia
di ragazze greche, travestite da turiste
che sfiorano con contatti appiccicosi,
in curve e frenate.
Così vicini alla costa turca,
che compaiono i primi girasoli,
nei giardini bruciati, a fatica
protetti dall'ombra, degli oleandri.
K..,L..,T..,X... danzano e si rincorrono,
quasi con significati,
non fossero che musica,
come lo sciabordìo del mare,
il ragliare di un asino triste,
la sirena di una nave.
La corriera dell'Ossola!
quella saliva tra i castani e le robinie
il cuore bambino si colmava di verde ombra fresca,
tremolante di speranza,
aspettative, nel petto tamburellante
di emozioni.
Nonna Emma,sul balcone,
a imparare a morire ,
sigarette da fumare nel cesso,
le mosche da schiacciare sotto la tendina,
piccole stupide mosche di stalla,
schiattavano lasciando
una macchia rossa sulla tela.
Il Devero che scorreva tra i sassi
lisci cantando una canzone d'acqua,
solo più continua.
La corriera dell'Ossola ..."Ja",
profili lontani di rilievi brulli,
ventate di origano, di timo e di gelsomino,
di salvia.
Vecchi seduti ai tavolini fanno
saltare i rosari
ritmicamente, fra le dita
salmodiandoci dietro parole
come granelli di sabbia di quarzo
formiche dal culo alto,
come odalische, che volano sulla spiaggia
rovente, curiose e guardinghe
insistenti e leggere.
La corriera dell'Ossola ti porta a Kardamena
si confondono facilmente idiomi lontani
e a Baceno c'è il molo e
si mangiano "souvlaki" con le olive, davanti alla teleferica di Goglio
cullati, solo, nel sonno,
da ombre trasparenti di ragazze
che ti baciano con labbra umide.
12.07.80 Kardamena

FANTASMINI DI GESSO COLORATO

FANTASMINI DI GESSO COLORATO
e dice che camminavano piano sai
quasi con passo di danza alternato
battendo garbati con gusto il piede
a farne ritmo e saltarello e gavotta
ma non è certo credimi
lo diceva forse solo così per dire
e per colmare l'alba distesa d'agosto
delle farfalle dei suoi pensieri
quasi elfi o folletti da fiaba
piccoli fantasmini
solo caricature del terrore
e forse anche si stava burlando di me
di te di noi di tutti del cielo disteso
e spalancato come un mare in vacanza
meglio senz'altro allora magari
che tu continui ad agghindarti
per il tuo mattino
sussurrando piano piano di nuovo
è tardi è tardi è tardi devo andare
la regina che ho dentro mi sgriderà
mentre abbozzi un sorriso
e guardi con gli occhi in su
nella bambina di sempre che sei
e sogni dentro anche tu
un passo di danza
folletto e fantasmino leggiadro
e vai leggera che la strada è libera
a giocare il campanone disegnato
sul cemento con gessi colorati

CANDIDE

CANDIDE
(Il migliore dei mondi possibili... E poi lo sostiene anche Lebniz...!)
e no certo noi neppure aspettiamo più
trasbordi fantasiosi con rottami sgonfi 
verso l'eldorado della terra di bengodi

già ci siamo qui dove le pozze d'acqua evaporano
i nevai mostrano il fondo di sassi ed erba
e l'elefante si è già estinto da tempo
e possiamo dunque buttare a mare e barattare
ondate nuove di gente che vorrebbe magari vivere
estinta l'antilope il formichiere gigante ma forse
sopravvive ancora il buffo rozzo cugino
del neanderthal camuffato da hom salbadg
che annaspa soffocato tra orde di benpensanti
e misura la temperatura percepita nell'ano del pianeta
e si appresta a trangugiare la merda propinata
da chi dice che la situazione è sotto controllo
che il pil è stabile che la calura è un castigo di dio
l'occupazione è in crescita la destra è sinistra
la guerra è un obrobrio e intanto vende le armi
qui da noi da soli allestiamo barconi sgangherati
per condurre noi stessi da qui a qui
da A ad A’ tappandoci il naso per il tanfo
verso nuove reiterate votazioni compulsive
verso il nuovo già fracido in partenza
abbi fede fratello e prega chi governa
le basse e le alte pressioni e il mercato
la situazione è sempre solo sotto controllo
e basta un buon manganello e qualche tortura
per rimettere l'ordine e spegnere ogni dissenso
che non si è spostato l'asse terrestre o
è scivolata di dosso al pianeta la cintura equatoriale
niente problema tutto normale e solo è la norma
ad essere fuori di sesto lascia fare
mangia bevi e vai in vacanza
con la cessione del quinto o i soldi della suocera
che sotto la mattonella altrimenti fanno la muffa
ma certo che noi non aspettiamo scafisti
siamo già gli scafisti di noi stessi
paghiamo i debiti delle banche ai nostri danni
viviamo nel migliore dei mondi possibili
anche se è un bel mondo di merda
e candidi candide anche noi ringraziamo
il demiurgo divino l'orologiaio folle
che ce l'ha regalato che poi non è neanche vero
quello che dicono sul caldo percepito
sul tanfo percepito
sull'orrore percepito
che sono tutti certo anarchici black bloc
la carne italiana è la migliore
le scarpe italiane le mutande italiane le lacrime italiane
la rabbia blasfema italiana le tombe italiane
i quaranta gradi all'ombra italiani
le condotte d'acqua che fanno acqua e non la conducono
la rassegnazione italiana
la rassegnata rivolta totale italiana
mugugnata e basta