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lunedì 9 luglio 2018

LA STREGA NASONA

LA STREGA NASONA



«Raccontano le antiche leggende…»
-Ma scusa a chi lo raccontano…? E come fanno le antiche leggende raccontare?-
«Insomma, vuoi che te la continuo, questa storia, o non ti interessa e preferisci che giochiamo a qualcos'altro…?»
-Ma dai, ho scherzato, babbo, continua… Che cosa raccontano le antiche leggende?-
«… Raccontano che c'era in un posto che non può essere nominato qui, una strega che veniva chiamata da tutti "STREGA NASONA".
Tutti l'avevano sempre presente giro per un motivo o per un altro da quand'era ancora bambina. Anche a scuola la maestra come la sua mamma, senza dire esplicitamente che la riteneva una sciocca, una sprovveduta, usava delle espressioni contorte: "si, anche lei, non si può negare, qualcosina sa fare anche lei… Anche se... però…"
Fatto sta che lei aveva finito addirittura per convincersi di essere una persona insignificante, una scioccherella , e se ne stava sempre per conto suo con il cappello a cono che usavano un tempo le streghe… A preparare degli intrugli che mescolava nel suo calderone con un grosso mestolo di legno… Naturalmente gli intrugli non piacevano né a lei né a nessun altro… Ma essendo una strega… Le toccava pur farli, no?
Fatto sta, comunque che un giorno che stava mescolando tutta annoiata nel suo calderone, sentì bussare alla porta. Toc toc… Toc toc e ritoc…
Nessuno l'aveva mai cercata specie negli ultimi tempi. Si affacciò alla porta. E chi vide? Un uomo tutto malandato, con un cappellaccio malconcio in testa, vestito malissimo e con le scarpe tutte scalcagnate che gli si aprivano sul davanti. Lei capì che si trattava di un caminante. Quelli che una volta andavano in giro a piedi per paesi e campagne e cascine a cercare qualcuno che desse loro qualcosa per sopravvivere. La gente voleva bene caminante perché erano bravi ad ascoltare. E soprattutto erano bravi poi a raccontare quello che avevano ascoltato in altri posti. Erano un po' come dei telegiornali ma molto meglio perché raccontavano cose vere.
Lei lo fece entrare e lui si mise a raccontare questo a raccontare quest'altro… Poi a un certo punto dopo averla guardata in faccia con i suoi occhi strani e scuri, le propose di fare una magia… "Dicono che tu vieni chiamata e credi di essere davvero la STREGA NASONA. Ora se permetti metto una mano sulla tua fronte, la basso sul tuo naso e… Voilà…!" Aveva afferrato una cosa che ricordava una buccia di patata rinsecchita e di cartone che stava sul naso della strega. E con delicatezza l'aveva preso e tolto di la… Lei mise subito le mani sul suo naso e si accorse che era un altro normalissimo. Non aveva in casa uno specchio perché in quei tempi non si usavano e dicevano che portavano sfortuna e che si commetteva peccato che si andava all'inferno… Però lì fuori c'era la fontana. Si tolse il cappellaccio a cono e a punta e si guardò nell'acqua che rispecchiava il suo volto…
"Caspiterina… Ciur bis… Perbacco baccone…. "  Esclamò senza fiato  " non sono mica poi così brutta senza quel finto naso a patata…"
Intanto il caminante per mostrare come stava sorridendo contento 1002 dita sotto la gola e in un colpo si tolse la maschera da caminante con barba cappello e  vestitaci brutti compresi… E anche lui si fece la magia e la caminante si trasformò in un rozzo ma pur simpatico e sorridente hom- salbadg…
"Caspiterina… Ciur bis… Perbacco baccone….
Ma allora non sei un caminante povero e malandato sei il famoso hom- salbadg di cui tutti parlano e che viene giù dalle valli dell'Ossola…
Lui si mise allora a raccontare delle storie magiche delle valli ossolane… E anche delle storie molto tristi di quando a Croveo ad esempio qualche secolo prima erano arrivati gli uomini della Chiesa e avevano fatto l'inquisizione e avevano condannato delle donne che erano brave inventare sistemi per guarire e le avevano condannate come streghe sul rogo.
La strega, non più nasona ormai, era contenta di sentire come lui valorizzava invece di denigrarla alla categoria delle streghe…
Ogni tanto dava ancora qualche giro con il mestolo di legno nel calderone… Si scusò con lui dicendogli che era una schifezza e lo faceva solo perché sul manuale delle streghe c'era scritto così… Gli chiede se aveva fame perché di là aveva delle buone cose… Della pancetta affumicata… Dei salamini della duja… Del pane di segale e delle castagne bollite con il miele…
Per potersi mettere a mangiare però, l'hom- salbadg fu costretto a fare un'altra magia se stesso… Mise di nuovo due dita sotto il mento… E voilà… Si tolse la maschera da hom- salbadg… E sotto che c'era? Uno dei più bei principi di tutte le favole… Con un bel vestito azzurro decorato d'oro… Lo spadino di alluminio argentato alla cintura… Insomma a questa terza trasformazione che aveva guadagnato…
Anche la strega che ormai ci converrà chiamare la ragazza perché di strega non aveva più niente, si tolse il vestito atto brutto marrone scuro e puzzolente di fumo, e sotto aveva un bellissimo vestitino di tulle tutto ricamato…
Insieme si misero a preparare la tavola con delle ciotole di terracotta e di legno.
Ma mentre si era girata per prendere dei bicchieri di stagno nella credenza, nel tornare a guardare verso di lui, vide che si era messo un cappelluccio da menestrello… Ed ha una borsa che portava a tracolla, come normalmente fanno sempre tutti i menestrelli, aveva estratto una viuela, una piccola cetra e un mandolino…
E allora si mise a suonare, a cantare, e la ragazza che credeva di essere brutta si mise a danzare… E quando non ce la fecero più a danzare tutti e due dandosi il braccio, e si furono rifocillati mangiando le leccornie che lei aveva messo in tavola… Si guardarono negli occhi…
"Se tu vieni ancora trovarmi, menestrello magico, ti preparo un cibo buonissimo… Vado nei prati e raccolgo tutte le erbe buone da minestra, il cicorione, gli asparagi selvatici,i louvertis…, E ti faccio un pranzetto come si conviene…"
Il principe menestrello la guardava estasiato… Da quando l'aveva vista il suo cuore aveva cominciato a battere: tu-tum, tu-tum, tu-tum…. Ed ebbe paura che gli venisse una fibrillazione atriale, un extrasistole, e gli mancava anche il fiato…
Allora si decise. Si alzò dal sedile di legno di quercia, e come facevano una volta i principi, piegò il ginocchio a terra, le prese la mano, gliela baciò e le chiese con la voce tremante:
"ma allora, cosa ne dici se io ti chiedo di sposarti? Vuoi essere mia sposa?" E rimase lì ad aspettare la risposta con la bocca aperta…
Lei sorrise, poi si mise a ridere, poi quasi quasi stava per piangere… E gli fece una domanda strana: "ma tu queste proposte le fa ha tutte le ragazze che incontri?"
Col poco fiato che gli era rimasto, mentre quasi gli veniva da balbettare, lui rispose:
"questa proposta non l'ho mai fatta a nessuna ragazza… Ed ero pronto a far la quando fossi stato sicuro che avrei incontrato la ragazza più bella del mondo… La donna della mia vita…"
Poi si misero d'accordo per il matrimonio… Lui sarebbe rimasto ad abitare dove stava già. E lei pure… Ognuno per conto suo. Perché così ogni giorno ogni momento ogni notte potevano avere il piacere di cercarsi di incontrarsi di avere di nuovo il batticuore e di regalarci il piacere di ritrovarsi di nuovo…

-Questa volta ne hai inventata una totalmente nuova babbo… Ma allora anche loro erano contrari al matrimonio? Secondo me hanno fatto bene. Così potevano regalarsi solo i momenti più belli e gli istanti migliori. Se lei voleva poteva preparargli le minestre ma solo perché piaceva a lei farlo. E se lui voleva poteva portarla a cavallo nei boschi, cucinarle la casseula   e la paniscia...-

E la ragazzina aspettò che il padre si fosse caricata e accesa la pipa ricurva. Poi prese la sua manona nella sua. E si incamminarono. E mentre andavano lei si mise a cantare una filastrocca che le piaceva… E intanto faceva fare l'altalena alla propria mano e a quella del babbo avanti indietro come il battacchio di una campana… Din Don din Don…

Poi, e smise di cantare la filastrocca, e guardandolo dal basso in alto gli chiese:
"ma allora babbo, non esistono le streghe o le bambine brutte nasone… Forse dipende se sono felici e se hanno qualcuno che gli vuole bene… Io senz'altro non sono né strega né brutta né nasona… Perché tu mi vuoi bene… E poi che quel ragazzino di quarta C che mi fa sempre gli occhioni dolci. E certe volte mi fa assaggiare la sua merenda nell'intervallo.

domenica 8 luglio 2018

LE MAGLIETTE ROSSE

LE MAGLIETTE ROSSE


Per chi non ha capito questo come altri semplicissimi avvenimenti intenzionali, mi permetto due appunti. Il semiotico Charles Sanders Peirce aiuta in modo semplice a capire cosa significano questi gesti.
Questi sono dei segni: Comunichiamo con i segni: le parole, le espressioni facciali, le immagini sui cartelloni pubblicitari, i segnali stradali, alcuni suoni o colori sono segni.
Un segno, per definizione, è composto da significato e da significante.
Il SIGNIFICANTE è il concetto espresso, il SIGNIFICATO è il supporto materiale che lo esprime.(il significato e la traduzione)
icona: Abbiamo una ICONA quando il segno assomiglia al concetto rappresentato
Un SIMBOLO: quando il significante utilizzato è frutto di una convenzione ma non assomiglia al concetto espresso nella realtà
INDICE : quando il segno è naturale, non è frutto di convenzione e non assomiglia al concetto espresso che si intende rappresentare.
Le MAGLIETTE ROSSE, sono il significante, un segno che facciamo vedere; una cosa che noi diciamo e affermiamo… e sono anche un simbolo: vogliono dire = "emorragia di umanità"… Richiamano la maglietta rossa di uno dei tanti bambini annegati nel Mare Mediterraneo.  E  richiamano anche il colore del sangue.
[Vuoi vedere che nessuno dei RATTI che ROSICANO capirà questa cosa? Eh già… Loro mica leggono… L'ignoranza è proprio una brutta malattia!]

NAVIGARE OMBRA

NAVIGARE OMBRA

nel solco aperto dalla nave
spruzzi intensi di verde selva ai lati
ricadono nella propria ombra
navigando presenze che ormai
galleggiano nel proprio ricordo
e tane di terra bruna zuppa di foglie
e musi scuri di cinghiali
e pelo di setole di fumo
intento a odorare il proprio fortore
selvatico e ormai lontano

spalancata come una scatola di sardine
l'auto beve flutti di vento caldo
e si ubriaca di estate vasta
che trascina nel suo volo
ombre e sprazzi di luce
quello che era ombra odorosa

tutto scorre come un fiume
con pesci di ricordi di bosco
e funghi e felci e umido odore terroso
violentato dall'asfalto brutale
offerto alla corsa sfrenata delle auto

i ricordi olfattivi raccontano
la propria storia che vacilla
nel continuo andare e andare
senza scopo ne meta alcuna

e corriamo insieme anima mia
la tua immagine galleggia
mentre andiamo e andiamo senza fine

e anche forse
lo spazzaneve allarga un nastro grigio
che vibra ancora al correre intenso
nel fresco calore pungente
nell'aria rovente di luglio

e senti certo anche tu
la melodia del tempo
che ansima sul proprio fiato
l'impercettibile stillicidio
minuto  della sabbia
sul fondo della clessidra

e andiamo
andando
senza fine
amoremio



 «IL DRAGO PASTICCIONE

A quel tempo, in un posto che era tutti i posti, ma che si trovava molto molto lontano, tutti temevano molto un drago dal cappello con le piume.
A dir la verità nessuno ricordava di averlo davvero visto. Però… Dal tempo dei nonni e delle nonne tutti dicevano ai bambini: "guarda che se non mangi la minestra viene il drago e te la mangia lui…"
In effetti le minestre che facevano allora erano deliziose. Per cui il drago aveva poco da fare. Le mamme e le nonne ci mettevano tutte le erbe e le piante saporite che trovavano nei prati. Quando uscivano apposta dicendo che andavano per minestra…
Sicché il drago aveva dovuto organizzarsi per mangiare anche lui qualcosa visto che le minestre finivano tutte a cucchiaiate nelle bocche delle bambine e dei bambini.
Viveva in una radura sopraelevata che si alzava sopra il bosco. E con le sue unghione si era abituato ad arare il terreno. Quando aveva arato un bel po', tirava fuori dalle sue saccocce vari tipi di semi e di bacche. Li metteva a dimora. Talché il suo orto avrebbe fatto invidia all'orto del barone. Ma neanche il barone aveva mai visto quell'orto. E tra l'altro era un barone al quale non gliene fregava assolutamente niente degli orti. Stava sempre a rimuginare quali nuove leggi le quali nuove tasse inventare perchè era un po' sadico e si divertiva a tormentare e a vessare i suoi contadini.
I quali avrebbero voluto uno di quei baroni buoni e simpatici che organizzano festicciole, balli, e festival… Ma erano proprio sfortunati. Quei festival una volta, in un tempo lontanissimo, li organizzava il gruppo benefico "bandiera rossa". Ma ora si era dimenticato… Lasciava che a volte li facessero quelli delle "camice verdi". Me erano tutta un'altra cosa! Bevevano a crepapelle. Sparavano cazzate. Erano invidiosi e dicevano che il barone era ladrone. Perché volevano andare loro a rubare i soldini delle tasse…
Il drago tutte queste cose le sapeva. E a volte gli venivano delle lacrime agli occhi a pensarci. E diceva tra sé e sé, masticando fiammelle e fumo mentre parlava: "ma guarda un po' come siamo finiti in basso!"
Si annoiava abbastanza a fare il drago perché non aveva neanche una daraghessa che gli facesse compagnia. Solo una volta ricordava di averne intravisto una. Bellissima e fantastica. Ma non aveva osato inseguirla e l'aveva lasciata andare a fare la spesa perché andava a comprare le uova e il prezzemolo al mercato.
Borbottando le sue nuvole di fumo un giorno decise. Avrebbe attraversato tutto il resto del bosco. E sarebbe andato a incontrare gli umani.
Perciò si mise un vestito da saltimbanco. Sollevò i suoi pesanti e immensi piedoni. Che scuotevano il terreno ad ogni passo. E si mise in cammino.
Nel frattempo le bambine e bambini del villaggio, terminato di fare i compiti a studiare le lezioni e le tabelline, giocavano a moscacieca; saltacavallina; saltafossi; a bambole e a scopa d'assi.
Quando arrivò il drago saltimbanco, mancava ancora un po' di tempo prima che le mamme li chiamassero a fare merenda. Quando si sarebbero affacciate alle soglie delle case, e avrebbero gridato cantando:
"bimbe belle e
bimbi cari,
marmellata di lamponi,
con il burro sono pronte,
sopra il pane a gran fettoni…"
Stavano infatti discutendo tra loro per mettersi d'accordo a chi toccasse andare a nascondersi e a chi andare a cercarli.
Fu una bambina piccina con le treccine bionde, che lo vide arrivare.
Le si spalancò un sorriso immenso sulle labbra. Gli andò incontro.
E ingenuamente, come fanno le bambine e bambini, cascando dalle nuvole gli disse:
"ciao drago pasticcione, lo sai che ti sta proprio bene quel vestito da saltimbanco? Sei venuto a mangiare la mia minestra? Se aspetti un po' ti do una fetta della mia merenda… Vuoi giocare con noi?"
Il povero drago rimase senza parole. Si era messo anche un nuovo cappello con le piume. E fumava una pipa di schiuma. Sperando di non essere riconosciuto.
Diede la mano alla bambina… Anzi le diede la zampa… E la bambina la afferrò con tutte due le mani.
I bambini fanno in fretta a volersi bene.
A fare amicizia.
Ad accettare chi è diverso da loro.
In men che non si dica si erano messi a giocare benissimo.
Alcuni si arrampicavano sulla schiena del drago.
E lui rideva come un matto perché con i loro piedini gli facevano solletico.
E stavano giocando meravigliosamente quando cominciarono ad affacciarsi alle soglie le mamme: "bimbe belle e bimbi buoni…"
Il drago non sapeva dove andare a nascondersi. Sapeva che gli adulti degli umani non amano chi è diverso da loro. Cercò perciò di farsi piccolo piccolo. Di nascondersi dietro un cespuglio di rose. Ma ormai era stato individuato…!
Uscì il capo del villaggio. Si mise a suonare il corno. E a gridare all'impazzata:
"all'armi all'armi…
Chiamiamo gli armigeri…
Chi non è di questo villaggio se ne torni a casa sua…
All'armi all'armi…"
Il drago che era magico, a furia di cercare di farsi piccolo piccolo era diventato come una lucertola.
Un ramarro.
E il vestito da saltimbanco gli era scivolato via perché troppo largo.
E allora…»
Si era fatto silenzio. Il babbo che stava guidando il camper con la sua bambina, era rimasto incerto al semaforo. E non sapeva se andare a destra o a sinistra…
"Ma babbo, vai avanti con la storia… Poi decidiamo dopo dove andare… Eravamo proprio sul più bello… Dai continua…"
Ma il babbo era rimasto interdetto… Questa volta la storia che aveva cominciato andava avanti a ruota libera.
E lui non sapeva proprio come farla continuare…
Preferì allora usare un espediente che usava spesso in questi casi…
"Scusami Ciccio, la storia te la continuo dopo, magari questa sera quando saremo nel campeggio, dopocena prima di andare a dormire…
Ora non riesco proprio a capire che direzione devo prendere e non vorrei prendere una multa…"
La bambina lo osservò delusa.
L'aveva colto in castagna. Aveva cominciato una storia bellissima.
Ma non era stato capace di portarla fino alla fine…
Poi però lo guardò con tenerezza. Gli diede un bacio sulla guancia e gli disse:
"babbo, sei fantastico, ti voglio bene lo stesso, anche se sei proprio tu il drago pasticcione…"
Infine trovarono un campeggio.
Molto ombreggiato.
E c'erano anche due piscine. Una per i grandi e una per i bambini…
Da buon babbo sistemò il camper.
Fece rifornimento d'acqua. Vuotò le acque di scarico.
Montò la veranda.
Collegò il lungo cavo elettrico alla corrente.
E mentre faceva tutte queste cose, si arrovellava per cercare di trovare una soluzione al finale della favola.
Intanto la sua bambina aveva preso una palla a spicchi colorati e si era messa a giocare sul prato.
E dire, che lui era entusiasta di fare il babbo, e soprattutto di fare il babbo che va in vacanza con il camper e con la sua bambina.
Però quando attaccava le storie…
Era proprio un disastro…
A volte raccontava le storie degli antichi egizi o degli antichi romani.
E la bambina con i suoi occhioni lo guardava implorante, dicendogli che stava facendo una lezione, ma che quella non era una storia… era una vera noia…
Anche fare il babbo era diventato un mestiere difficile!
Nanni OMODEO ZORINI Qfwfq
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giovedì 5 luglio 2018

IL COMPLESSO DEL POLLAIO



IL COMPLESSO DEL POLLAIO
È proprio vero. A essere sempre vissuto in una casa autonoma, senza vicini sopra sotto di fianco a destra o a sinistra,…ci restava con gli occhi sbarrati, stupito con un sorriso ironico tutte le volte che notava le dinamiche.
Non dava confidenza a nessuno. Non si fermava a ciacolare, spettegolare, ascoltare o dire sciocche e stupide malignità.
L'aggressività ricordava molto quella del pollame costretto in uno spazio circoscritto.
Prima o poi anziché socializzare, chi ti stava lì di fianco cercava, trovava, o si faceva suggerire l'imbeccata …
Episodi banali, privi di assoluto fondamento o significato, diventavano l'occasione, il casus belli. Piccole coalizioni temporanee, fragili, pretestuose…
"Pare che il tal dei tali o la tale e talaltra abbia detto o fatto questo e quest'altro…"
E gli veniva quasi da ridere se non da intristirsi o da piangere per la miseria… Invece di cercare il confronto, avendo qualche rimostranza fondata o sciocca, parlarne con la persona giusta, becchettando il mangime e con i cocoricò lamentevoli, veniva preferito sparlare, o addirittura rivolgersi a qualche soggetto ritenuto superiore…
Chi ad esempio lamentava che qualcuno dal piano superiore sbattesse briciole o altro sulla propria finestra, se gentilmente lo faceva presente riceveva battute secche, sgarbate, e affermazioni senza capo né coda… Avrebbe dovuto lui stesso non avere le finestre in quella posizione, quindi era colpa sua… Aveva atteso sorridendo paziente quando qualche volta gli era stato bloccato e ostruito il passaggio dell'ingresso al box o in altri posti… Però, c'era sempre chi era pronto, appollaiato, a curiosare cercando l'occasione buona per lamentare che per qualche secondo lui aveva sostato con i suoi mezzi qua o là… o altre amenità...E non serviva a nulla far notare che oltre al tempo limitatissimo, restava spazio sufficiente per passare con un autotreno…
La logica dominante era quella di attenersi allo STEREOTIPO alla OMOLOGAZIONE non si poteva sgarrare altrimenti si veniva esclusi... o preso come bersaglio... Poi c'era la casistica delle regole condominiali; spesso imprecise, che lasciavano sempre lo spazio per aprire dei piccoli contenziosi… Perché il vicino aveva fatto questa quest'altro? Come si permetteva?
Erano evidentemente sempre episodi banali, irrilevanti, privi di fondamento… Perciò ottimi pretesti per scaricare aggressività, rancore, cercando di volta in volta il capro espiatorio.
E chi se ne stava per conto suo, evitando di farsi coinvolgere nei pettegolezzi, era un ottimo capro espiatorio…
Chi non accettava le provocazioni, diventava il malcapitato di turno…
Gli era capitato di dire che quel pollaio fosse un concentrato di attaccabrighe. Ma forse il difetto stava nel manico. Era la logica e l'atmosfera stessa di quel pollaio come di tutti i pollai che diventava terreno di coltura…
E stava ripensando ai suoi decenni sereni quando abitava altrove… Ci ripensò come fantasia e ipotesi per il futuro.
E poi come faceva spesso si disse:
"NON TI CURAR DI LORO MA GUARDA E PASSA"

DIVERSI



DIVERSI

beh si va bene babbo
però dopo mi porti al parchetto
che anche ieri non siamo andati
si certo va bene se lo dici tu
che sono diversi da noi
e certi hanno la pelle più scura
il naso un po' più largo si va beh
ma tu hai mai provato babbo
però non arrabbiarti dai
a guardare lo sguardo che hanno
si va bene uno sguardo diverso
sì però è molto bello sai
neanche le mie compagne più carine
guardano così bene negli occhi puliti
e allora forse mi piace quel diverso che ha
e anche le femmine sono diverse da noi no
e però a me e a te ci piacciono tanto

come tu mi avevi detto
ieri mentre giocavamo ho provato a dirglielo
di tornare a casa sua
e lui col sorriso dagli occhi bianchi immensi
ha risposto che non poteva
perché stavamo giocando
e che poi c'era la mensa
ma dopo sarebbe certo tornato a casa tua
che lui abita in via gorizia
proprio quasi vicino a noi sai

e ti dico una cosa babbo
però dopo non ti arrabbi vero
dai per il piacere
e mi porti lo stesso al parchetto
è proprio un po' diverso
e sa ridere meglio di me
credo proprio ma non ti arrabbiare
che lui è umano
come noi
sai

però
se non vuoi
non lo dico
basta
che non ti arrabbi
però





martedì 3 luglio 2018

PESCI NELLA RETE

PESCI NELLA RETE

Era  oltretutto estremamente imbarazzante. Da diverso tempo il sistema interno all'azienda era invaso di strani contraddittori vergognosi messaggi.
Si era limitato a leggere le prime parole e le prime frasi…
Tutta l'organizzazione ne veniva sputtanata…!
«Mio tenero e radioso… Dovunque aleggia lo sguardo dagli occhi pungenti… E neppur io posso sfuggirgli… Il tuo profilo che altri colleghi definiscono allampanato, è per me fantastico. Affascinante anche il tuo cranio lucido e senza capelli. E quel pizzetto di barba sfottente…
Quanto ci metterò ancora a palesarmi?
Ne avrò mai il coraggio?
Almeno a te prima o poi stanne certo dovrò rivelarmi…»
Una tresca amorosa? Lì… Proprio nell'azienda di cui lui era il direttore totale! Per fortuna nulla era ancora trapelato al di fuori, soprattutto nei confronti dell'utenza…
Schiacciò il tasto rosso del interfonico telefonico.
In viva voce: "certo dottore ...dica dottore... devo venire da lei dottore…?"
Cercò di non gridare ma disse con tono concitato: "ma certo, come minimo, devo venire io da lei per caso ragioniere? O preferisce essere chiamato dottore ...anche se lei è laureato in economia e commercio e non come noi… Allora si muova dottor ragioniere… Che qui la misura è colma!"
Entrò uno sguardo abbastanza intelligente. Che preferiva mostrare condiscendenza e quasi sottomissione al suo capo…
"Ho preferito, direttore esimio, risparmiarle la lettura dell'intera mail… Perciò se vuole le posso relazionare in sintesi tutti i dati che ho raccolto e che ci permettono, col suo consenso, di avere le idee un po' più chiare..."
Con aria scocciata di disappunto l'altro gli fece solo un cenno di continuare.
"Il soggetto in parola utilizza sia nell'indirizzo di posta elettronica sia nella firma il nome, o lo pseudonimo, di Eufemia. Ma nel corso della mail, mi è parso di rilevare alcuni indizi significativi… Ecco, nella riga 56 può vedere come si esprime nei confronti del suo destinatario usando un nomignolo o vezzeggiativo ricorrente anche altrove… Sembra infatti prediligere molto i funghi e soprattutto i funghi porcini. «Mio morbido funghetto; mio boletus porcino…"
Il boss rimase interdetto.
Quel nomignolo gliel'aveva appioppato anni prima la buonanima. E non era mai più riuscito a staccarselo di dosso. Anche se ora nelle vicende femminili accettava nomignoli di ogni sorta. Ma nessuno di essi lo riteneva così adeguato. E stentava a riconoscersi nelle paroline che le dipendenti, partner più o meno occasionali o durature o interessate gli attribuivano…
Non commentò. E fece cenno al subalterno di continuare.
"È riuscito comunque a scoprire qualcosa di più su questa Eufemia? È una nostra dipendente? Non che la cosa mi interessi particolarmente,e ma che aspetto ha? È almeno una bella donna...?"
Appurato e acclarato che comunque i messaggi erano rivolti alla sua persona, voleva vederci chiaro, cercare di trovarne qualche vantaggio… come si dice nel linguaggio parlato: *pararsi il culo*…
Gentile, senza risultare servile, l'altro continuò con una serie di particolari nella quale il capo azienda si stava perdendo e non ci capiva un bel niente… Ogni volta poneva domande… Ne riceveva risposte… E ne sapeva ancor meno di prima…
Fu quando ad un certo punto il dottor ragioniere sbottò con questa espressione: "… In sostanza Eufemia afferma di essere stat *o*  profondamente colpit *o* proprio da lei signor direttore…"
Credette in un lapsus… "Voleva dire essere stat *a* profondamente colpit *a* … Credo di aver capito male altrimenti…
Vorrei sperare e credere che si trattasse di un lapsus."
Ma in quel momento dalla porta a vetri vide stagliarsi la sagoma corpulenta al limite dell'osceno del capo relazioni con il pubblico.
Grasso.
Ma più che grasso flaccido.
Una immensa ameba mollica. Informe.
Fastidiosa.
Si guardò con il suo subalterno il quale fece un cenno di assenso e a quel punto fissò con intenzione il nuovo arrivato e se lo vide entrare…
Anche la voce era flaccida.
"Tra colleghi circola la voce di questa virale invasione della mail… E allora io mi sono sentito in obbligo, me lo permetta, signor direttore, di contribuire nel mio piccolo…"
I due sorvolarono sull'ultimo aggettivo…
"Ecco, vede, per quanto non siano un nutrimento particolarmente sostanzioso, lo confesso… ho sempre adorato le trifole, cioè quelle che tutti chiamano i tartufi, e in subordine tutta la categoria dei funghi buoni… commestibili… mangerecci… E, se mi permette ancora…..."
Il direttore lo guardava con sguardo torvo e il ciglio abbassato.
Stava firmando senza neanche guardarle delle pratiche di routine.
E fu proprio a quel punto che la penna stilografica, placcata oro , che gli avevano regalato i dipendenti come atto di omaggio servile all'ultimo suo compleanno, gli venne ghermita… Appoggiata sulle scartoffie… E quella mano destra gli fu afferrata dalle mani grassocce che vi appoggiarono in modo stucchevole e umido un bacio…
Dietro le pareti vetrate stavano formandosi dei capannelli.
E nei capannelli si parlottava e si *faceva capannello*… E a quel momento i vetri infrangibili non riuscirono a trattenere un brusio che divenne una risata immensa clamorosa inondante…
Il pesce Eufemia era caduto nella rete.
Anzi ci si era tuffato intenzionalmente.
Il direttore, senza fiato, gli occhi sbarrati, lo stava guardando…
E a quel punto era difficile dire se con stizza, fastidio, irritazione…
O con qualche altro sentimento…

-ma, papo, questa volta hai proprio superato te stesso!-
Esclamò la ragazzetta che gli stava seduta accanto a tavola...
- ma davvero dove lavori tu ci sono degli zombi del genere? Ecco perché allora non ti lamenti quasi mai quando vai a lavorare...!-
E gli schioccò un bacio sonoro sulla guancia, che gli lasciò l'impronta rosata del sugo di pastasciutta...


lunedì 2 luglio 2018

L'IO PONE IL NON IO NELL'IO

L'IO PONE IL NON IO NELL'IO

(Fichte, Johann Gottlieb)

«Ma come sostiene Venanzio da Mantova nel suo "mirabilia et altre cose", la realtà e, addirittura la vita stessa, non esistono assolutamente. Esse sono, al più, una pura simulazione..e neppure i soggetti che credono di vivere, sono i protagonisti di questa fantasiosa invenzione.
Ma la invenzione esiste in sé e per sé. Ed è lei stessa che racconta la vita,  racconta i personaggi e simula l'esistenza tutta.
Che sorpresa questo Venanzio da Mantova!  mi è simpatico ...
a parte il fatto che ho il dubbio se esiste davvero,  o sia mai esistito... oppure se sia un fanfarone.»
Provò a scorrere le pagine successive e si accorse che, chi aveva assemblato i pezzetti di quel manuale, incollando lì tra loro, si era sbagliato. Perché a quel punto continuava con una trattazione sull' insegnamento delle matematiche nei licei superiori!
Scorse ancora un pochino e arrivo ad un'altra parte fantastica, meravigliosa, affascinante e decise di soffermarcisì un pochino.
"COME CURARE IL MAL D'AMORE: rimedi officinali, pratici, alla portata di ciascuno...
È necessario, soprattutto che l'amore esista e che ne sia stata data una definizione, chiara, precisa e inequivocabile . Abbastanza tosta e difficile cosa, questa.
Se amore significa passione amorosa, erotica, sentimentale, piena di libidine, è certo altra cosa rispetto alla  accezione che qui si vuole trattare...
Se invece ha da intendersi l'amore come attrazione,  spassionata, seppure passionale, per l'altra persona, allora ci deve pur essere, come elemento essenziale, l'interesse per il bene di quell'altro...
Insieme, da questa relazione biunivoca, dall'uno all'altro, nasce una situazione veramente amorosa.
Passione, dunque, mista a incantamento..." Amor ch'al cor gentil ratto s'apprende presemi del costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m'abbandona..."
Noi due , Paolo e Francesca pensavano al piacere personale e reciproco,  e non solo l'uno dell'altro e viceversa... godevano come mandrilli, ma... Marco arrivò e li trafisse, duro, spietato, freddo...
Altra questione ha da essere l'interesse per il bene della persona amata... oppure accontentarsi e contemperarsi, con il piacere personale e anche
reciproco..."
Si accorse che in quel punto non c'era il nome del teorico che avevo elaborato quelle pagine... solo in un angolo, dove finiva il quinterno, appariva un titolo "L'amore e altre cose mirabili".
Era dunque il giorno delle cose mirabili quello..!
Se ne compiacque.
Mentre sistemava i libri nella cassetta, per portarli al mercatino dell'assopace, lasciò stare la curiosità di vedere di quali altri parti quel tomo, incollato male, fosse  composto. E anche addirittura trascurò di vedere gli altri testi... li sistemò in bell'ordine. In base alla grandezza e al fatto che avessero una copertina cartonata o meno.
Pensò anche alla pratica seguita sempre da Manuel Vasquez Montalban, che al suo protagonista Pepe Carvalo, in piena estate nel suo camino faceva bruciare, strappandoli prima a pezzetti interi volumi affermando che i libri lo avevano ingannato tutta la vita, per cui li stava castigando e punendo...
E com'era sua abitudine si mise a riflettere dentro di sé sul suo modo di concepire gli amorosi sensi, e su come a suo modo di vedere la questione fosse vista dalla sua dolcissima donna che amava.
Interrotto il lavoro compose un testo di messaggio da mandarle
"cucciola mia, come ti avevo detto sto sistemando i libri. Ne ho trovati alcuni che sono talmente bizzarri, che, certamente, ti sembreranno più folli e bizzarri addirittura anche di me!
Un libro, ad esempio, dice, assicura , sostiene e prova a convincere che la realtà non esiste... non esiste neppure l'amore!
Ma allora, ti prego, tu ci sei gioia mia? io ci sono pulcino mio tenero? perché se non ci siano allora chi è che ci sta raccontando?"
Con le dita della mano destra si sistemò i capelli lunghi, grigi e radi.
Constatò che aveva sorriso dentro di sé. E poco dopo arrivò la risposta desiderata e agognata.
"Scusami Ciccio, non posso risponderti in questo momento... sto stirando e non posso chattare... ci sentiamo più tardi come al solito ...
però ti voglio bene..."
E dunque? Venanzio da Mantova aveva detto una corbelleria? Ma allora, dato per buono e per scontato il suo argomentare e la sua teoria, anche lui dunque non esisteva... e neanche il suo libro,  neanche per la parte che era stato possibile leggere, tutto faceva parte di un racconto che si raccontava da solo con uno sberleffo...
Era forse soltanto l'amore ad esistere?
Ma se l'amore esiste, chi l'ha raccontato, chi l'ha inventato, chi ne è protagonista?
L'amore, dunque è l'entità che ama se stessa e che si diverte e si compiace a guardarsi nello specchio, e a farsi marameo!

domenica 1 luglio 2018

LA VITA È SOGNO…?…!

LA VITA È SOGNO…?…!



Quello  che stava vedendo era assolutamente impossibile e incredibile.
D'altra parte quella non gli sembrava proprio una trasmissione televisiva. E neanche un film. Non c'erano stacchi tra una sequenza all'altra. Il film è una finzione anche se che vi assiste all'impressione di immedesimarsi nella vicenda. Tutti lo sappiamo, però non ci pensiamo ogni volta che assistiamo a un film.
Lì, in quella specie di visione narrativa, era come essere dentro. Direttamente. Fisicamente. Si sentivano i rumori di sfondo. Addirittura gli odori…
I campetti di calcio erano vicini l'uno all'altro. E vigeva una stranissima inusitata dimensione di assoluta libertà. Tant'è vero che il ragazzo si era permesso di accendersi una sigaretta. Ma non fidandosi del tutto la teneva tra il pollice e l'indice. Che gli scaldava il palmo della mano. E qualche volta riusciva anche a infilarsela così accesa nella tasca. Quando incontrava "quelli là". Stranamente accondiscendenti. Quasi distratti. Forse anche loro mescolati alla gente si vergognavano a svolgere il loro ruolo di cani da guardia. Di secondini.
Le luci erano ad altissimo livello ed erano distanti dal suolo decine di metri. Intorno turbinavano nugoli di zanzare e moscerini.
Dai vari campetti si levavano urla di incitamento o di rabbia o di sostegno. Lui ne era immune.
Estrasse di tasca la mano calda della brace della sigaretta, e diede un tiro piacevole. Ormai non tossiva più quando mandava giù quel fumo azzurro.
Tutto qui.
Sul lato in fondo, dopo i piccoli campi verdi disegnati di polvere di gesso, macchie di verde intenso.
Una rete metallica cintava gli orti. In qualche punto mostrava delle falle da cui era facile passare. Nella penombra luccicavano di rosso intenso i pomodori appesi. Sfiorandoli emanava un profumo molto forte di quelle foglie.
Bastava afferrarne qualcuno. Ancora tiepido di sole. E poi addentarlo facendo attenzione a non far colare sulla divisa il succo pieno di semi.
Le mani bagnate se le poteva asciugare nel fazzoletto che aveva in saccoccia.
Con il compagno che gli camminava a fianco si trovò di fronte un gruppo di ragazze che ridevano. Molto giovani. Più giovani di lui.
Ma che razza di film era questo? Con gli odori, le zanzare che beccavano, il fumo caldo della sigaretta che andava nel palato e poi giù in gola, e il gusto caldo della polpa di pomodoro…
Il ragazzo che gli camminava a fianco sembrava davvero una comparsa. I gesti che faceva erano prevedibili. Non aveva autonomia. Neppure quando si avvicinarono alle ragazzette. Il compito gravoso fu tutto e solo per lui.
Le risate rituali delle ragazze erano un suono gradevole e di sfondo.
Più oltre, e non ricordava neanche quello che lui aveva detto e cose gli avessero risposto loro, una zona di buio più intenso… Come un'altra dimensione…
Una sagoma nera avvolta in un immenso mantello, dal passo affrettato… Più voluminosa del normale. Sporgeva dalla mantella scura la custodia di un violoncello…
Doveva far presto. Passare un salto dalla vecchia casa. Abbracciare e baciare il volto di donna al quale pensava spesso. Ingozzarsi di cibo. E poi di nuovo con passo molto affrettato. Bisognava tornare.
Stava piovendo. Il grosso ombrello scuro lo proteggeva. E ogni tanto lo usava come schermo quando temeva di incontrare qualche aguzzino e secondino… Ma erano spesso fantasmi. Proiettati dalla sua mente. Una volta sola gli parve di vedere il polacco. Dalle scarpe scalcagnate. Bassetto.
Abbassò ancora di più l'ombrello e accelerò il passo.
Era appena rientrato, deposto l'ombrello, la mantella, e ritirato il violoncello con la sua custodia. Si era messo nel suo banco e faceva mostra di leggere il libro della lezione.
Il volto torvo del polacco  si affacciò e lo guardò indispettito. Lui si grattò con noncuranza un orecchio. Ma dove sto andando? Dove sono qui si diceva continuamente…
La bambina della terza C. Lo stava guardando con occhio attento affettuoso stupito curioso e quasi disperato.
Aspettava intruppato coi compagni che il professore di latino della prima ora venisse ad accompagnare la classe nell'aula…
La fotografia dei capelli biondi a caschetto, con la frangia, continuò a seguirlo col suo sguardo che era una domanda, una risposta, un sogno…
Anche questo mi doveva capitare…!?
Un viaggio interminabile… A piccoli passi. In tempo reale. Nel film della rivisitazione di tutto.
Poi, all'improvviso, a scuoterlo da quella dimensione magica e insieme preoccupante, il biribì sonoro dello smartfon…
Si riscosse.
"… Signor… La stiamo contattando per farle una proposta molto vantaggiosa. Offriamo un servizio di luce e gas a lei particolarmente favorevole… Lei che gestore ha attualmente…?"
Come faceva sempre in quei casi, usò un tono duro, irritato ma calmissimo, ribattendo che il numero telefonico suo era riservato, e che perciò lui avrebbe subito contattato la polizia postale…
Altre volte, massimamente offeso e disturbato, quando gli dicevano che loro erano della… e nominavano un gestore di servizi… Aveva risposto chiedendo le generalità dell'interlocutrice: affermando che lui faceva parte del servizio ispettivo dello stesso servizio luce e gas… Si sentiva un grande stronzo in quel momento. La telefonista del call center, spaventata, chiudeva subito la telefonata...
Avrebbe voluto prendersela con chi aveva assunto in nero quella povera tapina come tante altre, e invece si era limitato a trattar male lei… Che aveva biascicato a fatica con l'accento straniero il ritornello al quale l'avevano addestrata…
Il ricordo del film era diventato ormai soltanto una vaga impressione. E neppure più si domandava cosa fosse successo in quelle visioni.
Si accese la pipa.
Spense il condizionatore.
Stava viaggiando a manetta da qualche ora e cominciava a sentire troppo fresco.
Freddo quasi addirittura.
"Si, la tua infanzia, già favola di fonti…"
E riprese le sue abituali routine. Apparentemente vuote. Ripetitive. Senza senso e senza scopo.
D'altra parte qual era lo scopo di tutto quello?