scegli argomenti:

domenica 11 novembre 2018

piccole e grandi CATASTROFI




PICCOLE E GRANDI CATASTROFI...
ingenua favola ecologica che suggerisce un sogno di speranza e di salvezza
(le immagini di insetti non disturbino più del dovuto lettrici e lettori compiacenti!)
AVVERTENZA DI LETTURA. Sarà capitato a tutti, certamente, di aver visto alcune di quelle fotografie o quadri pittorici che rappresentano delle prospettive dentro delle altre prospettive, che diventano sempre più piccine minute verso l'infinito? Per leggere il seguente brano è necessario porsi in un'ottica del genere. Operare gradualmente zoomate per ingrandire il mondo che qui viene descritto. Il procedimento va ripetuto più volte, accertandosi di volta in volta, di aver raggiunto una visione sufficiente a poter osservare questa nuova dimensione minuta…
Il feldmaresciallo Abromowitz anche quel mattino, nel riprendere coscienza dopo la pausa del sonno, carezzò con intenzione i propri connotati. E disse tra sé il mantra del risveglio:
«ricòrdati, Abromowitz, la grande missione che ti sei affidato… Uscendo definitivamente dalla realtà originaria e primaria, ti sei autonominato duca superlativo, con il compito di eccellere e di riscattare la tua condizione. Sii profeta e conducator. Le tue buone maniere devono essere contemperate da un tono deciso, risoluto, irrevocabile… Continua a recitare la tua parte.»
Lo diceva mentalmente cercando di dissimulare il suo accento ungherese!
Ciò detto, passò in rassegna la situazione.
Qualcosa di anomalo si era verificato. Rischiando di mettere in crisi tutta la recita e la pantomima a cui teneva immensamente.
Soprattutto da quando aveva cominciato a bazzicare lì intorno quel nuovo essere. Che osava ostentare come fosse una corona d'alloro, le antenne sul proprio capo. Quasi fosse per davvero lui il nuovo profeta. Classico comportamento che c'era da aspettarsi da un cerambix erox. Ma li, nel substrato profondo dell'esistenza, risultava oltremodo disturbante. La confraternita veniva pervasa da impulsi di comunicazione inusitati. Percepiti dai più come elemento innovativo, dissacrante, di profondo rinnovamento. E questo non poteva assolutamente essere tollerato.
I blattoidei erano geneticamente strutturati in maniera gerarchica. E a tale impostazione erano andati via via adeguandosi le nuove acquisizioni della squadra.
Con la sua struttura angolosa, la cimice delle piante, aveva imparato a stare al suo posto. Prima di schiattare maleodorante.
Gli altri artropodi che erano stati benignamente accolti nella comunità, avevano deliberatamente aderito. E questo fin dal cambriano inferiore, pare fosse stato un comportamento abituale di reciproca collaborazione mutuale.
Ma, solo pochi riconoscevano nella comunità, le doti taumaturgiche mediante le quali il feldmaresciallo Abromowitz, compiva opera di seduzione, coinvolgimento, convincimento e addirittura secondo alcuni, ritenuti maligni, addirittura di plagio.
Non era stato necessario attivarla nei confronti della verde spigolosa cimice delle piante. Con il suo aspetto tozzo e rassegnato.
Attirata come dal miele e dal nettare, fiutando da lontano con le sue piccole protuberanze fungevano da antenne, l'acaro femmina, aveva compiuto la sua lunga marcia di avvicinamento. Riusciva addirittura a dissimulare l'aspetto orripilante. Emettendo onde simili a quelle sonore.
E poi erano arrivate, portate dal vento e dalla propria predisposizione lieve al volo incantato, farfalle e libellule.
Naturalmente, per propria predisposizione ad aggregazione sociale, altre varianti di blattoidei. Uno in particolare, col suo figura rincagnata. Aveva un aspetto che potrebbe ricordare i fauni e i satiri del bosco. Era particolarmente apprezzato per le sue radicate relazioni con altre aggregazioni di artropodi. Ritenuto addirittura prezioso. Indispensabile secondo alcuni.
Una modesta, per quanto appariscente e vanesia, effimera. Il cui nome dal greco,ephemeros, avrebbe dovuto voluto significare che vive un solo giorno. In realtà, a volte, riuscivano a vivere anche addirittura una settimana.
Modesta.
Incompleta nell'evoluzione. Aveva sempre un atteggiamento aristocratico, di chi si ritiene superiore agli altri.
E neppure li degna di mostrare di adeguarsi al loro linguaggio.
Continuava ad emettere vibrazioni incomprensibili ai più.
Senza darsene cura o preoccupazione.
Concentrata e attenta solo a se stessa!
Altri artropodi, dignitosi e compunti, si erano accostati senza aver ancora ben riflettuto. E partecipavano a qualsiasi istanza. Divertendosi.
Ma il vero problema, per il feldmaresciallo, era stato quando a più riprese, si era trovato nei pressi l'esemplare di cerambix erox.
Incurante di tutto, ergendo sul proprio capo le antenne in posizione di corona d'alloro, costui continuava ad emettere i suoi impulsi che in un altro contesto avrebbero potuto benissimo definirsi poetici.
Una specie di vocazione e di predisposizione. Come raramente avveniva e avviene tra gli animali definiti inferiori, non teneva dentro di sé segretamente le proprie emozioni. E appena gli stavano sorgendo e nascendo, le regalava in un canto infinito.
Qualcuno l'aveva definito addirittura l'unico davvero autentico, vero, regalava il proprio sentire insieme al proprio essere, incondizionatamente.
Senza maschere.
Senza infingimenti.
Era stato anche sussurrato, in parte con malizia, ma anche con animo buono spontaneo da alcuni, che la posizione delle sue antenne era predisposta quasi a formare una cetra. Con la quale, alla maniera degli aedi o dei menestrelli del dolcestilnovo umano, emetteva canti sentiti, partecipati, che si sarebbe detto gli sgorgassero dal cuore… Benché sia noto che gli insetti non hanno un cuore paragonabile a quello degli umani. E neppure dispongono di un sistema nervoso centrale. Tant'è. Il cerambice avrebbe potuto benissimo essere soprannominato Lazzaro, benché agli insetti in genere non fosse mai capitato di assistere ad un film e tanto meno a quello di Lazzaro felice, che in altri contesti una certa Alice aveva raccontato. Riusciva addirittura ad apparire ingenuo, sognante, al colmo dell'ottimismo e della trasparenza, angelico o addirittura fuori contesto.
Fatto sta, che quel mattino, o pomeriggio, o momento della sua esistenza, il massiccio blattoideo bisonte, si era determinato.
Fare assolutamente pulizia. Radiare, estromettere, neutralizzare l'intruso.
Il satiro faunesco gli aveva più volte assicurato di dargli man forte e gli era stava dando energicamente.
La zecca acaro, affascinata, ammaliata, e con i circuiti riproduttivi in fermento, aveva fornito materiale a bizzeffe. Con fantasia morbosa, aveva costruito narrazioni malate, atte a giustificare, se non addirittura a imporre l'estromissione.
Nel suo volo tozzo e verde, la cimice, muovendo rumorosamente nel proprio ronzio le ali, si era adeguata come faceva sempre.
Farfalle e libellule continuavano a volare, incuranti, leggere e soavi. Flautando e mormorando impulsi gradevoli. Si ritenevano, forse a ragione, assolutamente superiori alla situazione. Erano venute per divertirsi. Divertire. Farsi ammirare ammirando.
Va detto, a onor del vero, che il momento veniva considerato particolarmente importante e significativo. Una campagna non solo promozionale ma attiva e feroce, stava diffondendo in tutto il globo terracqueo, con riscontri ed effetti nefasti anche nella macro dimensione più grande, sostanze definite di volta in volta: anticrittogamici, pesticidi, monossido di carbonio, biossido di zolfo e piombo….
Le conseguenze di tale nefasta azione avevano determinato una radicale mutazione climatica. Ma, e questo gli cadeva giù giù, sempre più in basso negli organismi viventi più piccini e minuscoli, una moria incontrollata… Già erano state messe a rischio di estinzione le laboriose e gregari le comunità d'api. Che per conto proprio rimasticando il polline accumulavano e immagazzinavano il mellifluo miele. Ma chi rubava il miele alle armi e agli alveari, era lo stesso immenso, incommensurabile, essere distruttore : l'uomo!
Che aveva osato ritenersi talmente superiore da sostituirsi al demiurgo
Ma stava rovinando tutto… Aveva inventato e costruito una tecnologia apparentemente perfetta logica ma mostruosa, innaturale, venefica…
Ma tornando alla nostra piccola comunità di insetti, vediamo le fasi finali
«tutti al proprio posto. Eseguire gli ordini. Serrate i ranghi. Sia cacciato l'intruso. Non c'entra un cazzo con noi. Crede di venir qui a parlare di poesia, quello lì! Ma siamo matti? No, siamo insetti, e facciamo i conti a modo nostro... non vogliamo costui che rompe le palle…!»
Il poeta volante, allargò le proprie ali, e strimpellando gradevoli impulsi dalle proprie antenne a cetra, declamò e cantò la sua ultima poesia del giorno. E decise di spostarsi in una zona meno squallida e brutta. E mentre volava via compiaciuto si accorse che stava ridendo e scherzando felice… ma con un lacrime gelate dentro per le brutture che conosceva!
AVVERTENZA DI LETTURA. Sarà opportuno a questo punto per il lettore compiacente di voler operare una zoomata al contrario. Allargando la visuale sempre di più. Ok. Va bene così. La metafora pare abbastanza funzionare. I barconi vengono lasciati alla deriva o addirittura spinti ad affondare. Esseri viventi umani disperati con gli occhi sbarrati che guardano il proprio grigio futuro di estinzione.
I ghiacciai si stanno sciogliendo. Ai poli, e anche nei nevai montuosi. I temporali sono diventati tornado e bufere.
Per aiutare l'immagine, suggerisco il titolo di un'opera distopica: IL TALLONE DI FERRO. Di Jack London. Per il momento fermiamoci soltanto sul titolo. E proviamo ad immaginare un piede enorme calzato in stivali militari che marcia battendo il passo rumorosamente e brutalmente. Gli anfibi stringati stanno schiacciando qualsiasi cosa. Non solo gli amici buoni, stupidi, o feroci del racconto sopra descritto… Ma gli umani stessi…
Tra i quali, quelli che credono di essere più importanti , e di contare qualcosa davvero, sbagliando i congiuntivi e dicendo corbellerie tipiche di chi non ha mai aperto un libro, affermano che non è più colpa dei comunisti, o degli ebrei, o del destino… Ma affermano, supponenti, idioti, con voce tonante che fa rizzare i capelli perché ricorda quella di Italia Germania dei primi decenni del novecento, che la colpa è della migrazione… E credono di cavarsela così…
E intanto non si accorgono che il tallone di ferro di ferro, di amianto e di cemento sta per schiacciare anche loro miserevolmente…
E mentre la catastrofe si avvicina, è possibile ancora notare, la figura scura, con le ali spalancate, che vola, facendo vibrare la cetra delle sue antenne…
In un canto di speranza ottimistico, fiducioso, fondamentalmente buono… Forse troppo buono e troppo ingenuo…!

A PROPOSITO DI INSETTI
- acari-sottoclasse degli aracni, chelicerata
-zecche ixodida-sottordine di acari, cui appartengono. Ematofagi, si nutrono del sangue quindi degli animali e dell'uomo. Veicoli di malattie tra gli umani.
- blatte -chiamati comunemente anche scarafaggi –insetti chepresentano a volte casi di partenogenesi: autofecondazione
- cimice delle piante: insetto altro insetto molto rozzo e primitivo
- libellula-insetto degli ordini degli odonati- (da "libra" latino, perché vola con le ali orizzontali).
- farfalla-insetto dell'ordine dei lepidotteri-a vita talvolta breve : alcune specie addirittura vivono al massimo un paio di giorni-si nutre di foglie e poi di nettare dei fiori.
L'effimera in particolare è un insetto che vive al massimo due giorni

sabato 3 novembre 2018

UNA VITA AGRA, MA SOLO UN PO'

UNA VITA AGRA, MA SOLO UN PO'

UNA VITA AGRA, MA SOLO UN PO'

Beh, collochiamo la narrazione poco meno di sessant'anni fa.
Nel contesto già descritto stupendamente da Luciano Bianciardi.
Era arrivato  per vendicare 43 minatori morti nello scoppio. Ma nella città del “torracchione di vetro e cemento”, finisce per farsi fagocitare dalla città tentacolare. Dal suo continuo apparire anziché essere. Lì lo scopo fondamentale è scarpinare, fare polvere… E le donne inteccherite, sgomitano nei luoghi di lavoro, per arrivare…
I particolari e le sfumature sono cambiati. Il contesto, forse e un pochino anche il linguaggio. Ma fondamentalmente la città è quella. Metafora del tempo presente, oggi, quasi sessant'anni dopo di quando fu scritto LA VITA AGRA di Luciano Bianciardi.
D'altra parte è la sede della reggia del berlusconismo.
L'ambientazione scivola dalla metà del secolo scorso quasi ai giorni nostri.
Anche qui ed ora sono presenti molti migranti. Qualcuno addirittura si improvvisa garante degli altri. Addirittura da inventare la kermesse celebrativa del fenomeno.
In dialetto novarese c'è un termine abbastanza intraducibile: saraffo. Credo che stia ad indicare chi si arrangia e vive e sopravvive di espedienti.
"La città" emblematica può contenere di tutto. Ma in modo molto cangiante. Mutevole. Indefinibile.
Come il protagonista di quel romanzo, anch'io arrivo dalla provincia. Senza ambizioni così dinamitarde. Anzi. Spinto da afflato letterario e poetico, mi ritrovo con altre persone che affermano di nutrire la medesima passione.
Sono venuto per regalare affetto. Comprensione. Amore umano. Parole e versi.
Ma anche qui, anche loro hanno sfumature cangianti che non corrispondono a quella di me provinciale che arrivo.
Dabbene, ingenuo, fin troppo trasparente, addirittura sprovveduto. Finisco per farmi rubare il portafogli proprio nel cuore della città. Manca solo che qualcuno provi a vendermi il Duomo, come nei film di Totò.
La kermesse è pronta. Per una testimonianza. Mancano solo i testimoni. Passanti frettolosi, distratti, quasi sempre provenienti dall'estero. Scattano continuamente istantanee della basilica. E ovviamente si fanno gli autoscatti.
Non ci sono le donne inteccherite di Bianciardi. Ma l'aria e l'atmosfera che si respira, appena al di là dei turisti extraeuropei, è molto simile. Siamo nella patria del geniale inventore delle tv private. Dei suoi tacchi fasulli sotto le scarpe per apparire più alto. Dei capelli posticci trapiantati. Dell'apparecchio intercutaneo per simulare priapismi fasulli.
Anche qui si corre. Si scarpina. Si sorride. Si appare. Ma prima o poi la maschera di cera si scioglie. E dietro ci sono i volti nudi. Rare le persone autentiche. Che però nascondono questo loro carattere fisiognomico. Come un difetto. Una balbuzie.Una imperfezione. Un handicap da non mostrare per non subire aggressioni esterne. Per non farsi rubare anche loro il portafoglio della loro anima.
«Ma dopo questa carrellata a mò di lezione, che cosa mi stai raccontando, Ciccio?»
Io narratore parlante e ora scrivente, rimango interdetto un istante. In sur-place.
«Il saraffo di turno recita bene la sua parte. Vive di espedienti e lo sa fare molto bene. Ha ancora stampati nel DNA i segni lasciati da una realtà originaria. Vive la realtà, affermando criteri e principi di democrazia, anche se poi nei fatti è autoritario e dirigista. Con una corte nutrita di comparse. Il buffo personaggio loquace che ripete le parole e discorsi che fa da una vita. È la spalla operativa dell'operazione. Tutti lo conoscono. Ha contatti dovunque. È molto funzionale per gli agganci della kermesse. Ultima arrivata, sgomitante, la stria sgolgia. Una modesta streghetta che sa solo che vuole arrivare. Si è appiccicata addosso a me. Mi ossequia leccosa. Mostra una intimità e amicizia smisurata con me completamente fasulla. Anche lei recita una parte. Di una che non è niente e fa finta di essere qualcosa. Qualcuna. Cerca un palcoscenico.
Uno, nessuno, centomila…
Grande ambizione. Modesta cultura e intelligenza. Scaltrezza e passabile performance di apparire quello che non è.
Vedendola chiacchierona e pettegola le regalo come confidenza fatti immaginari della mia vita privata. Per metterla alla prova. Mostra di crederci. E successivamente mi metto a ridere raccontandole una versione totalmente diversa. Ogni volta trasecola. Ma non le interessa assolutamente quello che io le racconto.
Vuole a tutti costi entrare anche lei nel gioco. Essere col mio aiuto introdotta. Apparire in scena.
Quasi tutti fanno finta di apparire quello che non sono. Tranne quelli che si limitano a partecipare in modo discreto. Dignitoso. Quasi schivo.
Ma forse di loro pochi se ne accorgono»
Mi sta ascoltando attenta.
«Ma tu, Ciccio, cosa c’entri con questa gente qui della sceneggiata che mi hai descritto?  Sei l'unico pesce fuor d'acqua… L'unico ingenuo, spontaneo, trasparente, fin troppo… Addirittura sprovveduto, se non ti offendi. Vendi solo la merce che possiedi. Le tue parole. Il fascino che credi e che vuoi avere su tutti. Dopo la tua infanzia in cui ti sentivi uno scarafaggio. Vuoi risultare gradito. Piacere. Essere accettato. Ma rischi grosso. Lo capiranno?
Anzi , mi correggo, non tu ma il tuo personaggio.
Anche tu d'altra parte, fin qui, hai parlato in prima persona come se fossi tu il personaggio rappresentato e descritto»
Quando  parlo di narrazione, facilmente, in modo autobiografico, mi identifico non solo con il narratore lì contenuto, ma anche con il protagonista.
Di che pasta sono fatto io e anche lui, l'hanno probabilmente già capito. E forse proprio per questo li infastidisco. Decideranno di far a meno di me.
Come nella barzelletta della vignetta degli omini tutti verdi. Nella quale entra a un certo punto un omino tutto rosso. Viene guardato in cagnesco, finché lui aggiunge: "scusate io sono di un'altra barzelletta, quella di fianco  "…
«Hai ragione. Io attacco bottone e divento amico in tre secondi con chiunque sconosciuto, in metropolitana, al mercato, nei super negozi. Uomini o donne. Anziani o giovani. È la mia profonda fragilità. Presto se ne accorgono. Finiranno per fregarmi il portafogli.
Di questo qui bisogna liberarsene presto. Dicono.
Ci vuole solo qualche istante. Ad un anziano che fa il simpatico, può facilmente essere attribuito il ruolo di seduttore impenitente. Basta che qualcuna delle comparse femminili presenti in scena, dica che lui "ci ha provato"… Con un termine recente si chiama "l’ha molestata". In  termine più corrente: gliel’ha battuta…
La pantomima e la recita possono continuare tranquillamente senza di lui. Può essere sbattuto via come carta straccia.»

Mi fermo un istante a riflettere. La guardo negli occhi. Buoni, accoglienti, comprensivi.

«Ma questa tua storia che stai inventando ora, ambientandola a metà del secolo scorso, mi sembra proprio fuori del tempo. Anzi, meglio, senza tempo. Poteva succedere anche a fine ottocento.
O fra vent'anni.
Stai cercando di delineare un archetipo narrativo. Della città popolata di zombi. Dove chi è umano finisce per perdersi o restare solo. Nell'immenso condominio umano.
Mi fa quasi tenerezza, sai? Meno male che non sta succedendo per davvero, meno male che non succede a te, Ciccio!
Forse ti conviene non arrivare al finale.
Lo prevedo un po' triste e malinconico…
Comunque vedi tu, sei tu il narratore…»

Al finale non ci avevo pensato, ancora.
Più che un finale può essere una dimensione collocata prima e anche dopo rispetto alla pseudo vicenda narrata.
E certo mi assomiglia molto, è abbastanza adatta all'hom- salbadg che sono sempre stato, che mi sono sempre sentito. Un hom- salbadg, forse che farebbe meglio a imparare a dare meno confidenza, meno fiducia, a essere meno entusiasta ed ottimista…
Uno che vive la sua vita in dimensione di solitarietà.
Che si diverte a scrivere poesie.
Racconti.
Romanzi.
Pezzi  teatrali.
Sì. È proprio meglio che faccia così. L'episodio della città disumana della solitudine e dell'apparire, può risultare benissimo ed essere una divagazione.
La realtà vera è la dimensione del prima e del dopo.

«Grazie  Ciccio della collaborazione partecipata che mi dai. È proprio vero. I personaggi e le comparse che ho delineato sopra non esistono assolutamente.
Non sono mai esistiti.
Non possono e non devono esistere.
Sono anch'essi frutto di invenzione narrativa, fantastica, in un momento di parziale pessimismo.
D'altra parte, lo sai da sempre, a me piace molto giocare al "facevamo finta che…"
E allora, facevamo finta che la kermesse non c'è mai stata. E pure, facevamo finta che la kermesse c’è stata. Sono due possibili percorsi e diramazioni narrative. Arrivati a un certo punto della narrazione o della lettura, si può andare di qua per un percorso. Oppure scegliere l'altro, continuando la strada già delineata…
Narrare è un po' sognare, inventare, modificare il passato, il presente, e anche il futuro…
Mi auguro tanto, di esserne capace. Il demiurgo l'avrebbe fatto benissimo. Ma io mi sono limitato a ricevere l'appellativo leccoso e abbastanza ipocrita, di "maestro"…
D'altra parte da giovane ho fatto anche il maestro di scuola…»

Mi rendo conto che ho buttato giù un abbozzo di narrazione, come spesso mi capita, incompleto e incompiuto…
Provo a rivederlo.
Rileggerlo.
Farmelo leggere dal software di riconoscimento vocale.
E metterlo da parte.
Con buona pace del mio vecchio amico Luciano Bianciardi.
Della sua Vita Agra.
Della sua missione di vendetta dinamitarda rimasta incompiuta per sempre.

giovedì 1 novembre 2018

VIAGGIARE SOTT'ACQUA



VIAGGIARE SOTT'ACQUA
« Avrò avuto poco più di vent'anni. Massimo 25. Unico episodio ricorrente per un po' di tempo di frequentazione di un gruppo di amici stabile. Un odontotecnico. Un lavoro autonomo autosufficiente. Totalmente indipendente. Un dipendente di banca particolarmente dotato nella grafica. E per questo distaccato a coordinare il lavoro del giornale aziendale. Altri amici variabili di volta in volta.
Me l'avevano proposto inaspettatamente una delle sere in cui ci si trovava al bar caffè novecento. Mi era saltato subito il cuore in gola. Si trattava di partire da lì a qualche settimana. Isola del Giglio. Viaggio in treno.
Allora sui terreni si fumava ancora.
C'era di bello con questi amici che erano molto divertente nelle cose che narravano. Aneddoti. Episodi. Personaggi particolari e caratteristici.
Il viaggio da Novara fino a Porto Santo Stefano era volato via piacevolmente.
Mi ero procurato diversi costumi da bagno. Si usavano ancora gli slip. E un paio di salviettoni da spiaggia.
A Porto Santo Stefano avevo atteso con loro che arrivasse il traghetto.
Dal Giglio Porto un piccolo pullman portava poi al Campese sul lato opposto dell'isola verso nord.
Disponevamo di qualche piccola tenda canadese. E ci dormivamo sistemandoci in un vecchio campo di ulivi dismesso e abbandonato.
Solo al mattino, al sorgere del sole, quando la temperatura nella tenda diventava insopportabile per i raggi solari, sentivamo arrivare il vecchio custode. Che con la sua parlata toscana ci  invitava ad andarsene.
"Oh… Giovinotti… …Un se pole restare qui dentro… Codesta l’è proprietà privata… La vonno capì che se ne deveno annar via…!?"
E con garbo e discrezione rituale, si limitava a scuotere un pochino in qua e in là la struttura della tenda afferrandola per i paletti che la reggevano.
Lo sentivo arrivare tutte le mattine. Prima da una tenda poi da un'altra… Bastava solo rimanere zitti zitti… Far finta di non esserci dentro. E alla fine lui se ne andava e non ritornava più. Poi con calma ci alzavamo. E andavamo in spiaggia. Nella zona antistante, lì al Campese, c'era il ristorante Da Giovanni. Pranzavamo lì e anche la cena la consumavamo da lui. Ci conosceva. E ci lasciava usare i servizi, la toilette, e ci lavavamo e facevamo la doccia.
Restavamo praticamente tutto il giorno e spiaggia. Bisognava stare attenti alle insolazioni. Ogni tanto ci alzavamo e ci spostavamo all'ombra perché non avevamo ombrelloni. Ricordo che a volte dopo pranzo anche a me era capitato di addormentarmi nella esigua fetta d'ombra di una barca rovesciata.
Dopo qualche giorno, nonostante le creme che ci mettevamo diventavamo rossi come gamberi. Qualche volta avevamo dovuto ricorrere ad apposite pomate per ridurre il rossore. E di notte nella tenda era come avere la febbre.
Degli amici comuni arrivavano più o meno nello stesso periodo. Lui era titolare di un negozio di fiori a Torino. Con l'auto trainava fin lì un catamarano. Che ci ospitava benissimo tutti. Disponeva di un piccolo motore a cinque cavalli. Lentissimo. Con quello andavamo al largo. E a volte ci spostavamo sulla costa ad ovest nella baia dell'Allume.
C'era una vecchia miniera e cava di allume di rocca. Già dal tempo dei romani pareva. Il minerale col quale si facevano quelle piccole matite emostatiche, con le quali bloccare i piccoli tagli che ci si faceva radendoci col rasoio a lama.
Mi ero procurato delle pinne. Una maschera con boccaglio. E la cintura di nylon corredata dei piombi per riuscire ad andare sott'acqua. Per poco prezzo mi ero trovato anche un piccolo profondimetro da polso pure  di plastica. Aveva un quadrante numerato. E sulla circonferenza ci girava un tubicino di plastica. Chiuso da un lato. Era abbastanza approssimativo ma dava indicazioni sufficienti per verificare a quanti metri si scendeva. Ricordo che una volta, mi stavano quasi scoppiando i polmoni scendendo in apnea, il quadrante indicava che ero arrivato a 16 m addirittura…!
Da una ditta di generi da sub avevo acquistato un fucile ad aria compressa con fiocina. Gli amici ne avevano altri ad elastici.
Alla cintura tenevo un coltello di acciaio inossidabile con l'impugnatura di plastica gialla e blu.
Fucile e coltello non mi servirono mai.
La cosa bella, affascinante, era la visione che si riusciva ad avere guardando il fondale. Pesci vari aspetti e colori. Cespugli di alghe che ondeggiavano di qua e di là. E i fondali di roccia meravigliosi da osservare e da guardare.
Il vetro della maschera faceva da lente d'ingrandimento per cui tutti gli oggetti risultavano molto più grandi del reale.
Ricordo che una volta avevo visto un piccolo polipo color bruno, che muoveva i suoi tentacoli come piedi spostandosi su una roccia. Mi guardava con aria tenera. Muoveva qualche passo. Si arrestava. Tornava a guardarmi. Sembrava implorarmi. Di non fargli del male.
Lo lasciai tranquillo. E andò a rimpiattarsi in una piccola rientranza. Continuando a sporgere il capo e i suoi occhioni affettuosi.
Quando tornai in superficie mi resi conto che avevo avuto un contatto del terzo tipo. Il suo mondo si era incontrato con il mio. Col mio aspetto buffo. Maschera. Boccaglio. Cintura coi piombi. Pugnale alla cintola di plastica giallo azzurro. Prolunga dei piedi nelle pinne. Avrei potuto anche ucciderlo. Ma lui mi aveva scongiurato. E senza parole, come può avvenire tra dimensioni esistenziali diverse, e soprattutto in fondo al mare, ci eravamo parlati.
Un'altra preda, abbastanza inutile da catturare, erano delle grosse conchiglie della stessa forma delle cozze. Ma grigie. Con incrostazioni. Stavano con la punta piantata nella sabbia. A volte raggiungevano addirittura dimensione di 30 o 50 cm di lunghezza. Nella parlata locale le chiamavano le “gnacchere”. A volte qualcuno degli amici ne aveva catturata una. Poverina. Aperta con il coltello, aveva mostrato quello che chiamavamo il muscolo. E talvolta dentro ci stava qualcosa di simile ad una perla. Con forme strane e colori vari. Ricordo che qualche volta avevano trovato una perla a forma di spilla. Con una capocchia grossa tonda, e un prolungamento dall'altro lato. La tenera polpa del muscolo era stata fatta soffriggere per l'amico fiorista, che aveva un bambino piccolo e sua moglie l'aveva cucinata.
Noi non avevamo assolutamente attrezzatura per cucinare. Ed eravamo più che soddisfatti dei pasti che consumavamo da Giovanni.
Ricordo che si beveva a tavola un vino giallo oro, gelato, che dentro aveva tanti aromi. Come di resina. Di bosco. Forse anche di mare.
Uno di quegli anni, ci saremmo tornati almeno cinque o sei volte, andammo nella parte alta del paese, al Giglio Castello. E ne comprammo delle taniche di quel vino antico e molto sapido. Da portare a casa.
Nel frattempo negli anni successivi l'amico odontotecnico ci era venuto con l'auto. Una Dyane, con la quale rimorchiava un carrello sul quale teneva in un cassone ripiegato un gommone e il suo motore.
Con il gommone credo che riuscissimo a spostarci molto più rapidamente. Viaggiava a 30 o 40 nodi all'ora. Ci stavamo comodamente fino a sei o otto persone. Il catamarano ci seguiva lentamente con il suo piccolo motore borbottante. Poi ci si ritrovava alla destinazione o al largo.
Mi avevano anche insegnato a reggere la randa. Il fiocco. Talvolta il controfiocco. Oppure a stare al timone. In quel caso il motore veniva sollevato fuori dell'acqua. E si viaggiava a vela.
Avevo scoperto quanto fosse pesante e difficile reggere il cavo che teneva la randa in tensione per il vento. Qualche volta addirittura, si stava con i piedi puntati sul bordo dell'imbarcazione, orizzontali sul pelo dell'acqua, finché il vento reggeva. A volte, purtroppo per la mia pigrizia, decine e decine di minuti…!
A parte gli spostamenti e i pasti insieme chiacchierando, ciascuno di noi viaggiava sott'acqua per conto proprio. E io lo trovavo molto funzionale con il mio carattere. Molto consono. Già allora infatti mi divertivo a chiacchierare con me stesso. Ed era strano, affascinante, meraviglioso, il periodo che riuscivo a trascorrere in apnea, nell'azzurro sempre più cupo man mano che si scendeva verso il fondo. Chiacchierando con me stesso e con le immagini che non dimenticherò mai.
Quei viaggi subacquei e quelle vacanze continuano a galleggiare nell'azzurro intenso marino del ricordo.
Qualcuno degli amici poi si era sposato.
Qualcun altro pure.
Forse l'avevo poi fatto anch'io qualche volta.
Avevo smesso di frequentarli.
Incontrandoli magari solo qualche volta di sfuggita.
Solo ora ci sto tornando per trovarli, guardare quel tempo, e lo sguardo implorante del mio amico piccolo tenero timido spaventato amico polpo…."

martedì 30 ottobre 2018

NON PIU’ NAUFRAGHI!

NON PIU’ NAUFRAGHI!






Su di un'isola in mezzo al mare, dopo un tremendo nubifragio e maremoto, era giunto un naufrago. Prima che la nave andasse alla deriva e poi colasse a picco aveva lanciato delle bottiglie vuote con dei messaggi. Ma temeva che fossero andate perdute.
Si era costruito una capanna. E dato che il tempo non gli mancava era riuscito a costruirla a diversi piani. Si consolava con i frutti spontanei che trovava, che si faceva delle buone grigliate di pesce. Aveva salvato una lente d'ingrandimento e con quella concentrava i raggi del sole su delle foglie secche e delle pagliuzze, e così riusciva sempre a procurarsi il fuoco. Aveva degli otri costruiti con pelli di animali, e ci teneva l'acqua fresca per lavarsi. Per berla preferiva andare alla fonte con una conchiglia a forma di ciotola.
Non amava da sempre la televisione. Per cui si era inventato un'alternativa. Da solo si raccontava delle storie. E pensava di regalarle mentalmente alla sua innamorata bambina lontana.
Prima di imbarcarsi in quello sventurato viaggio era stato tante cose. Maestro. Professore universitario. Scrittore. Poeta. Mago e terapeuta.
Nelle sue storie e nei suoi racconti si metteva dentro lui stesso come protagonista, e ogni volta incontrava, perdeva, ritrovava, possedeva, dominava, amava e coccolava teneramente la sua bambina amata.
Non aveva né penna né il calamaio nè fogli per scrivere per cui ogni volta se le imparava a memoria. L'ultima volta che aveva scritto l'aveva fatto sul foglio che aveva mandato su l'ultima bottiglia da naufrago prima del naufragio.
Un giorno, dopo che il cielo si era rasserenato, ed era terminato un nuovo temporale ed acquazzone, se ne stava all'ultimo piano della sua capanna condominio, in mansarda. Il suo giaciglio era morbido. Il sole era caldo. Si era appena costruito con una conchiglia e una piccola canna forata una pipa. E stava fumando delle foglie di tabacco spontaneo trovate sull'isola.
Stava per cominciare a raccontarsi da solo un nuovo racconto, quando…
Nel cielo vide stormi di gabbiani che volavano avanti indietro dal mare all'isola. Segno che qualcosa stava per succedere. Dalla sua posizione sopraelevata cominciò a guardare verso l'interno dell'isola. Niente.
Cominciò allora a scrutare il mare.
A ponente piccoli agglomerati di nuvole e di cirro strati.
A mezzogiorno il sole infuocato lanciava riverberi luccicanti sulle ali dei gabbiani che starnazzavano.
A oriente, dove anche quel mattino all'alba era spuntato il giorno vide tra le nuvole qualcosa che galleggiava nel cielo.
Si sfregò gli occhi. Temette che insieme alle foglie di tabacco gli fosse capitata qualche foglia di Cannabis. Ma non erano allucinazioni. Qualcosa volava nel cielo.
Un elicottero? Un piccolo aeroplano turistico? Una mongolfiera?
La forma era abbastanza indistinta. Ma un po' alla volta divenne più definita e nitida.
Non riusciva a decifrare se avesse la forma di una scopa volante, come quella che usano le fattucchiere e le streghe. Oppure un tappeto volante…
Poi alla fine ne fu certo!
Non c'era proprio dubbio alcuno!
Era proprio per davvero una bambina volante! Ne aveva sentito parlare sui suoi libri di magia. Sapeva che il fenomeno si verificava solo qualche volta, molto raramente. Qualcosa di simile a una bicicletta da donna con le ali. E su di essa arrivava al volo una graziosissima bambina bionda…
Capì che la magia si stava compiendo.
Aveva tanto desiderato, sognato, atteso qualcosa del genere. Temendo di doversi rassegnare al sogno. E invece tutto stava diventando reale.
Planando dolcemente delicatamente lo strano oggetto si era avvicinato. E sulla spiaggia dietro i palmizi ora stava parcheggiato. Scese la scaletta a pioli. E si precipitò verso quel lato della spiaggia. La sabbia era finissima. Impalpabile e rosata.
E il suo stupore aumentò a dismisura, quando avvicinandosi, dietro l'ombra dei palmizi gli parve di riconoscere la bambina che era venuta dal cielo.
Lei aveva una borsa a tracolla. Dalla quale spuntavano cibi vivande e leccornie. E arrancando faticosamente nella sabbia morbida di venire incontro agitando il capo sorridente con i capelli che le svolazzavano al vento…
«Te l'avevo detto, Ciccio, Nannino mio, abbi fiducia… Se ti perdi verrò io da te… Tu non mi perderai mai… Se non ti vedo per un po', te l'avevo detto ricordatelo, verrò io a cercarti dovunque tu sia… In Norvegia mi han detto che non c'eri… E neanche nel ducato di Modena e di Mantova… L'unica era usare quella bustina di polverina magica che mi avevi lasciato tu… Ho detto le parole fatate della formula che mi avevi insegnato… Ed eccomi qua…! Poi ho trovato il tuo messaggio da naufrago nella bottiglia…»
Il naufrago, sobrio da un sacco di tempo, cominciò a credere davvero a quello che vedeva. Era proprio lei. La sua Nini. La sua Artemisia Euridice. La sua donna. Che aveva lasciato il roseto dove era sbocciata, per venire a raggiungerlo dovunque… Li, sulla sabbia impalpabile, lasciarono le borse di vettovaglie e di altri ben di Dio… E si rotolarono a lungo…
Poi lui, se la caricò in spalla, a cavalluccio. Afferrò le pesanti borse bisacce. E caracollando come un dromedario o un dinosauro dei tempi lontani, la portò nella sua reggia.
Il sole andava calando.
Berbero dell'acqua fresca che lui aveva conservato all'ombra.
Si adagiarono sulle stuoie e sulle pelli del giaciglio letto.
Poi decisero di non raccontare più niente neppure al narratore, temendo che qualche entità elettronica, spaziale, captasse i loro nudi on-line… E li censurasse.
Da allora perciò, cominciarono quella vita che anche il cantautore Faber aveva sognato. E che loro pure tutti e due avevano nel cuore.
Bevvero il succo fresco delle noci di cocco, mangiarono banane e mirtilli spontanei, pesce grigliato, erba cipollina e spinaci selvatici…
E ogni mattina, quando lei si svegliava nel giaciglio morbido, trovava il suo hom- salbadg, Robinson Crusoe, uomo di neandertal che aspettava che lei si stropicciarsi gli occhi. Sbadigliasse. Si stiracchia se un po'…. E spalancasse le braccia accogliendolo sul suo corpicino bianco morbido e delicato. E che la penetrasse baciandola tutta da ogni parte molto lungo.
Ma qui la censura on-line rischierebbe di intervenire. Per cui decidiamo d'accordo con il narratore, di rinviare la descrizione ad altri momenti.
E scherzando e ridendo, i due protagonisti dei quali uno era il narratore e l'altra la protagonista, ridendo entusiasti dissero ad una voce sola…:
«Il resto lo faremo martedì 6 novembre… Ahahahahahah…»

venerdì 26 ottobre 2018

METEMPSICOSI-ANAMNESI DELLA CAVERNA




METEMPSICOSI-ANAMNESI DELLA CAVERNA
avevamo iniziato il viaggio
se posso chiamarlo così
con fiordalisi cantanti
vacanze in valsesia a carcoforo
nella minuscola topolino color blu petrolio
che poi era diventata
un'altra forma di viaggio
e di gita
su un terreno accidentato
come quelle sui vecchi
camion militari
nel dopoguerra
oppure quelli
per andare ai campi
durante la leva
e l'amaro alla bocca
era frequente
da prendere addirittura
alla gola
ma lasciamo pure perdere
che te l'ho già raccontato molte volte
da far pensare quasi alle sorelle e ai fratelli
sui fuoristrada nel deserto immenso
metafora della metafora
scossoni brutali e violenti
nel sussultare continuo
da far venire il cuore in gola
con l'aspro rigurgito di stomaco
declina ora mesto l'autunno caldo
con canti e urla di gioia
fuori tempo forse
fuori luogo
fuori logica forse ma reali
e risa appassionate e stupite
differendo sine die il rigido inverno
da fingerlo quasi abolito
verso le piagge gelate
verso il lete grigio del doré
ma per ora continua
e mi tieni la mano nella tua
così piccola sai che mi viene da ridere
e forse tu ti reincarnerai
in una libellula azzurra come il tuo sguardo
io forse in un cervo volante
o in un cerambix erox
così per dire oppure anche
in una puledra ferma sui suoi garretti
inseguita e lambita da me stallone antico
come l'immenso saturno dell'infanzia
alla cascina con i suoi calzettoni di pelo folto
a trottare anche nel dopo
nei verdi pascoli senza tempo
ma chi lo sa
chi potrebbe mai dirlo
se dopo neppure ne avremo memoria
o anche soltanto come il ricordo ancestrale
delle ombre proiettate nella caverna
che ci racconta il poeta filosofo
e vagheggiamo ora con un sorriso alle labbra
quei passati vissuti nel sogno
quei futuri da rivivere inconsapevoli
coazione a ripetere ancora e ancora e ancora
ma chi lo sa chi può dirlo
basta ora che mi tieni la mano
mi trattieni non mi lasci andare via
e non lascio io che tu te ne vada
così per vezzo e per gusto
in questo infinito girotondo
salmodiando le nostre filastrocche
intrise di luce e di gioia d'amore

giovedì 25 ottobre 2018

cara dolce Semira Adamu


cara dolce Semira Adamu
amica che ho imparato a conoscere
solo inventando la tua storia
cucendotela addosso
su misura come un vestito
raccontandoti
con mestizia e rabbia
i tuoi occhi bianchi come sfere lunari
illuminano il tuo volto bruno di mogano
qui nella terra dei viventi amica cara
e ora che si avvicina il giorno
per commemorare i defunti
se permetti so e voglio
farti vivere ancora nelle parole nei versi
stringi le mie mani antiche
nelle tue troppo fredde e ghiacciate
ti regalo il mio ricordo
ti regalo questa voce che ti hanno tolto
ti regalo un cero acceso
immenso

PICNIC AMOROSO ...........A RIALE.

PICNIC AMOROSO
...........A RIALE............(con Artemisia)
al ristorante dicono
che non hanno più posto
mi contento di un picnic frugale
sulla panchina di pietra dura
alla chiesetta di riale
carezzato dal sole intenso
tome e salamini di capra
pane ossolano di segale
farcito di uva morbida
di mele dolcissime e noci
a brindare con acqua di neve della fontana
melliflui fluiscono di miele
odori luci e immagini
francobolli di passato
le piccole foto delle attrici
nelle bustine della marmellata di merenda
da farci la collezione
prima che alla diga
chiudano le paratie
contentarsi dei fotogrammi
che scorrono inarrestabili
la vecchia scuola e le case che han perduto
un po' alla volta i tetti di beole
per delle canadesi omologate
che le fanno tutte uguali
anche al paese dell'antigorio
dove bruciavano ancora le streghe
e la notte dei morti
il bicchiere dell'acqua sul davanzale
e qualche pezzetto di pane
per trovare poi le goccioline sul pavimento
l'indomani
la moto borbotta al fluire di miele
del cimena mentale parlato di dentro
e regalato tutto a te luce mia
immagini sovrapposte incongrue
solo odori ed emozioni intatte
con macchie nuove che disturbano il passato
andare andare andare
con i borborigmi da raccontare a me stesso
solipsistico gusto
solo però
non posso tornare
lo farò un'altra volta forse
alla casa della madonnina
dirimpetto alla chiesa di san nicola
non posso vedere di nuovo l'obbrobrio
delle cornici di granito rimosse
che lasciano le finestre cieche al rimembrare
sì certo è proprio così lo diciamo insieme
che ciascuno si porta addosso
le sue collezioni di figurine
proprio le sue solo le sue e basta
e presto ci sarà il tempo in cui
avranno davvero chiuso le paratie del tempo
e smetteranno melliflui di fluire
i mieli densi dei vissuti lontani
però te le regalo ora tutte mio amore
se ti contenti guardandole
raccontate con i miei occhi
che dipingono ad acquarello
quelle tue del tuo mondo bambino
e le figurine francobollo lontano
ce le scambiamo
ti do questa mi dai quella là
si incontrano si parlano e giocano insieme
lo ricordi il gioco che facevamo un tempo
da tenerne una in mano contro la parete del muro
e se cadendo ne copriva qualcuna
le potevi vincere e raccogliere tutte
come le biglie di vetro colorito
voglio vincer le tue biglie e le tue figurine
tu vinci le mie che poi lo sai
ne faremo un malloppo unico
mescolandole insieme nella cassa comune
e anche questo è bello vero
e ti ascolto e bevo
le tue parole di ragazza di sempre
tu assorta spalanchi gli occhi finché mescoliamo
fondendoli fluidi insieme fantasie e ricordi
mestizia ed allegria
morbide nostalgie e saudade
e la fiaba continua oltre il tempo
e oltre il lete ci terremo la mano ancora
come facemmo certo nelle precedenti
reincarnazioni infinite
dissipando al vento fresco intenso
dell'amore le nebbie del futuro
mentre tutto ricomincia
daccapo
e ancora
ancora
ancora
da sempre
per sempre
mio amore

mercoledì 24 ottobre 2018

APPUNTAMENTO




APPUNTAMENTO
sto già per partire amore  LO VEDI
lasciami solo il tempo
di riprovare l'ebbrezza del volo
notturno gustando ancora
all'infinito e per sempre
l'abbraccio caldo del bacio
tuo che perdura

sto già per partire amore LO SENTI
la borraccia dell'acqua ghiacciata
il tabacco da pipa e gli svedesi
ho scaldato il motore
versando benzina
a colmare il serbatoio
le brune si diradano all'alba

sto già per partire amore LO DICO
qualche ora soltanto di riposo
e ti porto con me dove sai
nella valle dei miei verdi anni
dove la toce verde ha il biancore
delle polveri di mica
che trascina qui giù in questa terra
di rane e di risaie odorose e limacciose

sto già per partire amore LO CANTO
nel viaggio infinito senza soste
dove il passato si colora di futuro
e il tuo sguardo turchino
è il cielo della mia vita e della speranza
dove tremiamo ridendo contenti
ed è proprio bello davvero
tutto questo che ci regaliamo

LO VEDI LO SENTI LO DICO LO CANTO
che nell'abbraccio con te sto partendo
verso le verdi fronde ossolane
alle acque spumeggianti
che si fanno bianche a cascata
e ridono i tetti di beola
specchiandosi nelle fontane
di acqua di neve

sto già
con te
partendo
vieni
dunque

CHE SAREBBE PROPRIO BELLO SAI

CHE SAREBBE PROPRIO BELLO SAI

però guarda sarebbe bello sai
avere solo giornate intense positive
nel bene e nel male certo
attimi di speranza anche alternati da momenti bui
sarebbe bello sai averti sempre vicina
anche nascosta dietro l'angolo che ti appisoli
o fai le faccende che ti piacciono domestiche
e se non vuoi che lo faccia io
che pure sono bravo tranquilla
che navighi nel tuo sogno bambino
e mi fai intrufolare di sottecchi
e poi vai via e poi ritorni
o  che  come faccio io
che ritorno dopo  essere andato via

sarebbe bello sai

che si nascondessero
gli orchi cattivi dell'ignoranza feroce
e dessero le dimissioni da tutte le fiabe reali
e che nessuno vendesse gli organi
é neppure le persone umane
e che tutti fossimo noi
il dio e il mago della dolcezza
e dal sorriso buono

e che tu non avessi dolori e malanni
e che i litigi cominciassero
dandosi la mano col sorriso
e tu fossi libera sempre
quando ci piace
per venire a giocare a saltarello con me
a mosca cieca e a nascondino

sì lo sai sarebbe bello però

e il lavoro e l'impegno diventassero divertenti

e i pettegoli avessero l'artrite alla bocca
e i tuoi sguardi e la tua lingua mi carezzassero tutto
e anche le labbra tue
per farlo poi io pure al mio turno
e non ci fossero sotto il letto i fantasmi
per venire fuori a tirarci i piedi e farci paura
nella notte buia

e il pianeta e i mari e i viventi
vivessero un eden sereno
e che tutto o quasi fosse come lo vogliamo

sarebbe bello amore mio lo sai

e intanto bacio la tua immagine tenera
aspettando l'augurale giorno benedetto
sì
e se non viene
facevamo finta che

e tu ridi ridi ridi
sul battello che ci porta all'Isola
con questo sole di autunno estivo
che lancia coriandoli allegri
per i nostri sguardi

sì dai vieni facciamo la merenda insieme
ho portato il coltellino e troveremo una panca
e tra un boccone e l'altro
mangiato
bacerò la tua anima nuda

sì
sarebbe proprio bello
e sarà bello lo sai lo so
amore mio morbido


giovedì 18 ottobre 2018





sotto quel sole immenso dominante
definitivo e immenso
come la mia condizione ora qui
ci eravamo stati insieme in tanti
il ricordo non si spegne
e mi verrebbe quasi da ridere
a ricordarlo
se qui fosse concesso almeno un riso sfumato
che tanto almeno
il mio ricordo lui sì ride

con quel suo nome nero
il fiume immenso odorava d'acqua e di pesci
e le barche ci andavano
e le reti venivano gettate
e uomini alti e slanciati e neri
e anche il loro gesto era sonoro e nero

ora è nero il mio ricordo remoto
luminoso solo in quei gesti
e nel gruppo che eravamo noi
le donne gli anziani e i ragazzi
che stavamo discosti sotto l'ombra verde
dove il fuoco anneriva quei pesci grandi
sulla brace rossa e accesa

e la polpa morbida si lasciava addentare dalle labbra
spostando la buccia dura delle squame annerite
e allora si
mangiavamo ridendo
e le voci e i risi suonavano
tra i bocconi

ora il grande fratello niger
galleggia di fango di petrolio
e di pance di pesci all'aria esausti
come noi che qui
senza più fiato alcuno
balbettiamo il ricordo
dolce e amaro
insieme

sognavo allora
con gli occhi di dentro
ragazza
la stupenda civiltà da raggiungere da voi
che presto sareste venuti
a trivellare i fanghi neri
regalando pesci morti

ahi
la canzone del ricordo
la mesta malinconia
che mormoro
ormai senza fiato
qui