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domenica 7 gennaio 2018

LE PIETON DE L'AIR- 8-9-10

LE PIETON DE L'AIR- N.8
nostalgia del futuro

Ma  aveva, però, quel maledetto vizio di usare la fantasia.
Tutto era già previsto da provvidenziali entità superiori. Una impresa inverosimile. Tutto calcolato al millesimo. Un miracolo l'avrebbero definito un tempo i santoni delle varie fedi.
Eppure…
Quel tarlo, quella farfalla magica della fantasia lo faceva correre avanti. A prefigurare. A proiettare sullo schermo celeste quel futuro. Promesso. Immancabile. Per quanto incredibile.
Cominciò a guardare il tramonto sulla terra nuova. Un sole rosso incandescente sovrastava l'orizzonte. Da un lato. Mentre dall'altro una gigantesca stella nana rossa purpurea invadeva quel cielo verdeazzurro. L'orizzonte era poi soltanto un modo di dire. Lontanissime catene di rilievo. Scheggiate e scoscese da una parte. Si andavano poi degradando verso rilievi più morbidi, arrotondati, quasi fossero immensi nudi umani distesi.
Nella sommità del cielo una luna piccola giallastra si avvicinava ad un'altra più grande, argentata e metallica. La stava aggirando.
Brillanti tremavano sul tappeto di velluto. Si confuse di di nebbie galattiche sembravano nubi e cirri terminato un temporale

LE PIETON DE l’AIR-9. exodus. Exit
Tutto  doveva essere stato preparato bene.
Nelle  abitazioni la parete visiva si era dilungata. Con tutte le abituali variazioni. Messaggi pubblicitari accattivanti. Seduzione della parola e dell'immagine. Musica, musica, musica. A bizzeffe. Suadente. Alla maniera del Canone di Pachebel. Organo a perdifiato quasi quello delle festività natalizie dei tempi passati.
Il recitativo verbale passava dai toni fermi e severi. A quelli suadenti. A quelli girati a mò di burla.
Ma lo strumento mediale, diffusivo, a tratti ridondante, a persuadere, era accompagnato dal media mentale neuronico. Che si insinuava compiacente come un vento di brezza di primavera, negli spiragli mentali.
Regnava un livello generale di stand-by. Chiunque si occupava delle cose abituali senza perdere mai d'occhio di testa di orecchio in mente il fatto dominante. L’ exodus.
Il  tempo era maturo. E si faceva vie più ogni istante più maturo. Tutto era saturo della aspettativa.
L'integralismo barbuto dei tagliateste.
Il ghigno beffardo del ricco magnate dalla zattera gialla.
Gli occhi a mandorla che stavano per premere il pulsante dei desueti missili nucleari.
Lo zar beveva il tè del San Novara nella sua dacia.
Sultani e califfi avevano aperto palestre e stadi lasciando liberi gli schiavi ideologici in mutande.
I celoduristi nostrani.
Le tifoserie nazi avevano abbassato il braccio teso e il sorriso becero.
Gli orchi avevano lasciate libere mogli bambine, spose, conviventi.
Riposte inerti le fiocine sulle baleniere.
Sospesa l'esalazione di veleni fumosi dalle ciminiere.
Ciascuno osservava se stesso nel proprio specchio interiore.
Sentendosi controllato con la coda dell'occhio da ogni parte.

Una sospensiva generale incombeva.

I pesci nei ruscelli e nei mari cominciavano a togliere la maschera antiveleno.
Gli orsi bianchi e le foche mutavano gli ultimi pezzi di plastica.
Preferendo sardine e aringhe.
Spalancati i lager per pollame e suini.
Coste e ravanelli in salsa di soia in bandivano le tavole.
Ovini e capretti vivevano una pasqua serena.
Sciami di api raccoglievano bottini di polline per le loro arnie.
Chierichetti giocavano di nuovo a saltarello lontani dalle sacrestie.
I malati di AIDS toglievano le flebo nel braccio guardando con speranza l'azzurro del cielo.
Gli oncologi dimettevano pallidi pazienti sorridenti dal cranio lucido.

Tutto il pianeta si stiracchiava garantendoci le gambe. Pronto alla propria resurrezione.

E tutto questo stava nell'aria, nell'etere, nel pensiero diffuso, sospeso… Aleggiava come la speranza quando torna.

L'eccellente catalizzatore prescelto, viveva entusiasta il proprio sogno.
I cloni replicanti parevano fanciulle e donne umane. Iniziavano danze e girotondi cantando nenie trascinanti e sensuali.
Lui le guardava goloso. Le ammirava. Le desiderava. Le incontrava con gli sguardi. E talvolta anche non solo.
Umani, di tutti i sessi, respiravano tranquilli.
Nei gerontocomi nascevano nuove storie d'amore.
Nelle aule di ogni grado tutti gli alunni erano i primi della classe. Amici e …
[13:35, 6/1/2018] +39 346 221 1457: LE PIETON DE l’AIR-9. exodus. Exit
Tutto  doveva essere stato preparato bene.
Nelle  abitazioni la parete visiva si era dilungata. Con tutte le abituali variazioni. Messaggi pubblicitari accattivanti. Seduzione della parola e dell'immagine. Musica, musica, musica. A bizzeffe. Suadente. Alla maniera del Canone di Pachebel. Organo a perdifiato quasi quello delle festività natalizie dei tempi passati.
Il recitativo verbale passava dai toni fermi e severi. A quelli suadenti. A quelli girati a mò di burla.
Ma lo strumento mediale, diffusivo, a tratti ridondante, a persuadere, era accompagnato dal media mentale neuronico. Che si insinuava compiacente come un vento di brezza di primavera, negli spiragli mentali.
Regnava un livello generale di stand-by. Chiunque si occupava delle cose abituali senza perdere mai d'occhio di testa di orecchio in mente il fatto dominante. L’ exodus.
Il  tempo era maturo. E si faceva vie più ogni istante più maturo. Tutto era saturo della aspettativa.
L'integralismo barbuto dei tagliateste.
Il ghigno beffardo del ricco magnate dalla zattera gialla.
Gli occhi a mandorla che stavano per premere il pulsante dei desueti missili nucleari.
Lo zar beveva il tè del San Novara nella sua dacia.
Sultani e califfi avevano aperto palestre e stadi lasciando liberi gli schiavi ideologici in mutande.
I celoduristi nostrani.
Le tifoserie nazi avevano abbassato il braccio teso e il sorriso becero.
Gli orchi avevano lasciate libere mogli bambine, spose, conviventi.
Riposte inerti le fiocine sulle baleniere.
Sospesa l'esalazione di veleni fumosi dalle ciminiere.
Ciascuno osservava se stesso nel proprio specchio interiore.
Sentendosi controllato con la coda dell'occhio da ogni parte.

Una sospensiva generale incombeva.

I pesci nei ruscelli e nei mari cominciavano a togliere la maschera antiveleno.
Gli orsi bianchi e le foche vomitavano gli ultimi pezzi di plastica.
Preferendo sardine e aringhe.
Spalancati i lager per pollame e suini.
Gli occhi azzurri dei lupi cercavano merende raggiungibili per la selezione naturale.
Coste e ravanelli in salsa di soia imbandivano le tavole.
Ovini e capretti vivevano una pasqua serena.
Sciami di api raccoglievano bottini di polline per le loro arnie. E ronzavano sorridenti.
Chierichetti giocavano di nuovo a saltarello lontani dalle sacrestie.
I malati di AIDS toglievano le flebo dal braccio guardando con speranza l'azzurro del cielo.
Gli oncologi dimettevano pallidi pazienti sorridenti dal cranio lucido.

Tutto il pianeta si stiracchiava sgranchendosi le gambe. Pronto alla propria resurrezione.

E tutto questo stava nell'aria, nell'etere, nel pensiero diffuso, sospeso… Aleggiava come la speranza quando torna.

L'eccellente catalizzatore prescelto, viveva entusiasta il proprio sogno.
I cloni replicanti parevano ed erano fanciulle e donne umane. Iniziavano danze e girotondi cantando nenie trascinanti e sensuali.
Lui le guardava goloso.
Le ammirava.
Le desiderava.
Le incontrava con gli sguardi. E talvolta anche non solo.
Umani, di tutti i sessi, respiravano tranquilli.
Nei gerontocomi nascevano nuove storie d'amore.
Nelle aule di ogni grado tutti gli alunni erano i primi della classe. Amici e sodali. Golosi di conoscenza, di relazione, di affetto.
Lui sentiva e ammirava dentro di sé tutto questo. E solo a tratti era colto dal dubbio che  fosse solo un bellissimo sogno. Una specie di incubo positivo radioso e piacevole.
Ed era in dubbio anche con se stesso e sulla propria capacità di percepire.
Quante volte già gli era capitato nella sua lunghissima vita di provare stati d'animo del genere!
Di borbottare dentro di sé che forse quel momento piacevole, bellissimo, fantastico, incredibile poteva benissimo anche non essere mai esistito. Apparirgli e basta. Essere una gradevole e sana allucinazione.
Quali e quanti amori lo avevano turbato facendogli sorgere il dubbio.
Quante volte gli era toccato risvegliarsi da sogni, cercando di afferrare nel vuoto le mosche di quella fantasia gradevole. Con le dita che stringevano l'aria.
E qui ora il sogno era ancora più incredibile. Improbabile. Eppure con radici salde, robuste, piantate nella dimensione dello spazio tempo.
Il tempo continuava a far scendere granelli impalpabili nella clessidra dell'esistenza.
Si prese ancora un attimo di tempo. Mandò in circolo una dose di endorfine di speranza benessere e felicità.
E si concesse il piacere di giacere nella penombra con l'ultima clone replicante. Con il suo corpo. Con la sua voce. Con la sua anima di donna.

LE PIETON DE l’AIR-10. terra promessa
Tutto  sembrava ora assestarsi e sistemarsi.
L'immensa moltitudine di viventi, anime, pensieri, infanzie, nostalgie, lutti, separazioni e perdite, stava da sola sistemandosi quasi automaticamente. Finché avrebbe retto quella pulsione galattica che durava l'evento.
Nessuno aveva dimenticato le chiavi di casa, il gatto, la lettura prediletta serale.
Le nuove abitazioni autogeneratesi rendevano inutili serrature e chiavi.
Le galline razzolavano libere e felici.
I maiali grufolavano nel fango già dimentichi delle gabbie feroci di costrizione.
Mandrie di emù si apprestavano ad attraversare le nuove savane sconosciute.
Verso i guadi.
Dove i coccodrilli si sarebbero saziati soltanto degli animali più inutili e invalidi.
Un falco pellegrino roteava studiando le sue prede.
Negli animali la ferocia vera non era mai esistita per davvero.
Sembrava che anche gli umani, per il momento almeno, avessero accantonato il gusto di conquista, latrocinio, devastazione, e morte.
La morte annotava sul suo taccuino i prossimi impegni. Mesta . Rassegnata al suo ruolo.
La ruota cominciava a girare. Calma. Lenta. Senza intoppi.
Nelle coppie umane, non si riusciva più a litigare come una volta. E il tradimento era una soluzione in extremis, un atto dovuto, completamente meritata da partner insulsi e inadeguati.
I bambini giocavano a girotondo. I disabili a turno venivano aiutati o portati in groppa dagli altri. La terra nuova con i suoi colori e odori diversi, stava studiando e programmando il suo ruolo di terra promessa.
Candide redivivo abitava nelle anime dei più. Utòpia prendeva le misure per durare più a lungo possibile.
Negli opifici la retribuzione era identica per tutti, indipendentemente dal genere e dal ruolo. I dirigenti alla mensa si mettevano in coda con gli altri scambiando battute scherzose.
Le classi scolastiche sceglievano il buon tempo per studiare la natura nuova, all’aria aperta, ripassando come una leggenda nefasta la storia terrestre.
I maestri e gli insegnanti tutti si accanivano laboriosamente per studiare le migliori soluzioni di apprendimento, di vita, di relazione, di serenità.
Fanciulle e donne nubili giocavano a dama e cavalieri per cercare il partner ideale.
Il senso di colpa e la vergogna erano banditi, in quanto inutili, sciocchi, dannosi.
Gli anziani abbellivano di fiori di carta i loro ospizi per conferenze in cui raccontare tutta la loro vita.
Il freddo pungente, timoroso e pudico, si scusava per il disagio arrecato.
Il caldo dei soli faceva maturare i frutti e le verdure.
Il sudore veniva tollerato come male minore.
I popoli stavano inventando modalità di autogestione.
Chi veniva eletto diventava il servitore pubblico, senza potere di prevaricare, la rotazione avveniva di frequente perché era troppo fastidioso e faticoso essere rappresentanti del popolo.
I fidanzati di qualsiasi genere o età si attardavano, terminate le occupazioni quotidiane, e spesso si tenevano per mano, baciandosi dietro i cespugli e gli arbusti.
Regalare amore era il dono prediletto e preferito. Dava piacere a chi dava e a chi riceveva. Come  d'altronde in ogni dono che sia davvero tale.
Il consenso e il dissenso sociale sostituivano regole e divieti.
La vergogna e il ludibrio sostituivano carceri e lavori forzati.
Le parole venivano pronunciate leggere e lievi come farfalle.
I pensieri volavano ancora più veloci e raggiungevano destinatari e uditori dovunque.
Nei luoghi di cura prestavano servizio fuori orario suonatore di jazz, di clavicembalo, di viola da gamba… e clown emangiatori di fuoco… fatuo.
Lui si guardava sempre intorno perplesso. Compiaciuto. Titubante.
I pensieri suoi, degli altri viventi umani, e quelli ancora più semplici degli animali inferiori, erano un linguaggio privilegiato.
I vegetali e le piante osavano mormorare silenziosi i loro parlari muti e densi di significati.
La nostalgia lasciava il posto a un ricordo pacato. In equilibrio sulla linea del tempo. Ciascuno ricordava. I ricordi erano libellule leggere. Quelli più brevi e pesanti finivano per sdrucciolare al suolo. Mescolandosi alla sabbia e ai sassi del terreno.
Lui ripensava con tenerezza estrema quel volto, quel corpo, quello sguardo, quella voce, quel profumo di donna… Il cuore piano gli tremava. Nostalgia, o piuttosto saudade, più morbida, vellutata, garbata e gentile.
Solo i cloni qualche volta ancora l'avevano chiamato eccellenza.
Lui conversava. Andava a visitare gli alloggi. Le famiglie. I luoghi di lavoro.
La traduzione simultanea gli aveva permesso di girare tutto il nuovo globo.
Conoscere i nuovi volti. Sentire racconti di vita.
Ed era stato proprio visitando una terra dell'est, dietro le alture dalle forme umane color ocra, che l'aveva scorta tra la folla. Stava raccogliendo delle drupe simili alle amarene. E le poneva in un cesto che teneva sotto il braccio. La riconobbe dal riso squillante.
Il cuore nel petto si mise a battere intensamente, piacevolmente.
Tu Tum tu tum. Sembrava che stesse giocando.
Non più extrasistole o fibrillazione atriale. Un battito caldo. Di vita.
Come già in passato era avvenuto, fu lei a scorgerlo. Gli occhi lampeggiarono luminosi.
Lasciò il cesto a terra, sorrise e salutò la compagnia con la quale stava raccogliendo frutti.
Lui la sentì mormorare: «non so se torno presto però ci vediamo…»
Un mormorio piacevole e ridente assentì e le fece coro.
Il tempo dell'esodo aveva tenuto tutto in sospeso.
Ora, nella terra promessa, avuta in regalo, tutto poteva riprendere a pulsare. A rivivere.
Gli si avvicinò. Guardandolo sempre negli occhi.
E senza pudore alcuno allungò la sua bocca e le sue labbra a baciarlo.
Intensamente. A fondo.
Quel bacio aveva un sapore antico. Remoto e insieme nuovo. Come i racconti alla sera intorno al fuoco e ai falò. Anche l'aria intorno rimase in sur place. I falchi, le colombe, le api, le farfalle e le libellule rimasero sospese a mezz'aria come tanti colibrì.
Quel bacio gli fece riscoprire la dolcezza profonda, sensuale, assoluta che una ragazza o una donna vera ha rispetto a una pur deliziosa mutante femmina.
In quel nuovo eden ritrovò l'entusiasmo della giovinezza che credeva di avere lasciato di là, in quell'altra terra malata.
«Sì, tu sei sempre stato senza età…» Gli diceva ancora lei, incurante che lui avesse ormai maturato 213 anni anagrafici.
Tenendo in bocca il gusto vellutato e fragrante di quel bacio, le cinse la vita, e lentamente mossero i passi per qualsiasi altro luogo.




mercoledì 3 gennaio 2018

L'ISOLA CHE C'È

L'ISOLA



CHE C'È

deposte allora le orrende spade
i pennoni alzavano le antiche vele
al vento favorevole verso quell'isola
smarrita la strada per Itaca
lasciato il fascino di circe e i fiori di loto
spenta l'unica luce al mostro polifemo
a frugare per mari e oceani cercando
di far sempre rotta verso quel luogo incantato
fresco di brezza e di ghiacci immensi
che certo poteva
che certo doveva pur esserci
col cuore e il sangue e i lombi e il fiato
ribollenti del fuoco di lava
rovente e gelato come sa esser la vita

a naufragare contenti
di quella speranza inesausta
che fosse
che era
che è possibile
il viaggio
perché la meta forse c'è
per davvero
dietro gli ultimi marosi
tra le montagne di ghiaccio dei nord infiniti
tra sbuffi allegri d'acqua salata

e il sogno continua a galleggiare
a mezz'aria miraggio regale
e reale concreto
colmando il cuore di aspettativa tremante

e l'isola che non c'era
ora c'è
forse
può darsi
magari
e s'appresta a spalancare i propri fiordi salati
di salmastro e di odore di bosco

mano al timone
le ciglia bianche di salsedine
il viaggio continua

martedì 2 gennaio 2018

ritrovata sul sedile del treno...

ritrovata sul sedile del treno
una bambola di panno candido
chi l'avesse smarrita lo dica
è il treno che va nell' ossola
della mia infanzia
verso le cime bianche
verso il fresco
verso le campagne gelate

chi l'avesse smarrita

se sei tu vieni te la posso ridare
è tua la bambola
sei tu che ti sei smarrita
nel fresco pungente di nebbia
tra i rami bassi dei larici
sei tu che andavi a cercare
la radice di sole di risa e di gioia
lo so ero passato di lì
per gioco e un po' con intenzione
apposta
sapevo che ti avrei incontrata

vieni allora ci troviamo al chiosco
dove vendono lo zucchero filato
e caramelle alla frutta di gelatina
vicino allo skylift  verso le stelle
eccomi amore mio
bambina mia
donna mia
mia attesa
mio ritorno
mia partenza
mio sogno

ma certo e ti racconto la favola
di quel principe di un tempo
che aveva girato per 1000 anni
per cercare il suo sogno
e ritrovarlo proprio lì
dove eri tu ad aspettare
insieme allo zucchero filato
bianco di neve

lui sapeva di incontrarti
ed era lì seduto sulla panchina
di assi di legno
semi assiderato
col cuore soltanto
che mandava faville di luce
e di calore
e con l'immenso fazzoletto
a quadri colorati ti asciugava
il nasino gocciolante di freddo

è stato lungo il tuo viaggio
dal passato lontano
sapevi dove stavi andando
eccoti finalmente
eccoti di liquirizia di legno
da mordicchiare succosa

facciamo il cambio certo
a me le gelatine di frutta
che hai nella voce
a te i legnetti saporiti e dolci
asciugati la goccia di brina
dal nasino gelato

nel bosco di betulle
c'è uno  spiazzo di erba verde appena spuntata

il cocuzzolo del monte cervandone si è calato
un berrettuccio di lana di neve

il lago l'agaro è una pista ghiacciata
per pattinare
con pattini d'argento come farfalle
gli alpeggi profumano di fumo
di  larici nei capelli

nel secchio di zinco
il latte spumoso
appena munto e tiepido
di vapore pieno di schiuma soffice panna montata
l'accarezzi inondandoti le mani che corrono e volano
gocce bianche colano

per questa storia improbabile
ma vera che ora
si sta raccontando da sola
a se stessa
per consolarsi





domenica 31 dicembre 2017

LE PIETON DE L'AIR N.7 - assistente di volo




LE  PIETON DE L'AIR

N.7 - assistente di volo

L'orologio dell'impresa ticchettava i suoi passi.
Anche quando non si rendeva visibile l'entità femminile era presente. In quel momento aveva assunto l'aspetto di Artemisia.
Teneva i capelli biondo oro raccolti dietro la nuca. Per vezzo e compiacenza era entrata perfettamente nel personaggio. Voce, sguardi, gesti.
Prese a parlare e lui ebbe l'impressione che fosse proprio la sua donna.
«Ricordi la prima volta che sono entrata in casa tua? Siamo rimasti un attimo a guardarci. Poi io mi sono tuffata sulla tua bocca. Eravamo nell'angolo della tua sala, accanto all'étagère a specchi. Tu  mi avvolgevi con le tue braccia. Mi sentivo accolta. Protetta. Voluta. Avevi creato un nido per il mio corpo è per la mia anima.
Bacchette di incenso e di sandali profumati diffondevano fumi che prendevano il naso e la gola. Nella penombra i candelabri facevano danzare le fiammelle.
Quando ne abbiamo ancora parlato tu ricordavi un altro punto della stanza per quel bacio.
Poi, spesso per gioco, lo rifacevamo nei due punti, nel tuo e nel mio… E ancora nel punto a metà strada. Ora puoi dedicarti solo a me. L'esodo va avanti per conto suo. Sono qui in presenza come se fossi proprio io vera. Avevo troppo bisogno e voglia di te»
I loro corpi caldi nudi avevano reciprocamente gustato il contatto.
Dopo essersi riposati in silenzio lei aveva voluto farsi raccontare ancora altro del suo passato.
 Gli chiedeva spiegazione del perché lui sempre non si fosse mai contentato della donna nel momento.
Cosa significasse il suo continuo bisogno di vivere nuove esperienze, anche con quelli che lei definiva tradimenti.
«Accontentarsi. Essere e restare contenti di quello che si ha. Sarebbe un modo. Eppure io appena avevo raggiunto uno status di benessere e di felicità, mi sentivo una molla interiore che mi spingeva ad andare oltre. E mi spostavo continuamente di qua e di là. Ogni volta rubando la marmellata. Questo hanno certo capito le entità superiori regalandomi la compagnia e la presenza dell'angelo nel quale ora tu abiti.
Mediante e attraverso lei posso vivere esperienze multiple con partner che lei ricava dalla mia mente e del mio vissuto. Talvolta mi regala anche presenze nuove prima a me sconosciute.
Ricerca continua. Appagamento momentaneo. E nuova pulsione a ricominciare.
Attendo come te e come tutti la rinascita definitiva. Il nirvana promesso. Il meritato paradiso terrestre. L'eden primigenio, finale e definitivo.»
Lui era rimasto a guardarla stando entrambi coricati. Non c'era nessuna rilevabile differenza. Aveva fatto l'amore proprio con la sua Artemisia. Stessi sguardi. Mugolii di piacere. Risate. Gestualità e comportamento. Eppure sentiva e sapeva che oltre a essere la sua donna amatissima di sempre, era anche quell'altra cosa.
Era un gioco mentale. Un altro essere esistente era stato contemporaneamente anche la sua donna. Aveva usato e provato piacere anche lei che non era lì fisicamente?
È possibile che a volte un luogo, una landa, una terra o un lago, siano contemporaneamente quello che appaiono. E anche qualcos'altro? Lui ad esempio continuava ad essere se stesso, oppure in qualche altro contesto era anche un'altra entità? E se per interposta persona avesse provato emozioni, piacere, godimento, orgasmo, lui qui lo avrebbe sentito? Più tardi si sarebbe collegato con lei per comunicare direttamente e chiederglielo.
E la terra malata, bolsa, boccheggiante, agonizzante che stavano per abbandonare, sarebbe rimasta la stessa una volta avvenuto l'esodo sul nuovo pianeta orbitante altrove?
I boschi dove il vento a volte suona il suo zufolo delicato tra i rami e le foglie, avrebbero saputo di essere anche l'altra entità spaziale, nell'altro posto, con i tramonti plurimi? La stella rossa nana gigante avrebbe scalzato il tramonto del sole vivo in quell'altro sistema? E chi avrebbe suonato lo zufolo nei boschi diversi, estranei, inusitati e nuovi di quella terra per ora sconosciuta? L'acqua sarebbe piovuta alla stessa maniera, con lo stesso rumore, col ticchettio sulle foglie, per quanto di aspetto diverso, oppure avrebbe anche lei pronunciato un linguaggio straniero?
Presentì la nostalgia prossima ventura in quel posto pulito, ma profondamente alieno.
E ora di qui, accanto alle morbide forme bianche simili a quelle della sua donna, ma dentro a un'altra esistenza, provò struggente anche la nostalgia del futuro.
E gli pareva strano tentare la connessione vocale visiva con l'altra parte del pianeta dove Artemisia ora si trovava.
«Sìiii, siii…  amore mio… Proprio ora ti stavo pensando. Ti ho sentito a lungo sai… Come quando stiamo nudi distesi tiepidi e morbidi e ci appisoliamo un pochino col fiato pesante dopo avere goduto tanto l'uno dell'altro…
È stato bellissimo. Intenso. Sembrava quasi vero. Però io ti preferisco per davvero qui. Non mi basta sentirti e pensarti e far l'amore col pensiero…»
Non osò dirglielo. Trovava già di per sé la cosa strana e abbastanza disturbante e sconvolgente.
Magari glielo avrebbe spiegato un'altra volta. Prima del viaggio galattico. Prima che avesse inizio la fine e l'inizio nuovo.
E pensò con una punta di disagio, come avrebbe vissuto lui se lei gli avesse raccontato qualcosa di simile? Di aver fatto l'amore con un suo sosia. Una reincarnazione verosimile ma assolutamente fasulla. Di avergli parlato. Confidato pensieri intimi. Di avere goduto orgasmi prolungati e ripetuti tra le braccia di un altro se stesso…
Il cambiamento. Un altrove. Continuare a restare se stessi diventando insieme altro da sé.
E come sarebbe stato per il pianeta azzurro ricevere e subire la purificazione, rigenerarsi, essere partorito di nuovo, daccapo?
A volte da quando aveva ricevuto l'incarico di essere catalizzatore del progetto assoluto, aveva temuto di non capire quello che stava vivendo.
Gli era parso, in lunghi momenti, di vivere un sogno angosciante, un incubo, una fantasia deviata e malata.
E i ghiacciai che andavano sciogliendosi ai poli della terra si sarebbero accorti di tornare indietro di qualche migliaio di anni? E i vulcani d'Islanda avrebbero sorriso borbottando verso le masse di ghiaccio, perplessi, stupiti e increduli?
Con questi pensieri si imbarcò di nuovo sul veicolo che l'avrebbe portato all'assemblea di tutti i terrestri. Dei loro portavoce. Democraticamente scelti oppure dittatori autoimpostisi.
Nonostante l'ottimismo e la speranza che le entità superiori avevano continuato di infondere, sapeva che la partita era ancora tutta da giocare.
Come arrestare il lancio dei missili di distruzione totale se chi ne aveva accesso non era convinto e collaborativo? E le orde urlanti e becere che avevano distrutto villaggi, popolazioni, templi e tesori archeologici inestimabili, si sarebbero rassegnati a rinunciare agli stupri di massa? Alle decapitazioni? Al seppellimento da vivi dei propri infedeli?
E gli arroganti padroni della terra, avrebbero rinunciato alle deportazioni di massa di tutte le teste pensanti nelle palestre e negli stadi? E la zazzera gialla avrebbe per caso cominciato a concepire pensieri oltre alle sue farneticazioni? E i nostalgici dei nuovi nazismi allevati e nutriti in società che non avevano saputo essere davvero democratiche socialiste, sarebbero rimasti almeno ad ascoltare e a riflettere prima di inneggiare arringando popoli alle proprie sciagure mentali?
Il modulo si stava affacciando sul terrazzo giardino pensile. Carezzò con lo sguardo le ultime amarene mature. O dovrò l'intenso profumo delle aromatiche. Ha perso il cancelletto e si introdusse nell'abitacolo.
Il suo superangelo personale lo aveva già preceduto. E questa volta aveva assunto l'aspetto regale che lui aveva solo di recente intravisto. Ebbe un tuffo al cuore. Avrebbe preferito viaggiare ancora e qui con Artemisia? La donna gli mise una mano sul braccio e sorridendo gli disse: «vieni eccellenza».
Lui prese la mano di lei, la portò alle labbra, e rispose: «eccomi, grazie a te, eccellente eccellenza».
Il trasferimento ebbe inizio e sarebbe durato pochissimo.

LE PIETON DE L'AIR N.6 stand-by

LE PIETON DE L'AIR N.6 stand-by



Sospeso a mezz'aria nel vuoto, il terrazzo-giardino pensile si protendeva meravigliato e attonito.
Offrendo al rosso porpora del tramonto le ultime improbabili drupe. Gradevoli e aspre amarene di sangue. Ribes saltellante. Nel suo calvario spinoso l'uva spina dai chicchi zebrati. Ciuffi di rosmarino, coriacee foglie d'alloro, menta, melissa, maggiorana, timo e salvia. Protesi come per un addio.
Nei postriboli dell'economia e della finanza sospese le contrattazioni per eccesso di ribasso.
Singulti nervosi al meretricio economico. Una boccata d'aria contaminata alle economie disastrate del pianeta.
Arrestata l'estrazione di coltan , di rame, di diamanti e del fango nero per i motori di un tempo.
Boccheggianti i ghigni volgari e famelici di Grosz con le loro bocche oscenamente spalancate e voraci.
Nudi e volti deformi fiutavano l'aria di sconcerto.
I land rover regalati dall'Occidente alle bande di pirati barbuti fermi tra le dune del deserto.
Lager del Sahara vomitavano scheletriche larve interrompendo il mercato degli schiavi.
I beccamorti locali ritraevano il braccio teso e i regionalismi "ce l’hoduristi" umanamente blasfemi.
Le processioni, osannanti fantasiose divinità pervasive, bloccavano le proprie litanie macabre.
Lo sguaiato sardonico nuovo profeta del ritorno alle tenebre, arrestava l'ondeggiare della sua fasulla capigliatura gialla.
Le amarene e i frutti di bosco continuarono per un poco a protendersi nel vuoto immenso devastato del pianeta agonizzante.
Orsi polari e cetacei degli oceani rigurgitavano il bolo indigeribile di plastica e di cellophane.
Il particolato tossico misto all'ossido d'azoto e monossido di carbonio scendeva a larghe falde come una nevicata di ceneri vulcaniche.
Anche il tempo e lo spazio terrestre restarono perplessi e assorti in stand-by.
La figura femminile dietro di lui gli aveva posato le mani sulle spalle. Alitava il suo fiato rassicurante protettivo sul suo collo. E insieme a tutto intorno si sentiva e partecipava alla profonda mutazione radicale.

Sospeso in quella visione, si permise il conforto di regalare a se stesso il ricordo di lei. La entità avrebbe potuto meglio immedesimarsi e assumerne l'aspetto.
LA BAMBINA
Minuta e graziosa.
Come il suo sorriso aperto e spalancato , un cielo di primavera…
Poco più che adolescente.
“Dove l'hai nascosto,bambina,
il tuo sguardo al fosforo
che di sorpresa scoprivo,
in piazzetta,certe sere inattese
che mi frustavi di sguardi acerbi ?"
... Avevano continuato a trovarsi .
... Alle sagre di balli popolari e di musiche celtiche. Alle manifestazioni corali a scandire slogan, portare bandiere, striscioni.
Volti ormai sfumati e confusi nella nebbia del ricordo.
Uno in particolare era rimasto vivido nella memoria.
La ragazzina bionda. Minuta e graziosa.
Come il suo sorriso aperto e spalancato , un cielo di primavera…
Molte volte avevano incrociato gli sguardi.
Con turbamento lui. Per quella giovane età e per il fascino pudico e insieme intrigante come un profumo di vento di marzo.
Quando incrociava il gruppo, ascoltava distratto le loro chiacchiere. Un po' estranee per lui, molto più grande di loro.
E ogni volta cercava quel volto, quel sorriso, quell'intenso guardare turchino e luminoso, con intenzione. Fin quando lo vedeva spuntare tra gli altri volti anonimi e privi di significato. Ammiccante. Sornione. Fascinoso. Con il gusto del proibito.
Si erano accostati quasi casualmente l'uno all'altra. Sguardi e parole fusi insieme. Le frasi seguivano un ritmo interiore. Sotterraneo. Mellifluo. Intenso.

-Ti  ricordi  ancora di me?- gli chiedeva ora.
Ma come poteva dire di conoscere davvero quella persona, che si vestiva di sorriso…?

L'immagine molte volte gli era tornata da allora, come un ricordo fuggevole. Come un fotogramma un po' stinto, un po' sfocato .
Anche  se ora era con un certo turbamento che lo incontrava, quel nome, quello sguardo, quegli occhi, quella luce.
È  dunque mai possibile conoscere davvero una persona? Una donna? Avrebbe forse potuto provare a incontrarla di nuovo, scrutarla, studiarla dentro, cercare di vederla almeno.
O era troppo sperarlo?
I messaggi in chat balbettavano dentro. Andavano a tentoni. Incespicavano. Titubanti. Smarriti smarrivano la strada. Il ritmo. Si ritrovavano.

Nel primo incontro l'aveva raggiunta che l’aspettava seduta su una panchina. Aveva appena parcheggiato l'auto lì vicino. Insieme erano andati per una gita all'isola.

Nella basilica erano scesi giù nella penombra della cripta . Il santo steso nella sua teca. La maschera d'argento gli copriva quel che restava del volto.
Quel corpo minuto rinsecchito da secoli e secoli.
Avevano  riso davanti alla cassa di cristallo e lui aveva detto   stupidaggini colossali  facendola ridere. Lei  si premeva la mano sul volto, abbassava gli occhi che ridevano, gli stringeva la mano sul braccio…
Voleva affascinarla. Conquistarla. Rubarle l'anima.
- la vede signor Santo,  questa ragazza qui? l'avevo conosciuta millenni e millenni fa ...ci siamo rivisti adesso …sono stupito, affascinato,  col batticuore,l’ extrasistole... spaventato della sua bellezza... fascino... della sua grazia... della sua voce, con quel tono cadenzato che mi ricorda quella di allora …
Come dice…? Era davvero quella destinata a me…. Da sempre…? La ringrazio, signor santo, e scusi se siamo così indecenti con la nostra allegria, qui, davanti a lei, che dorme disteso… Si sta davvero divertendo? Ma allora ci sta aiutando? Ci da una mano? Grazie grazissime sa, non osavamo sperarci… Ride anche lei, muto sospeso nel tempo infinito… Allora, se permette, ci ringrazi anche il suo capo, il principale, il nazareno…No, non fa nulla se io son agnostico-ateo, sa, si può sempre fare un eccezione… ovvìa… L’avevo già fatto anni fa… quando la mia bimba era malata… Gli avevo detto:” signor dio, si lo so, io non ci credo, ma se ci sei ci credi almeno tu, no? È la cosa più bella che ho avuto nella vita finora, questa bambina piccina piccina, il frutto della terra e del cielo, con i suoi piedini e i calcagnini di maiolica, fai il bravo, se puoi, se senti, se vuoi… Dai ti prego…!"
Signor Santo, la ringrazio, preventivamente, sento la magia che si sta diffondendo… Sento il TU TUM TU TUM TU TUM che mi batte dentro… Grazie per la sua santa magia… Grazie per questo regalo… Buon riposo…"

Pensò che forse conosceva  o aveva conosciuto soltanto lo sguardo qugli occhi  quel sorriso quella voce.

- Ma, se vuoi, io avevo costruito una macchina del tempo fantastica per tornare ai ricordi passati e riviverli... ti regalerò un mio libro che è proprio intitolato così: Wormhole, la galleria del bruco mela... poi te lo spiego...è sulla teoria della dimensione dello spazio-tempo... Ma  è più che altro un'invenzione fantastica...mentale... Possiamo tornarci indietro... se vuoi ci reinventiamo la tua e la mia storia... Ci divertiamo nel descriverla, nell'inventarne i particolari... sognarla...

Avevano  consumato uno spuntino in un localino in quelle viuzze del borgo storico, al ritorno dall'isola.
 Sul battello lei si era aggrappata al suo braccio e continuava a guardarlo.
Lei continuava a leggerlo, ascoltarlo, bere le sue parole… Condividendole.
e anche nei momenti che trascorrevano insieme era un continuo navigare avanti e indietro. Indietro in ricordi lontani mescolati in una antologia di aneddoti. Avanti con voli fantasiosi che inventavano un futuro probabile possibile onirico.
Gli incontri avevano poi preso a diventare molto regolari frequenti assidui… All'inizio trascorrevo una settimana o più giorni prima di incontrarsi di nuovo. Poi divennero settimanali e infine 2, 3, 4 volte la settimana.
Le sue visite con dei messaggi nella messaggeria del socialnetwork. Che avevano subito entrambe cominciato a riempire per ore e ore quotidianamente, nella fascia di tempo che precede il sonno. Un sogno preparatorio del sogno.
Appena arrivata lo inondava del suo sorriso e del suo sguardo che finì sempre di più per ammaliarlo. Se lo dicevano anche, che il cuore a entrambe batteva in gola, provocando extrasistole repentine improvvise spasmodiche piacevolissime insieme dolorose come pugnalate di tenerezza.
Avevano sempre avuto l'abitudine che lui preparasse diverse candele accese che creavano un'atmosfera magica. E faceva bruciare degli incensi profumati.
L'intimità era assoluta, totale, di anima con anima, mente con mente, emozione con emozione. Come lui aveva fatto nel primo incontro di raccontare a fiume le vicende più intime del suo recente passato esistenziale professionale relazionale ed emotivo sentimentale, così pure lei, senza pudore o remore si era denudata l'anima il passato la vita l'esistenza. E non era per nulla una metafora. Corpi nudi, anime nude, sguardi nudi, parole in libertà… Gesti in libertà… Amplessi in libertà… Compulsivi assalti amorosi liberi, assoluti, sfrenati, pescando continuamente dall'immaginario mentale erotico.
E come per i gusti, il modo di pensare, la direzione generale del mondo, anche sul terreno amoroso si erano trovati sempre di più complementari, e si ripetevano all'infinito che era proprio così la persona che entrambi stavano cercando.
Con l'andare del tempo, anziché attenuarsi l'affiatamento, la passione, l'euforia, l'entusiasmo andavano continuamente crescendo. Avevano immaginato al più una breve intensa avventura amorosa. Ma l'intimità anziché scemare diventava sempre più profonda. Le conferme di quanto intuito nei primi sguardi nei primi approcci verbali, puntuali arrivavano continuamente. Aspettavano da un momento all'altro che qualche piccolo screzio sorgesse, assegnare la fine di quella meravigliosa stagione. Lo temevano. Ma invece avveniva il contrario. Nei primi anni qualche briciola minuta e inconsistente di accenno di disaccordo, veniva subito cancellata con urla e euforiche di gioia e di piacere reciproco.
La banalità ripetitiva della routine, non accennava mai a comparire. Dopo ogni nuovo incontro ciascuno dei due affermava con gli occhi lucidi di piacere e di felicità che era stato molto meglio delle altre volte, completamente diverso, e che l'uno e l'altro, si ritrovavano completamente diverse e trovavano completamente nuovo diverso rigenerato l'altro.
Nessuno dei due, e soprattutto lui completamente ateo, credeva in una provvidenza sovraumana, e solo a parole dicevano che il destino era stato buono magico munifico generoso.
"unusquisque faber fortunae suae”citava lui spesso da Tertulliano o Quintilano...
Lei definiva lui suo maestro, babbo, guru, sacerdote, divinità, terapeuta… E lui vedeva in lei la vestale, sacerdotessa, alunna, figlia adottiva incestuosa, paziente, maga, fata…
Nelle pause tra gli accesi e appassionati assalti prolungati, lei lo guardava adorante con i suoi occhi luminosi. Pregandolo di parlare, di raccontare, pronta a bersi tutto golosamente. Spesso costretta a invitarlo dolcemente a interrompere il fiume di parole di idee, di versi, citazioni. E riprendevano il linguaggio non verbale. Fino a quando l'orologio digitale proiettato sul soffitto della camera, le ricordava dolorosamente che erano passate infinite ore, e che presto sarebbe dovuta scappare.
Lui citava a memoria i versi di Federico Garcia Lorca, Samuel Beckett, intere sequenze narrative che aveva assaporato gustato le fatte proprie dall'adolescenza. Film. Racconti di viaggi.
Era diventata una antologia eterogenea composita e complessa, nella quale c'era di tutto. Ricordi d'infanzia. Dell'adolescenza. Della maturità recente. Con una punta di curiosità mista a una sfumata gelosia, lei gli aveva chiesto di raccontarle delle sue infinite storie e relazioni amorose. Degli innumerevoli matrimoni falliti, chiusi, delle convivenze interrotte, delle vicende anche occasionali, fino a quelle di un solo incontro finito lì è persosi poi nella nebbia. Con modestia assoluta e senza pudore anche lei aveva raccontato la sua parte, quasi vergognandosi al suo confronto.
Anime e corpi completamente nudi, in perfetta sintonia di comunicazione.

Appena entrati in casa lei toglieva gli stivaletti. Lui sedeva sul divano di pelle rossa. Lei gli si inginocchiava sul kilim davanti a lui, tra le sue gambe, lo carezzava di sguardi intensi profondi. Dopo averla carezzata sulle guance, sui capelli, averla baciata sugli zigomi e sulla fronte, partiva la narrazione. Fino a quando lei lo pregava di interrompere. Per iniziare altri discorsi nel linguaggio non verbale che avevano messo a punto così bene.

Per contrasto. Ora.
Sullo sfondo lo scenario funebre del pianeta agonizzante.
Nel suo viaggio a ritroso con la memoria il cielo infinito, disteso come un mare da sogno, in cui navigare.
L'angelo terreno e umano della sua storia. Col suo sguardo fosforeggiante...
Da imprestare come modello alla sua nuova guida alle sue spalle.
"Mantua me genuit” aveva profferito il poeta latino offrendosi a Dante per il viaggio di redenzione.
Lei, generata dalle entità superiori, immune e scevra dalle immagini tratteggiate col bulino nelle tavole di Gustavo Doré.
Insieme ancora indefinibile. Cangiante ogni istante. Mutevole e insieme stabile.
Entrambi rientrarono dal giardino pensile galleggiante mentre il rosso porpora lasciava il posto a un manto nero blu di velluto infinito costellato di piccoli brillanti.…

giovedì 28 dicembre 2017

LE PIETON DE L'AIR N.5 donne dal passato

LE PIETON DE L'AIR

N.5 donne dal passato




 

Era il suo nido abituale. La sua tana, preferiva ritenerla. Ne conosceva l'odore. Il colore. La luce smorzata che diventava intensa al pensiero.
La sensazione odorosa e tutto insieme fisica aveva ora ha assunto tonalità nuove.
Avvertiva la presenza della entità femminile. Di quell'"altra cosa" come si era definita.
Se lo era aspettato. Ora stava vivendo in questa nuova impressione.
Lei si era adattata al ruolo. Insieme avevano predisposto le vivande preconfezionate.
Di fronte l'uno all'altra avevano preso a consumare il cibo.
Senza bisogno di conversare, comunicavano mentalmente.
La luce azzurra diffusa faceva un piccolo alone sulle due figure dei viventi.
Nell'alzare gli occhi verso di lei incrociò il suo sguardo.
Fermo. Pacato. Intenso. Espressivo. Sensuale.
«Contatti sono già pervenuti dal consesso degli umani. Sanno. Attendono.
Già sono stati avviati i preliminari per rendere attivo il progetto.
La parete visiva degli alloggi umani mostra l'aspetto del nuovo mondo che vi attende. Loro dicono cose. Timore e stupore aleggiano.
Bloccate e rimaste in sur place le azioni sciagurate in atto.
È il momento della riflessione. La voce che commenta le immagini ma saggia e carezza tutte le menti.
Autocoscienza socializzata.
Interdizione assoluta di ogni violenza. Di mente. Di armi. Di azioni.
L'umanità tutta sta iniziando un processo interiore di revisione.
La mente collettiva delle entità superiori plasma e modella il cambiamento.
Prima del trasferimento va maturata a fondo la mutazione radicale.
Tu sei catalizzatore di questo processo.
L'Ulisse che prepara il viaggio verso la nuova Itaca.
Verso la terra del vello d'oro.
L'esodo potrà provocare turbamento.
Il disagio sarà naturale. E sarà anche scoperta, sorpresa, regalo.
Il tempo terrestre si dipana.
Poi comincerà il tempo nuovo.
Tutto andrà reinventato daccapo. Finito il torpore e lo stordimento dell'esodo, gli umani giocheranno l'ultima loro possibilità. La nuova terra è accogliente. La nuova terra è diversa. La nuova terra è simile. Essa è la nuova terra.»
Erano parole pensieri che illuminavano e insieme davano serenità. Visioni. Innescavano speranze. Zoomate in campo lungo a 360°.
Tutto tornava a essere possibile. Il libero arbitrio comprendeva anche nuovi tsunami graduali e intensi, ma solo come possibilità.
Stava cominciando la nuova partita.
Il passato stava per essere surgelato. I ricordi galleggiavano ancora però sospesi nell'aria. A proiettarsi sul velario della nuova realtà.
Ritornò ai suoi pensieri, che aveva appena tralasciato durante il ritorno.
Rivedeva le luci di quegli occhi malati che gli avevano offerto come un dono sacrificale il proprio passato come un paradiso terrestre perduto.
La sofferenza divertita e compiaciuta di quella donna pur bella con tutte le sue allucinazioni e desiderio di espiazione.
Preferì lasciare scivolare via quel ricordo.
C'erano quelle altre donne che avevano a lungo convissuto con lui.
Saggia, attenta, premurosa, ma con le emozioni irrigidite, la prima.
Riusciva a regalarsi nell'atto amoroso ma intanto continuava a percorrere il suo senso del dovere. Durante l'amplesso all'improvviso gli ricordava che il giorno dopo sarebbe dovuto andare a ritirare il piumone in lavanderia. Terminava di consumare l'atto quasi come una masturbazione tra se stesso e l'immagine di lei.
E quell'altra con le nebbie della sua insonnia e angoscia. Amari stati d'animo. Era diventata sempre più isolata in se stessa. Amplessi morigerati e sempre più diradati. Per assurdo, gli aveva raccontato a spiegazione la terapeuta della mente che la conosceva, vedeva in lui una figura protettiva e materna. Ma naturalmente lo disturbava e la ripugnava un atto sessuale con un fantasma di figura materna per di più maschile.
Gli occhi. Spesso erano questi i flash che per primi affioravano dal suo passato.
I nuovi occhi che aveva incontrato, lanciavano dardi elettrici. Gradiva sorbire modiche quantità di bevande alcoliche. Per scatenare le sue pulsioni profonde. Per giocare le proprie perversioni.
Fantasie trasgressive di nuovo come quelle che l'avevano spinta a tradire il precedente compagno. Preferendogli lui. Attratta morbosamente maniacalmente dai camici bianchi degli operatori sanitari. Malattie, malanni, patologie nascevano come funghi.
Lui era riuscito solo qualche volta ad accompagnarla in quelle visite. Restando un poco distante aveva visto medici e infermieri che l'abbracciavano in modo vistosamente lascivo. Lui restava un osservatore sconosciuto. E sentiva le profferte che costoro facevano a quella che stava diventando la sua compagna di giochi amorosi.
-Sì, certo, rimarrà è ricoverata almeno qualche giorno… Io di notte sarò di guardia… Ti verrò a prendere e ti porterò a farmi compagnia…-E chi parlava aveva uno sguardo e un tono osceno. E lei rideva sguaiatamente sottovoce eccitata ed entusiasta.
O il grosso medico massiccio che la cingeva con le braccia alla vita. Immancabilmente tutti rivolgendosi a lei dandole del tu. A lei piaceva tutto questo. Si sentiva un'offerta. Un oggetto da predare. E ne provava immenso piacere.
Nella quotidianità alternava la lascivia che riservava ai sanitari, a una profonda irritabilità isterica. Con lui.
Era un continuo passare da un paradiso di lussuria promessa e regalata, a un conflitto sordo cocciuto amaro.
C'era poi stata anche la ragazza che gli regalava la sua nudità impudica, e di notte restava attaccato al telefono con lui per ore… Col suo accento francese. Dopo qualche bicchiere di aspro e saporoso vino brut e qualche fiutata di polvere bianca nel naso.
O l'accento latino che gli preannunciava dopo un percorso che chiedeva,di seduzione graduale, il dono del proprio fiore virginale. L'aveva poi ringraziato. Compiaciute soddisfatta. E lui aveva addirittura finito per dimenticarla. Trovandosi altre compagne di viaggio amoroso.
Si era posizionato in stand-by per un po' di tempo. Inseguiva l'impegno associativo e la militanza. Distratto continuamente però dagli sguardi, dalle voci, dai tratti femminili che incontrava.
Aveva creato intorno a sé un piccolo atelier di poesia. Ma anche lì aveva subito e vissuto degli imprevisti.              Costei amava molto i versi e la poesia. Chiedeva a lui aiuto, illuminazione e insegnamento. Poi aveva cominciato a offrire le sue composizioni poetiche. Il soggetto, i termini, le immagini erano quelle che aveva letto e ammirato nei versi di lui. Aveva creduto di potersi sbizzarrire in licenze poetiche. Stravolgendo termini in modo improprio e inadeguato. Mortificata di essere corretta. Insieme lo aveva aiutato a realizzare un grande evento di celebrazione della poesia. Ma all'ultimo momento aveva voluto distruggere tutto. Prendendosi la briga di interferire nell'organizzazione mandando a monte gli inviti a personaggi illustri che lui aveva ottenuto.
In una corrispondenza elettronica lui aveva proposto e avviato uno scambio epistolare immaginario tra due personaggi della mitologia letteraria. Lui era un principe; lei una ninfa. Ingenuamente lei si rivolgeva a lui/principe con parole d'amore intenso, lasciandosi sfuggire il vezzo di descrivere proprio lui come età, aspetto fisico… Lui si era tenuto sulle sue. Di colpo, all'improvviso, lei l'aveva apostrofato dicendogli che assolutamente non aveva alcuna intenzione di andare a letto con lui. Che era e voleva restare fedele al suo compagno. Era riuscito essere calmo nel ribattere che proprio per questo la stimava e che non aveva assolutamente immaginato possibile nulla di simile… Lasciandola forse un po' delusa.
Ma poi c'era tra tutte quelle infinite figure femminili, sguardi, voci, sensualità, quell'altra che veniva dal suo passato.
Come già aveva fatto altre volte di recente nel viaggio a ritroso sui suoi amori, aveva preferito raccogliere nella mano quel ricordo gradito dolcissimo. Ancora palpitante della giovinezza femminile sfolgorante. Rivissuto di recente con una intensa, appassionata, travolgente, inebriante, celestiale esperienza amorosa…
Ma sì, si era detto allora, se devo coccolarmi i miei ricordi questo che è così bello, privilegiato, e unico, me lo tengo per ultimo… Me lo carezzo e me lo ripercorro magari prima di addormentarmi la sera.
Il percorso mentale sulle figure femminili faceva parte dell'impegno che aveva assunto con la entità superiore femminile. Ella aveva per il momento assunto un aspetto che è la sintesi, per quanto possibile, di tutte le sue donne.
Ma gli aveva anche lasciato la prospettiva, accattivante per lui di assumere di volta in volta un aspetto diverso. È in ciò, ella aveva visto giusto nei suoi connotati mentali.
Non  si era mai voluto infatti legare in modo stabile e duraturo a nessuna. E di volta in volta attribuiva tale sua tendenza a motivi diversi. Tra tutti primeggiava la convinzione che proprio la mutevolezza e la diversità sono bellezza. E forse in fondo ci stava anche un elemento di immaturità per il rapporto unico esclusivo. Forse per la mancanza di una fissazione adeguata all'archetipo femminile materno. Oppure anche, in altri momenti, sia lui che altre persone lo avevano attribuito a pura e semplice devianza.
Nei vari rapporti, specialmente quelli più importanti, per un discreto periodo dopo la fase iniziale dell'innamoramento, aveva avuto intenzione e anche impressione insieme che quello sarebbe stato l'unico. L'unico. Quello definitivo come rapporto.
Ma poi erano intercorsi imprevisti. All'interno della coppia con la partner. Oppure anche dentro di lui. Una pulsione incessante riprendere il viaggio. Ricominciare tutto da capo. E daccapo. E daccapo, daccapo …
La speranza rimaneva pur sempre che quella lei privilegiata, cui aveva deciso di dedicare i pensieri migliori prima di addormentarsi anche quella sera, potesse costituire davvero la sua ultima meta. La sua Itaca in cui riposare sensi affetto mente pensieri…
Ci stava giusto pensando in quel momento.
E gli parve, anzi ne ebbe quasi la certezza, che proprio in quell'istante la entità femminile, giocosamente, stesse incarnando proprio il profilo di quella donna cui andava il suo pensiero più gradito…