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venerdì 8 dicembre 2017

SOLITUDINI

SOLITUDINI
e mi chiedi
se avevo accolto il tuo invito
un tempo 
perché mi sentivo solo
per esserlo meno
ma vedi io non sono solo con me
mi faccio abbastanza compagnia
le parole pensate scritte dette
i pensieri fanno compagnia
e parlano
tu nel tuo silenzio
solitario
in mezzo a gente
hai cercato compagnia nell'etere web
dove pure già avevi scovato me
e guardi al vento
e scruti
aspetti
un qualche cenno
due solitudini non si sommano forse
diventando meno sole
sono soltanto un racconto
un modo di dire
ora guido nella notte
solo con la compagnia di me
con la tua distanza
tu sola dove sei
dove ti rintani
chiunque ci sia lì
più sola che mai
più sola di me
ci siamo raccontati
per amore
volevamo fare all'amore
volevamo giocare insieme
volevamo ridere
volevamo giocare
l'abbiam fatto a bizzeffe
lo sai bene
e ora tu ti rinchiudi piangi
e io guido e intanto
ho asciutti gli occhi
per davvero
buona solitudine
buonanotte
abbiamo giocato all'amore
a crederci
abbiamo riso
abbiamo goduto
da matti
lucidi
e ci guardiamo ora
perplessi
buonanotte
buona solitudine
buonpianto
ma solo se vuoi

L A L E P R E






LA L E P R E


Conosceva la tana perfettamente. Ci stava a proprio agio. Da sempre ci si era acquattata da finire addirittura per credere di starci bene. Gli odori, le ombre, le piccole foglie, il terreno battuto, tutto le sembrava rassicurante.
Ma sempre di più le era scattato l'allarme. Drizzava continuamente le orecchie senza darlo a vedere neanche a se stessa. C'era un nuovo odore diffuso in quel pezzo di bosco. Odore di salvia, di mirto, di rami bruciati, affumicato.
E quel nuovo che individuava appariva a momenti alterni una sorpresa felice, una via di salvezza, una liberazione; oppure all'opposto si alternava con un terrore panico. Il suo piccolo cuore fragile delicato allora batteva all'impazzata.
Tu Tum tu Tum tu Tum tu Tum.
E poi ancora: tu Tum tu Tum tu Tum tu Tum…
Fino a quando riusciva ad assopirsi sul battuto di terra dall'intenso odore. Ma anche allora sogni, fantasmi, incubi le incombevano.
Sapeva benissimo, ne aveva la certezza che il nemico, padrone, predatore, tiranno stava da sempre appostato. Col suo ghigno beffardo e disumano. Silenzioso, tranne quando si spostava un momento per bere dalla sua bottiglia. O quando nel silenzio del bosco vibrava la sua voce robotica.
Stava sospesa a un filo della propria paura, del proprio terrore. Credeva di essercisi adattata. Abituata. Assuefatta. Di trovare tutto normale. Si raccontava da sola che era quasi piacevole tutto così.
Ma il predatore padrone tiranno non era solo. Aveva fatto un patto con quella là. Ne aveva ricevuto le consegne. Che da sempre eseguiva, addirittura mostrandosi distratto, ma in modo determinato assoluto fino a quando ci sarebbe riuscito.
E doveva sentirsi certo e sicuro che ci stava riuscendo da tempo. Immobile. Freddo. Senza emozioni. Governava quello statu quo.
Era un gioco perverso. Ci si divertiva da sempre.
Conosceva bene la sua preda e vittima.
E la vittima preda accettava il gioco da sempre. Addirittura turbata e spaventata solo al pensare che la libertà potesse esistere. Che il mostro smettesse definitivamente il suo gioco perverso. Che lei fosse costretta a battere le zampe sul terreno. E a fuggire verso la libertà col cuore in gola.
Sentiva l'odore di quella là che doveva starsene acquattata tra i cespugli. Ne aveva sentito talvolta la voce biascicante con il suono delle esse accentuate come ai vespri.
Insomma tutto normale si diceva. Tranne quando aveva creduto di vedere il salvatore che le regalava il messaggio di libertà. Non era sicura. Forse l'aveva soltanto sognato. Desiderato.
O comunque l'aveva spesso rimosso dalla sua mente e fuori dell'odore della tana.
Qualche volta aveva anche addirittura finito per odiarlo. Per essere venuto a instillarle quella speranza, che ora la disturbava come un veleno.
Solo verso di lui aveva osato mostrare apertamente rancore.
Ribellandosi.
Perché lui glielo lasciava fare.
Si diceva che avrebbe voluto esser solo lei a decidere di battere le zampe posteriori iniziando la fuga.
Perché era venuto a portare sconvolgimento turbamento nella sua tana?
Dai tremori della foresta aveva sentito i passi della ragazza che pure voleva aiutarla.
L'ombra della tana tremava e vacillava. Gli odori diventavano ora incerti. Non più rassicuranti. Stava preparandosi a scoppiare sempre di più la tempesta. Sarebbero venuti lampi e tuoni. Il nemico e la sua complice erano appostati pronti per ghermirla.
Le pareva un sogno, un incubo. Aveva da un lato certezza di quella realtà. Da un altro lato temeva o anche sperava che fosse una sua autoillusione.
Aveva sperato, sognato, fantasticato di battere le zampe posteriori iniziando la fuga dalla tana, dal terrore, dai fantasmi e dall'incubo.
E continuava a starsene rannicchiata. Le orecchie che le coprivano i lati, pronte a drizzarsi a ogni rumore sospetto.
Col piccolo naso rosa e tremante che esplorava gli odori.
Restava ferma immobile quasi fosse calma.
E dentro il cuore rosso continuava il suo tamburellare selvaggio: tu Tum tu Tum tu tum. Tu Tum tu Tum tu tum.
Aveva anche sperato con la sua piccola anima timorosa che non fossero neanche mai arrivati segnali di liberazione e di tempesta.
Ma ormai da tempo galleggiavano nell'aria.
E continuava a restare incerta, sospesa, dubbiosa.
Cos'avrebbe fatto allora?
Sollevando di nuovo le orecchie e fiutando con le narici, mormorò incerta:
non so…
Chissà…
Vedrò…


Intanto nella foresta tutto era immobile. Silenzioso. Fermo.
Incombeva una grande calma tra i rami e le foglie.
Non sapeva decidersi a uscire da quel sogno incubo affrontando la realtà.


lunedì 4 dicembre 2017

CANNOCCHIALE

e se lo giri all'incontrario
l'immagine si fa
più piccina sempre
e lontana all'inverosimile sai
e neppure è un gioco di prestigio questo

come alzarsi a volo in alto
per guardare dal di fuori

tutto fugge in quel punto remoto
làggiù in basso o là in fondo
e non basta allungare il braccio giù sotto
per afferrare quel che prima era qui
da toccare con le mani
che abbracci soltanto aria vuota

ed è un po' così a vedere all'incontrario
col cannocchiale rovesciato

allontana sempre di più

e succede a ribaltare tutto
nel facile abracadabra del reale
che scivola via
piano piano

una foto minuta

nel cerchio magico

inafferrabile

forse






domenica 3 dicembre 2017

LA BOLLA DI SAPONE E LA SFERA DI CRISTALLO









Dietro la curva della ferrovia, i prati in gerbido, pieni di stoppie e di cespugli selvatici.
Ondeggiando molleggiato con la sua andatura cameliforme, il barone ci si stava avventurando infangando i suoi stivali neri,  alti fino al ginocchio.
Aveva lasciato con noncuranza il suo cilindro nero dal pelo lucido e morbido, poggiato sulla pelle bordeaux trapuntata del divano della sua carrozza.
Andava apparentemente a zonzo. Eppure sapeva anche dove stava andando. Da molto tempo lo sapeva.
La collina di fronte mostrava paesaggi improbabili. In una casa inesistente massiccia e anche molto vuota, stava forse ancora rintanata lei.
Di fianco al tratturo, coricato, con le radici impudicamente per aria, stava sdraiato un immenso tronco di ontano.
Sollevando le falde posteriori della sua redingote, ci si sedette.
Dalla tasca aveva estratto la pipa bianca di schiuma. E cominciò a caricarla di tabacco pescando con le dita e con il cammino di essa nella piccola borsa di pelle morbida.
Gli zolfanelli vennero cavati fuori dal taschino del panciotto.
La fiamma produsse una piccola nuvola di fumo che rimase sospesa nell’aria con i suoi disegni e ghirigori.
Aspirò avide boccate tenendo il capo rivolto verso il cielo, i cirri bianchi che vi navigavano, e la collina. Questa ricordava i morbidi declivi della schiena di un immenso animale. Un elefante forse. O un dinosauro. Gli fece venire in mente qualcosa di simile dove aveva camminato molti anni prima sui rilievi  di Colfiorito. Nel folignate.
Aveva preferito così invece della solita galoppata a cavallo.  Lasciato il landau in uno spiazzo libero accanto alla carreggiata. Infilando il sacco della biada sopra il muso del suo sauro. Che si sarebbe trattenuto così con quella colazione. La cavezza legata ad un ramo.
E ripensava la storia della piccola Artemisia. Aveva dovuto disimparare fin da bambina a fare marachelle, ad essere libera e felice. Conservando quel gusto solo per momenti di trasgressione furtiva. Rubare la marmellata; dire qualche bugia; andare a giocare  nel cortile di casa con gli altri bambini. Rigida, ferma, severa , come erano avvezze fare le madri badesse di quel tempo, riteneva importante strigliarla ogni tanto. Per il suo bene pensava. Quando poi l’aveva affidata a quell’uomo, gli aveva passato le consegne. Che lui aveva seguito, mettendoci di suo anche qualcosa di più…
E il barone poeta, fantasioso sognatore guardava quella storia, sospesa nell’aria in una bolla di sapone… nella lanterna magica del suo ricordo e dei racconti della piccola.
Così lei si era abituata fin da piccina, ad aver paura anche della propria ombra. Ingabbiata in una camicia di forza che si era avvezza a portare. E che prima o poi aveva addirittura creduto che le stesse comoda.
L’ombra della badessa si era congiunta e sovrapposta all’ombra incombente che ancora, sempre, la seguiva dovunque. Di quel piccolo squallido drago male in arnese.
Aveva smesso anche di giocare a mosca cieca, a nascondino e a saltarello. E col fiato in gola aveva provato ad assaporare  piccoli momenti proibiti di felicità. Tornando subito nascondersi, addirittura anche alla propria ombra. Aveva paura che la divorarasse.
Era diventata grande. Era diventata ormai una donna. Ma non smetteva mai di avere paura. Anche senza darlo a vedere.
Solo qualche volta, con piccola rabbia aveva provato a ribellarsi, sottovoce, mestamente.
E riusciva a farlo soprattutto con chi glielo aveva permesso e concesso generosamente. Il nobile cavaliere che le aveva indicato e insegnato la strada per liberarsi.
Ora, certo, il barone lo vedeva, nella bolla di sapone sospesa nel cielo dei suoi pensieri, lei stava rimuginando col batticuore, di prendere alla fine una decisione.
E fumando la sua pipa il narratore maestro,  temeva di vedere l’epilogo. Aveva ormai letto chiaramente tutti pensieri in quella testolina che amava tanto. Aveva ormai previsto quasi tutto. E con un rammarico grande ogni tanto si affacciava anche sul  futuro.
La bolla di sapone, galleggiava ancora sospesa nell’aria, come un’astronave. Per un viaggio sulla luna, per raggiungere i sogni, le fantasie e i desideri. Ne parlava quel romanzo francese. Mescolato alla vicenda del paladino carolingio che va a cercare la propria ragione là, dopo averla perduta per amore
Il barone sorrise tra sé malinconico e mesto.
Presto, lo sapeva, la bolla sarebbe potuta scoppiare nell’aria, o sciogliersi ai raggi del sole.
Oppure anche, e lui lo sperava, diventare trasformarsi in una bolla di cristallo.
La bambina donna affermava che ormai si era decisa… e lui sapeva che avrebbe potuto decidere di vivere e di essere felice, diventando finalmente adulta e libera… oppure anche, come faceva da tempo, avrebbe potuto decidere di non decidere nulla… rimanendo lì a dormire sdraiata sul prato del suo letto… a inseguire sogni, a fantasticare ricordi, a cercare nuovi cavalieri erranti,.. improbabili… dopo aver rinunciato alla sua unica via di salvezza e di libertà dai suoi fantasmi, dalle sue ombre, dagli orchi, e dalla sua propria stessa ombra…
Magari senza vedere e riconoscere che i cavalieri erranti che lei fantasticava e sognava erano anche loro degli orchi travestiti…
Dopo l’ultima boccata di fumo voluttuosa, il poeta barone vuotò della cenere il camino della pipa  spenta. Si alzò dal suo sedile arboreo.
Smise di scrutare nella bolla di sapone, e nei pensieri della sua bambina donna.
E si accinse a far ritorno alla realtà.
Conservando il piacevole gusto delle fumate, e la mesta speranza che ancora gli era rimasta, riposta negli angoli e negli anfratti della mente e dell’anima.

mercoledì 15 novembre 2017

OCCHI DI CIELO E IL SUO ORCO INNAMORATO

OCCHI DI CIELO E IL SUO ORCO INNAMORATO
C'era una volta una ragazza…
Anzi, sarebbe meglio dire che c'era due volte quella ragazza…
Aveva avuto in dono da bimba dei magnifici occhi di cielo.
E oltre ad essere se stessa era anche diventata una donna bellissima. Sempre con gli occhi di cielo… Senza smetter d'essere bambina...
Un orco buono vedendola da bambina era impazzito per i suoi occhi… e per il biancore del suo nudo.
Ma tant'è…!
Da donna viveva nel castello in una collina tra i laghi, per poter ricevere per prima il bacio del sole.
L'orco andava ogni volta che poteva ad assaggiare il nettare e la rugiada della sua corolla…
E voleva andarci anche quando non poteva…
Ma non poteva!
E quando era donna la piccola "occhi di cielo" offriva al suo amore il suo frutto proibito di bambina.
E quando era bambina regalava il suo frutto maturo di donna all'orco buono.
Che ruggiva tenere parole.
Che con lingue infuocate beveva il suo nettare.
Che tremava di desiderio.
Un giorno, la collina tra i laghi, per magia, decise di scivolare a valle.
Con i suoi boschi di foglie gialle e rosse.
La valle, stupita e compiaciuta, fece volare nel cielo stormi di aironi e di cicogne…per farle festa.
L'orco tremava d'amore per la bambina che era donna.
Per la donna che era bambina…
La storia non sarebbe mai finita.
Il finale l'avrebbero inventato insieme tutti e tre:
l’hom salbadg che era maestro degli orchi;
la bambina con il suo cuore di fragole e lamponi;
e la donna che rideva sempre col cuore di bambina…
Perciò, questa storia può solo cominciare.
Perciò questa storia si racconta da sola…

giovedì 9 novembre 2017

RONZARE AMOROSO

RONZARE AMOROSO
ma dai guarda meglio
ronzio smorto battito d'ali lento
estremo
spossato
esangue
e no che non è una vespa
non ne ha il profilo civettuolo
da cocotte provocante
ma un morbido corpo raccolto
intenso
vibrante
ma che ci fai qui sorella ape
terminati i pollini golosi
sfumato di colpo il tepore tardivo
proprio sul mio davanzale
ti sei lasciata cadere
vorrei farti una coccola col dito
ma sai noi umani diffidiamo
sempre
temiamo il pungiglione
ma tu mi guardi con i coni esagonali
dei tuoi infiniti occhi
annebbiato anche l'odore dell'umano
di cui senti la voce a fiuto
sento il tuo amore
i tuoi fratelli ci stanno uccidendo
tutte
alle sorelle dico con le antenne
che mi sto innamorando di te
con gli ultimi istanti vitali
sento l'aroma del nostro miele
nel nero assoluto del tuo caffè
piccina morbida e tenera
stai smettendo ora forse per sempre
ma no dai
di fecondare tutto il mondo
ricevi però
il mio pensiero amoroso
forse
può darsi
che poi ti riprendi
e torni a trovarmi ancora
trova un angolo tiepido per aspettare
un'altra primavera di sole ti aspetto lo sai
facevamo da bambini
piccoli mesti funerali
per gli insetti che stavano morendo
ma la speranza
continua a covare cocciuta
buon riposo piccola ape
tornerai lo so
a trovarmi col tuo ronzio discreto
anche magari nell'anima ronzante
di un'altra sorella
saprò riconoscere lo prometto
l'intimo segreto nostro
chiudo la finestra
per parlarti così
nell'etere incorporeo
muto e orfano per un po' almeno
del tuo volo leggero



martedì 7 novembre 2017

PEMBA

[07/11/2017] NANNI- ARTEMISIA
Ma no, Gioia mia, non ho scritto poesie. E dire che fra poco arrivo al solito posto. Però ho cominciato ad elaborare quello che scriverò sul dio Pemba,  sai quel birbone simpatico che aveva creato tutto il mondo perché si sentiva un po' solo e si era messo a soffiare  con fiato leggero sopra il mare e dalle onde erano usciti tutti gli esseri viventi e inanimati.
Faceva  parte probabilmente della cosmogonia del popolo dei Fulbé, Peuls, Bororo . E mi era simpatico.  Prima racconterò di quell’ esame all'università che mi aveva divertito tra i pochi alla Cattolica di milano, e poi ci farò nascere una invenzione in cui divento io, in carne e in persona, dentro di me il dio Pemba e mi metto a creare tutto e ovviamente, se me lo permetti però, invento e creo anche te amore mio                     
Prendo il messaggio che ti ho mandato sopra, gli tolgo tutti i particolari, lo faccio sembrare un messaggio inventato narrativamente.
Poi ci faccio un pezzetto dialogato in cui una mia vecchia amica di università mi consigliava di fare quell'esame che era bello piacevole per non tirare avanti troppo in lungo e finire il mio percorso universitario.
E infine racconto il pezzetto del dio Pemba.
Per concludere un brano che potrebbe essere poetico,  in cui io divento esattamente il dio,  creo il mondo, creo te e me ne sto in panciolle   a riposarmi compiaciuto. Descriverò quel dio  come un'immensa razza o manta,  sai quei pesci grandiosi, con il mantello immenso tutto nero, che vola nel cielo come una oscura ombra magica.

"Dài, Nanni… C'è un esame su uno studio monografico molto interessante, e credo rientri tra i tuoi gusti e le tue passioni. Si tratta del popolo dei Fulani, Bororo, Peuls. Sono collegati alle pitture rupestri del Tassili. La materia e la disciplina qui in cattolica viene chiamata etnografia, ma corrisponde perfettamente agli studi di tipo antropologico…"
Così mi aveva detto l'amica Laura, e aveva finito per convincermi. Ci avevo scritto sopra una tesina e avevo preso anche un buon voto con quell'esame. Il docente titolare era un omaccione immenso, piramidale, con l'abito talare nero, la voce un po' burbera, ma molto affascinante.
Molti particolari mi sono ora sfuggiti. Mi è rimasto in mente un particolare che aveva stuzzicato molto la mia fantasia. Apparteneva alla cosmogonia di quel popolo. E narrava come, nella loro antica leggenda, fosse stato creato il cosmo la terra e tutti viventi e non viventi.
La  racconto qui perché mi affascina ancora.
Il dio Pemba, come forse molte altre divinità creatrici dell'universo, era immenso potentissimo ma inesorabilmente solo. Si annoiava immensamente. Perciò decise un giorno di portarsi sul mare. Lì, cominciò con fiato leggero e magico a soffiare sul pelo dell'acqua. Dal suo soffio si levarono spruzzi e piccole onde. E da ciascuno di essi prese forma e cominciò ad esistere ogni cosa. Leoni, antilopi, caverne, deserto… e tra tutti gli altri esseri viventi non viventi: l'uomo!
Allora e anche adesso ho provato ad immaginarmelo questo simpatico birbacchione del dio Pemba. Dal nome me lo immaginai e me lo figurai come un manta gigantesco, una razza di dimensioni dilatate al massimo. Di colore scuro. Che volasse sospeso nel cielo muovendo il suo mantello come un'oscura ombra magica. Onnipotente.
Così. Mi era piaciuta l'idea. E mi era piaciuta e mi aveva affascinato questa versione molto naif della nascita di tutto il mondo.
Ora, non ho più il testo della mia tesina. Però il mio amico dio Pemba mi è rimasto in mente. E mi è piaciuta moltissimo la sua facoltà di creare le cose con il semplice soffio sulle acque.
Ho provato ad immaginarmi anche di avere dentro di me tutta la sua essenza, fantastica, potentissima, magica. E allora, mi sono messo a giocare identificandomi con lui.

«EBBENE SÌ.
GUARDATE, SORRIDETE, ASPETTATE.
IL MIO NOME E’ PEMBA, SIGNORE DI TUTTO E DEL NIENTE.
DIO DELLE COSE CHE COMINCERANNO AD ESISTERE.
COME UN TEMPO COMINCIAI A FAR ESISTERE TUTTO, CON IL MIO SOFFIO MAGICO SUL MARE, ORA SOFFIO DI NUOVO.
E CREO.
DAL NULLA.
TUTTO CIÒ CHE NON C'ERA. PERCHÉ MI PIACE FARLO.
SE ALL'INIZIO DEL TEMPO MI SENTIVO UN PO' SOLO E MI ANNOIAVO, ORA LO FACCIO PER DIVERTIRMI. E MI PIACE GIOCARE.
E DENTRO A QUESTO ANTICO CORPO DI UMANO, DO VITA ALLE COSE CHE NON C'ERANO.
E MI PIACE FARLO.
E PERCIÒ LO FACCIO. LEGGETE DUNQUE, ASCOLTATE, VIVENTI E NON VIVENTI, QUESTA CANZONE, QUESTO CARME, E DIVERTITEVI, GODETE, E GIOCATE CON ME, ALLA CREAZIONE.>>

per uscire dalla noia infinita
ora come allora soffiate sull'acqua del mare
del lago del fiume della pozzanghera del canale
questa che invento ora qui è l'allegria
questa è la fata turchina dagli occhi di cielo
questa sorride con sguardo fosforeggiante
artemisia è il suo nome
ed è un nome per gioco
l’ho generata dal nulla della mia coscienza
dal mio sogno antico che viene da prima del tempo
c'era già da sempre ed è anche nata con me
l'ho pensata e ha cominciato ad esistere
si è pensata da se stessa e ha cominciato a danzare
chi mi canta ora è anche lui pemba come me

si reinventa e si crea ogni istante

la danza infinita muove passi garbati
che sono onde e spruzzi e flutti
perché ciascuno può risorgere se lo vuole
nascere e rinascere e sorridere al cielo infinito

io sono pemba
lei è  pemba
e siamo insieme l'essenza della vita
del riso del gaudio e siamo una canzone
e ci cantiamo da noi stessi

soffiate sull'acqua
del mare
del lago
del fiume
della pozzanghera
del canale
il soffio è vita
è parola
e la parola crea
trasforma
rigenera
fa nascere
rinascere
risorgere

il soffio
è vita
è parola
è poesia

parola mia

di pemba
Nanni

martedì 31 ottobre 2017

LE ORE DELL'AMORE- 5 ore.

 la prima
    per calibrare l'emozione
    per bere il tuo sorriso di cielo
    per assaggiare il nettare delle tue labbra
    per guardare spavaldi negli occhi
    per accordare i violini
    per tendere i crini dell'archetto
    per dare la pece greca alle corde
    per stuzzicare vicendevolmente l'appetito

la seconda
   per esplorare il tuo corpo
   per assaggiare la brezza del tuo fiato
   per stendere un preventivo di gioia
   per studiare la mappa dei tuoi seni
   per celebrare il turgore dei tuoi capezzoli
   per assaggiarne i lamponi prelibati
   per far mostra di non avere fretta

la terza
   per tuffarmi nel tuo mare
   per nuotare a rotta di collo
   per esplorare i fondali più profondi
   per perdermi annegando con te
   per riemergere con gli occhi lucidi
   per ridere e ridere ancora

la quarta
   per ricomporsi con gli occhi socchiusi
   per abbandonarci al sopore diffuso
   per ascoltare il tuo respiro addormmentato
   per guardare il baluginio dei tuoi occhi
   per ammirare la danza delle tue ciglia

la quinta
   per indossare arie composte
   per infilare gli stivali dell'attesa
   per fumare qualche tiro azzurro
   per ricordare ciò che ancora è nell'aria
   per provare nostalgia del presente
   per tremare
             e partire

nella fragranza delle essenze

col batticuore


domenica 29 ottobre 2017

L A S C R I T T U R A " C R E A T I V A" (SI PUÒ INSEGNARE E IMPARARE?)

Lettura e scrittura si possono ancora insegnare, non si può insegnare la creatività... Quella come l'arte gorgoglia dentro soltanto a chi è davvero vivo autentico... (ricopio un mio intervento di qualche tempo indietro)
L A S C R I T T U R A " C R E A T I V A"
(SI PUÒ INSEGNARE E IMPARARE?)
Ecco...!. quello che segue mi pare un approccio abbastanza garbato ed equilibrato al tema: è possibile e sono opportuni i corsi di scuola creativa per imparare a diventare artisti della scrittura?
Per ora mi limito a buttar lì questa provocazione.. Ciascuno di noi ha delle idee in proposito. Le mie sonomolto semplici e limitate.
1. È possibile imparare a scrivere; come è possibile imparare a nuotare ad andare in bicicletta, a sciare, a dipingere, recitare ,a suonare il flauto… Esistono strumenti , abilità,, tecniche, conoscenze e competenze necessarie per farlo.
2.la maggior parte di esse si apprende naturalmente leggendo! È un procedimento abbastanza analogo a quello dell'apprendimento della parola nell'infanzia.. Immersi in un ambiente di scrittura, si impara naturalmente.
3. Come in tutti gli apprendimenti non basta avere conoscenze ma bisogna addestrarsi a farlo, allenarsi, meglio se con una guida competente di maestro istruttore tutor
4. Nessuno può imparare a diventare un artista, autore di best-seller, poeta romanziere...
5. Ciascuno elabora autonomamente individualmente le sue doti, umane spirituali mentali naturali, con il supporto delle conoscenze tecniche e degli strumenti, e con l'aiuto di un allenatore maestro
6. Chi promette di insegnare con corsi adeguati a diventare scrittori, gioca sulla ingenuità dei destinatari. Fa leva sulla volontà narcisistica di ciascuno. Lascia sperare qualcosa che non può essere insegnato .Il risultato artistico. La creatività. L'arte.
7. Oltre alla lettura e molto arricchente l'analisi dei testi letterari, smontandoli, e individuando meccanismi interni; meglio se con lo studio dei trattati e di studi adeguati già esistenti
8. Al massimo l'illusione, la promessa infondata, consiste nell'insegnare una tecnica per rendere piacevole, gradevole, "leggibile",(omologato, seriale) e quindi VENDIBILE il testo.. Non insegna a inventare opere d'arte, ma come fare a seguire CLICHE' CONSOLIDATI che favoriscono la pubblicazione e quindi la vendita e quindi la commercializzazione del risultato (senza poi volersi soffermare sui costi stratosferici che i corsi esistenti hanno, motivati e solo parzialmente giustificati dal grande desiderio narcisistico di diventare artisti e autori geniali!)... E' forse possibile insegnare ad essere allegri, felici, di buon umore, entusiasti, euforici e a non essere tristi...? Tutti sappiamo di quando in cerimonie tristi e dolorose, o luttuose ci viene suggerito: "ma dai, non prendertela, non essere così giù, consolati..."
9. Per facilitare la comprensione di quello che intendo, mi permetto di fare l'accostamento e il paragone, ricavandolo dal film "Amadeus".(dal testo teatrale di Peter Shaffer). Più o meno fondato che sia nella realtà storica della musica, Forman accosta due immagini di musicisti. Mozart, geniale, artista, padrone e insieme creatore del linguaggio musicale; Salieri coltissimo musicalmente, padrone della tecnica, coerente con il gusto del suo tempo. L'assunto: geni si nasce; esecutori stupendi si diventa con l'apprendimento.
10. suggerimento educativo pedagogico.. Già dai primi mesi di vita dei bambini bambine leggere loro ad alta voce anche se non sembrano interagire e comprendere. Continuare a farlo poi. È molto probabile che nasca una magica folgorazione di innamoramento reciproco del soggetto nei confronti del prodotto scritto..Con conseguente amore per la lettura e magari anche per la produzione scritta. Tecnica, regole, decodificazione, analisi del testo, addestramento, allenamento, trainiing… Come risultato più modesto: abitudine, piacevolezza, consuetudine di leggere/scrivere… E poi….

DAL PIANETA ROSSO 29 OTTOBRE 2017

DAL PIANETA ROSSO 29 OTTOBRE 2017
eppure pareva addirittura proprio
di essere discesi sul nostro pianeta malato
contaminato di dolore di ferocia e di nostalgia
ma molti dati confermavano che stavamo
sul pianeta rosso stupefatti spaventati
esterefatti come in un sogno
le coordinate galattiche allucinate e folli
proiettavano il film della loro realtà
assurda ma probabile possibile
la geolocalizzazione marziana inesorabile
raccontava la nuova realtà
soltanto mancavano gli omini verdi
rintanati nei loro mari ghiacciati sotto la crosta
e aleggiava un odore stantio di cose note
integralismi fedi delusioni malinconie speranze
la nostalgia forte e intensa prendeva alla gola
l'immagine del nudo prediletto esclusivo
si proiettava magicamente sul deserto di rocce
desolato che l’accoglieva grato e goloso
esattamente il 29 ottobre 2017 che le altre realtà
misuravano e designavano con altri simboli
e la saudade permeava di sé quel mondo vuoto
estraneo che stava ad occhi spalancati
ad ammirare la vita e l'amore che dal vicino pianeta
arrivavano fornendo un appiglio e un approdo
cui ancorarsi con tremiti di batticuore
da lontano appariva il pianeta verde azzurro
con le sue nubi tossiche galleggianti sospese
che stava candidandosi a imitare la desolazione
qui presente come in molti altri corpi celesti
ormai spenti e in stand-by
ed era forse davvero proprio così
risvegliarsi quel remoto giorno di fine ottobre
e scoprire lo straniamento struggente e appassionato
in un sogno dentro un altro sogno che faceva parte
del sogno totale assoluto completo definitivo
"ma i sogni sono sempre sogni
e l'avvenire ormai quasi passato…"
provava ad abbozzare una voce lontana fuori campo
fuori contesto fuori tono fuori di tutto
perché invece va detto con certezza
il sogno e soltanto il sogno è la dimensione della realtà
e sul pianeta rosso continuavamo a sognare
continuavamo a vivere all'infinito
senza un attimo di tregua
alla faccia e in ischerno degli omini verdi rintanati
a leccarsi assetati i loro mari d'acqua ghiacciata
gli opposti continuavano a congiungersi carnalmente
in atti d'amore e in coiti assoluti
giorno notte
luce buio
felicità dolore
amore indifferenza
vicinanza lontananza
presenza assenza
e dal loro orgasmo fioriva la vita
intanto l'alba su marte vacillava
cercava a tentoni una via di salvezza
di speranza di vita di esistenza di calore
e l'adagio di albinoni si mescolava
giocando a moscacieca con il miserere di allegri
poi si fece una grande calma
poi ricominciò la vita
su gea su marte nel sistema e della galassia
e soprattutto dentro l'anima
ebbene
si disse lui allora
mi sono svegliato con una gran voglia di te
e con un desiderio intenso di fare l'amore
Marte, 29 ottobre 2017