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martedì 20 febbraio 2018

CANZONE BAMBINA

CANZONE BAMBINA
E PARTIVANO DI CONTINUO COME RONDINI
MANTRA AMOROSI SCRITTI TUTTI A MAIUSCOLE
COSÌ PERCHÉ QUELLO ERA IL GIOCO DICEVANO
SGUARDI E SORRISI IMPERTINENTI E IMPUDICHI
SE NE STAVANO ACQUATTATI DIETRO GLI ANGOLI DELLE STRADE
E FACEVANO CAPOLINO DAL TRONCO DEGLI ALBERI
NEL NASCONDARELLO SE TI TROVO TI BACIO
E SE NON MI TROVI SUBITO TI FACCIO UN CENNO CON LA MANO
MANTRA E CAROSELLI ERANO GIOSTRE ALL'INSEGUIMENTO DI SE STESSI
SCIARADE SCIOCCHE E GIOCHI DI PAROLE COME ANTIPASTO
LA CENA ASPETTAVA ANCORA UN POCO SOSPESA
DI ESSERE SERVITA SU LENZUOLA D'ARGENTO DELLE NUVOLE
INCREDIBILE GOURMET DI CASTITÀ RITUALI
CHE CELAVANO RISATE SOFFOCATE E ORGASMI
SULL'ORLO DELLA SERA E DEL TEMPO
DOVE I CONFINI ERANO I BASTIONI DI ORIONE
NULLA MAI DAVVERO FINISCE MA SOLO RICOMINCIA
IL TRONCO LEGNOSO PULSAVA DI GEMME PRONTE A SBOCCIARE
LE PRIMAVERE RESUSCITAVANO ANCORA DACCAPO DI NUOVO
DI LÌ A POCO PERÒ DI LÌ A POCO CERTO UN MINUTO ANCORA TI PREGO
NEL SOLE DI FEBBRAIO INTENSO A SCHERNIRE L'INVERNO QUASI MORIBONDO
NEL SORRISO SPALANCATO DI CIELI TERSI DI SGUARDI
COME SEMPRE DUNQUE PIÙ DI SEMPRE ANCORA
IL CANTO DEL TUO RESPIRO UBRIACA L'ARIA SALTERINO
FACENDO RUOTARE LA CORDA E LE GONNELLE VOLANO E SONO AQUILONI
A MOSTRARE LE GAMBE NUDE BIANCHE CON QUALCHE GRAFFIO
CROSTICINE SECCATE DI SANGUE RAPPRESO CURATE CON LA SALIVA
A RITROVARSI SEMPRE BAMBINI E RAGAZZI DI DENTRO
NEL GIROTONDO LASCIVO E PURE CASTO CHE NON SMETTE MAI
DI RIDERE E RIDERE E RIDERE ANCORA MA TANTO
LE FILASTROCCHE DI UN TEMPO COLORITE DI SOGNI NUOVI
DI NUOVI SUONI SQUILLANTI CHE SI FANNO ECO DA SOLI

LE OSTERIE DEI POVERI

LE OSTERIE DEI POVERI

Modulato, morbido, fluente il tuo racconto continua... E ti ci vedo come immagino fossi nella ragazzina che fai rivivere regalandoci quel suo e tuo purgatorio immeritato e doloroso.
Ed è proprio, per me che ti leggo, la Lucia di quel tempo che sta scrivendo. E raccontando.
Altre volte e altrove il Nanni  bambino e ragazzo aveva raccontato.
Qui sono l'io di oggi, che ricorda e racconta.

Ci ho ripensato di recente a un racconto che mi stava frullando in testa. In pieno centro della città dove c'è la casa che ho regalato a mia figlia, c'è ora un ristorante molto elegante, raffinato, che offre cucina tipica di qui.
Hanno allargato la porta dell'ingresso. Una scritta ricorda ancora la funzione che aveva un tempo.
Era una mescita di vino sfuso. Un portoncino di legno vecchio verniciato molte volte di colore bruno grigio restava spalancato nelle ore di apertura.
Dovevo esserci entrato qualche volta. Da ragazzo per comprare da bere per i miei.
Un odore acre di vino galleggiava nell'aria.
Un bancone o tavolone sul quale erano disposti dei piccoli minuti bicchieri.
Nel retro damigiane di vari generi di vini. Presumo di qualità abbastanza scadenti.
I clienti avevano diritto ad assaggiare in quei piccolissimi bicchieri prima di scegliere.
Ma c'erano anche clienti e assaggiatori che ne approfittavano per bere gratis la droga dei poveri.
Facevano quello che si diceva il giro delle osterie o anche in modo più ironico il giro delle chiese.
Nella mia antica a casa di fine 700, mia madre, che non aveva reddito avendo smesso da anni di cantare come soprano alla scala ed essendo rimasta giovane vedova, aveva messo a disposizione di un venditore di vino il piano terra. In affitto.
Un'immensa stanza di circa 50 metri quadrati dal soffitto altissimo di 5 o 6 metri tutto a cassettoni di noce dai quali spuntavano vecchi chiodi per appenderci qualcosa un tempo.
Il pavimento di piastrelle di cemento verniciato. Il bellissimo camino tardo barocco era nascosto dal bancone.
Nel piano sottostante una cantina a volte altissime  , e, su cavalletti e assi di legno, infinite damigiane.
Avevo scoperto bene poi molti anni più avanti questi particolari quando avevo ristrutturato tutto il piano terra per farne il mio alloggio... Il soffitto della cantina recava ancora i fori con i tubi che dalle damigiane portavano direttamente il vino sopra il bancone per spillarlo a rubinetto.
La fiaschetteria era gestita da due fratelli veneti. Nel cortile ci si affacciava un alloggio di altri inquilini. Mentre il marito era a lavorare in fabbrica , sua moglie una bella donna che aveva un occhio che guardava per conto suo, stendeva il bucato nel cortile cantando canzoni napoletane.
Uno dei vinai spesso si affacciava nel cortile e ricordo le rare volte che ero a casa dall'istituto che cantava una canzoncina di quel tempo  " Ven chi nineta suta l'umbrelin, ven chi nineta te darù un basin..."la Ninetta che veniva invitata sotto l'ombrellino (che non c'era) a ricevere un bacino sorrideva compiaciuta a quell'approccio amoroso che io facevo finta di non avere notato.
Ricordo che una volta uno dei due fratelli, quello più simpatico, aveva accompagnato me e mio fratello in cantina per farci vedere come "si faceva il vino"...
E ci aveva spiegato che bastava prendere un po' di vino dalle damigiane, mescolarlo con l'acqua e mettergli delle polverine che conosceva lui e nessuno se ne sarebbe accorto... Credeva che i ragazzini di allora non notassero i suoi approcci amorosi e la sofisticazione del vino...
Anche lì, al bancone appoggiavano i gomiti gli avventori che venivano a scroccare un assaggio di vino, per una leggera bevuta a puntate...
Probabilmente erano molto diffuse in città mescite di vino per i bevitori poveri.
All'istituto i nostri assistenti ricevevano uno stipendio e salario da fame. Per il fatto che avevano l'alloggio e il vitto gratis e per il lavoro modesto e meschino che svolgevano.
Molti di loro nelle ore di libera uscita in cui non erano presenti a farci da carcerieri e da guardiani, giravano le osterie. Noi ragazzi li sentivamo mentre parlottavano tra loro credendo di nuovo, anche loro, che noi ragazzi non capissimo.
Un assistente aveva ancora residui di parlata Veronese. Un altro era molto giovane, camminava coi piedi piatti. Lo chiamavamo Il paesano, "paisan" in dialetto.
 E quando ci castigava dava delle sberle terribili con le sue grosse mani che sembravano guantoni da boxe.
Quando una volta mi sorprese commettere, da ragazzo, il "terribile comportamento", di percorrere le poche centinaia di metri dalla mia scuola media fino al portone lasciandomi accompagnare da una ragazzina, poichè mi vergognavo a dirle che era proibito, ricevetti terribili sberle. Saltai il pranzo e rimasi un mese in castigo. Che consisteva nel trascorrere le ore di ricreazione in piedi fermo immobile accanto a una colonna mentre i compagni giocavano.
Un altro assistente che chiamavamo il polacco, per la sua origine, era ancora più perverso e sadico. Seguiva il gruppo dei ragazzi più piccoli coi quali spesso sfogava la sua rabbia costringendoli decine di volte a vestirsi e rivestirsi continuamente.
Il vino degli assaggi gratuiti probabilmente non gli bastava. Sotto il letto, dietro la tenda scorrevole dove dormiva, quando scopavamo per pulire le camerate, c'erano montagne di bottiglie di superalcolici vuote.
Diverse volte l'avevamo trovato ubriaco fradicio sulle scale che portavano alle camerate. Quella massa scura del corpo immobile sdraiato sui gradini ci aveva spaventati.
Solo una volta aveva provato ad alzare le mani non solo sui bambini più piccoli o quelli di media età ma con uno più grande.
Aveva dovuto ritirarsi in un angolo spaventato squittendo come un ratto di fogna. Rannicchiato coprendosi il capo con le mani!
Il ragazzo grande gli si era ribellato apertamente.
Era, il ragazzo, quello stesso che clandestinamente mi aveva fatto avere da ragazzino la proibitissima e clandestina tessera della federazione giovanile comunista.
Se me l'avessero sorpresa nelle ricorrenti perquisizioni corporali, non me la sarei cavata con le sberle che facevano rintronare la testa per ore. Sicuramente sarei stato espulso. Ma mia madre con il magro reddito degli affitti e delle poche lezioni che riusciva a dare (quando venivano pagate!) dagli amanti della lirica, non ce l'avrebbe fatta.
E con aria molto distaccata posso ora ricordare quei tempi. Che mi sono tornati in mente quando sono entrato in quella trattoria elegante, dalla cucina tipica novarese, ritornando a quei magri sparuti ricordi della fiaschetteria e mescita di vino di quarto ordine, per i bevitori scrocconi, mescolati ai miei assistenti.
Che si contentavano degli assaggi in quei bicchierini minuscoli. E  che probabilmente frequentavano anche i vinai della mia vecchia casa.
Dalla quale poi scomparve il bancone. Il pavimento di cemento colorato fu sostituito dal cotto ceramica. Le travi a cassettone del soffitto vennero sabbiate.  Costruìi da solo un immenso soppalco a balconata per la libreria. Con la scala di legno per arrivarci. Ricordo che per un mese o più ruppi le scatole a tutto il vicinato, dal mattino prestissimo fin quasi a notte, inchiodando, avvitando e tagliando travi.
Facendone naturalmente il mio alloggio.
Il camino tardo barocco ricevette la vernicetta per somigliare un pochino a quello che era stato al tempo del cardinal Cacciapiatti che aveva abitato lì.
Che c'aveva lasciato, sotto strati numerosi di imbiancatura a calce e a colore, affreschi lugubri di festoni che per fortuna la sovrintendenza delle belle arti non scoperse mai.
Riesco ad entrare alla trattoria del centro all'angolo delle ore, accanto alla casa che ho regalato a mia figlia, e forse solo per qualche istante mi tornano in mente la mescite di vino alla buona.
E non risuonano più nella mia testa le sberle terribili o la ferocia disumana degli adulti ai quali io e tanti altri ragazzini venivamo affidati in quel tempo, visto che eravamo orfani e di famiglie poco abbienti.
Ma allora le cose andavano così.
Già qualche volta ho raccontato nei miei lavori di narrativa episodi di quel tempo lontano. L’ho abbastanza elaborato. Lo racconto alle persone care. Annoiando forse a volte la donna che amo. Facendola diventare un po' mesta e malinconica.
Ma prima di chiudere quei ricordi, di metterli nel cassetto del racconto e della narrazione, mi sento vicino a tutte le persone che oggi vivono situazioni analoghe, se non addirittura più brutali.
E mi sento particolarmente vicino all'amica Lucia. Alla sua infanzia che in modo accorato ci sta regalando. Con la sua scrittura magica, garbata, affettuosa.
Con la voce narrante che per me è quella della ragazzina di allora.
Grazie Lucia.


MERCATINO ASSOPACE

Nel febbraio freddo, una terza domenica, come tante. Scatoloni e sacchi pieni di oggetti di altre vite. Con tracce mnestiche di sorrisi defunti. Nel quartiere dei casermoni alti di cemento. Dove avevano stipato ondate di migrazione interna.
Migliaia di anni infiniti a migrare. Dalle afriche a popolare il mondo. A conoscere. Scambiare. Contaminarsi arricchendosi e arricchendo. Fino all'epoca amara e malata che regala meduse di sacchetti di cellophane per pasti voraci e mortali. Cetacei e altri mammiferi marini spiaggiati gonfi di morte.
Golosità povera e misera di vecchie cose e oggetti di cucine dismesse. Abiti abbandonati di vita.
Nella domenica fredda, a febbraio.
A raggranellare qualche soldino per minuscole gocce di speranza. Nell'ignoranza della istituzione. Troppo distratta a tentare di vendere illusioni del bingo elettorale.
"vota Antonio vota Antonio vota Antonio". Ironizzava sarcastico il principe Totò.
Imbelli insipienti rivestiti a lusso. Per raccontare fandonie con ignoranza e malafede.
Giocando il gioco delle tre carte con un mazzo truccato e segnato.
"Sai , questa volta proprio, credo che non riuscirò a fare lo sforzo di andare a votare…"
E lo dice con un sorriso di scherno pieno di amarezza e di dolore.
L'unica e ultima arma per la recita della democrazia. Con la lama spuntata.
E ride amaro, nel dire che anche i nuovi Masanielli non han trovato di meglio sui loro sillabari, che provare a raccontare che c'era anche il fascismo buono.
A qualcuno questo servizio di tazzine spaiate potrebbe ancora andar bene…
E quelle serie di bicchieri mai usati.
Consola solo, un pochino, sapere dove andranno i magri soldini raccolti.
Tutti sorridiamo di speranza. Ma fa male alla bocca. E anche al cuore.
Eppure continuiamo volentieri a buttare col contagocce la miseria racimolata che è ricchezza.
Solidarietà di benevolenza buona. Che è l'unica ricchezza di cui disponiamo.
Oltre alla rabbia, certo.

GUARIGIONE TOTALE

GUARIGIONE TOTALE
La bambina dagli occhi di cielo, quando si sentiva sola e un po' triste, in passato, e si era spesso inventata dei sogni da raccontarsi. E qualche volta li aveva lasciati anche diventare veri.
Ora, quando cominciava di nuovo un viaggio fantastico o reale nel bosco, provava apprensione, fastidio, schifo e ribrezzo…
Paura, ma una paura brutta. Che ora non voleva più .
Temeva le ombre di un tempo le saltassero fuori a dominarla. Di quando era la bambina di un tempo lontano e anche vicino, e non aveva saputo resistere e ci era entrata dentro. Ora quel buio sordido e malato le faceva finalmente repulsione.
Finalmente aveva dato un volto definitivo all'unico uomo nero dal quale voleva essere presa posseduta abusata violentata in tutti modi. In lui trovava bellezza interiore fisica e spirituale insieme la brutalità di cui era ghiotta. Il sogno poteva finalmente considerarsi consolidato per sempre.
E mentre si avviava nel suo bosco mentale, aspettava solo la sua presenza. Schivò con ribrezzo immagini sordide che uscivano dal suo immaginario. E dai rami .
Sentiva un passo fermo che la stava seguendo avvicinandosi. E proprio quando temeva incontrare il buio malato, sentii una mano calda che da dietro le si poneva sul collo.
Giro solamente lo sguardo. Riconobbe il suo sogno autentico.
L'uomo alto la guardava con occhio sornione. Proteggendola. Lo guardò dal basso in alto con il suo eterno occhio di bambina, come faceva sempre. Finalmente aveva trovato il suo vero bruto, un brutto davvero bello. Dolce e insieme violento. Brutale e insieme paterno. Con quella mano sul collo capì che ora diventava assolutamente libera dai suoi fantasmi passati. Che aveva subito non osando dire di no. Bambina piccina. Donna matura. Bisognosa di cure. Ora avrebbe avuto tutto.
Cure. Violenza. Perversione. Trasgressione. Erotismo. Dominio.
Squallidi mostriciattoli fuggivano per sempre acquattandosi nel proprio fango sordido.
Finalmente aveva tutto in uno. Forte. Brutale. Lascivo. Possente. Assoluto e unico.
La bambina donna che si era per tanto tempo creduta perduta nel bosco, era tornata ad essere proprietà esclusiva del suo padrone unico. Al quale erada sempre destinata.
Sentì un fremito forte, più intenso delle altre volte che ingenuamente si era lasciata catturare, capii che finalmente era arrivata davvero a casa. E si sentì finalmente pulita, nuda completamente, e regalò una volta per tutte e per sempre il proprio sogno reale, fantastico, totale, al principe padrone della sua anima…
Aveva rimesso insieme la bambina abusata che aveva dentro, la donna matura e golosa, perché ora sapeva con certezza che il suo bisogno compulsivo solo così e solo da lui poteva essere saziato.
Simulacri oscuri finirono muti nella spazzatura.
Girò il volto, gli offerse la bocca al bacio penetrante, lubrico, profondo e assoluto.
Dall'alto lui la tenne accucciata tutta con le sue varie componenti femminili al suo corpo antico e sempre nuovo. Il bosco finiva per scomparire.
Era tornata per sempre nel letto che era suo e di lui. Tirò un grosso sospiro. Finalmente guarita nell'anima e nel corpo, si fece possedere tutta quanta dentro e fuori. Sentiva la carne di lui entrarle dentro. Le sue mani girarla da tutte le parti impastandola. Dominata, offertasi, divenne finalmente quello che sempre aveva desiderato. Il regalo d'amore, libera e insieme schiava, per l'uomo che sapeva farla godere, brutalizzarla, coccolarla e proteggerla, e soprattutto amarla.
Seppe che ormai non poteva più perder la strada. Lui era la sua strada. La sua meta. Con lui il viaggio diventava definitivo.
Guidando la sua piccola auto dorata ovale come un disco volante, si avviò rassegnata al lavoro noioso. Il suo corpo e la sua anima erano rinfrancati. Si sentiva più forte. Sicura. Non era più sola. Ora.
Aveva trovato il suo ovunque e dovunque. Affetto, trasgressione, dominio, possesso, di dedizione totale, e solo il suo principe barone sultano babbo maestro e curatore si sarebbe occupato per sempre di lei. Per piacere. E soprattutto per amore.

COSÌ VA IL TEMPO

COSÌ VA IL TEMPO

cosa vuoi e ben stato forse sempre così o no
che si portavano i capelli lunghi e le barbe
i blue-jeans scampanati o a tubo schiariti
con la carta vetrata e si diceva ok batti un cinque
ogni tempo ha le sue mutazioni e alla occupazione
della cattolica c'erano belle ragazze borghesi
qualunquiste in jeans  che poi avrebbero imparato
anche loro a dire cazzo e qualche inconsapevole
bestemmia alla buona che lo facevano tutti

eppure questa mia città grigia che non ho mai amato
si è colmata di espressioni anglofone e i negozi
vantano nomi per me esotici e comunque molto brutti
i maschi anche giovani rimediano la calvizie incipiente
ostentando crani lucidi con grinta e un orecchino magari
fumando si fa per dire vapore aromatico
e non ripeto per pudore i termini rubati da altri idiomi
che tutti hanno in bocca ricorrenti e vuoti di significato

e non dirmi che è solo nostalgia di anni passati
nuovi nomi appioppati a luoghi impropri
che ne soffrono dentro nell'anima mortificati
gergalità ricorrenti banalizzano e snaturano
l'esistente con suoni malati così per il gusto
di dar apparenza di nuovo a qualcosa che c'è
e ti trovi così più straniero dei migranti
in questa brutta terra nebbiosa che pure conoscevi

qualcuno magari frattanto l'ha pensato
di provare a muovere passi sui tegoli
delle mansarde agli ultimi piani
e sporgersi a provare l'ebbrezza
e lo sconforto spaventevole del volo nel vuoto
come si fa nei sogni che tanto là poi ti risvegli
e qui sarebbe un azzardo senza ritorno
che forse scappare volando o restare
non fa differenza

e ti contenti di muovere passi lunghi
e non camminare incurvato
come lei ti dice sempre
misurando le strade inutilmente
tra inutili targhe di negozi troppo nuovi
tra vuoti sguardi che ostentano certezze
scialbe fragili inconsistenti fasulle
è fredda l'aria di febbraio e lo era anche
in quel tempo remoto con quegli altri odori
colori vetrine addobbi fogge di abiti
e parole diverse dimenticate e dismesse

così va il tempo

SCRITTURE

SCRITTURE

il ragazzo che era stato
nascondeva i suoi grafemi
vergati con matite spuntate
o stilografiche rattoppate
che facevano nere le mani
in foglietti minuscoli e quadernini segreti
col batticuore a stento frenato
ma era un altro tempo quello

ora volano sulla bacheca dell'etere
e stanno lì ad aspettare che qualcuno li raccolga
gli dia vita e fiato facendoli esistere
zoppicando talvolta cercano
di raggiungere accorati
privilegiati destinatari di cuore
e rischiano brutto ogni volta
di non essere raccolti
come i suoni leggeri di ionesco
che volano alto di speranza
per non cadere nelle orecchie dei sordi
che sono vere tombe di sonorità

una brezza leggera talvolta
li sospinge verso mete inaudite
insperate per caso e avventura
così e tremano quali pavonie incerte
in equilibrio su se stessi
e su ali di colibrì fiduciosi
che forse è proprio questo
il destino dei messaggi
perdersi nella nebbia
oppure anche raggiungere la meta
o venire raccolti da chi
inconsapevole aspettava
parole in regalo ed emozioni
gratuite e inattese

e continua ostinato il ragazzo che è rimasto
a lanciare i suoi crittogrammi
come sos d'amore e di vita
fin che pulsa dentro la vita
finché il fiato fibrilla nel cuore
con la sua logorrea verbale
perché ha tante cose ancora da dire
o lo crede o lo pensa ma è lo stesso
e racconta verseggia balbetta
borbotta talvolta con voce roca
instancabile inconsulto frenetico

ascolta
e leggi
se vuoi
se ti va però
se ne vuoi trovare tempo
la canzone infinita del suo fiume
prima che arrivi lo scroscio finale
annunciato previsto cupo
e il contatto interrompa

con un tilt

il flusso

a cascata

e sia

stop

lunedì 5 febbraio 2018

LA MAESTRA CERUTTI










Fino ad allora avevo conosciuto solo piccole scuole elementari di paese. Essendo comunista e della Cgil non ero mai riuscito nonostante le ripetute domande fatte a essere inserito nelle prime scuole a tempo pieno che nascevano a Novara. Mi ero perciò risolto a trasferirmi dove capitava. La scuola non avevA una gran fama di modernità o di esperienze avanzate. io avevo sempre insegnato seguendo le indicazioni del movimento di cooperazione educativa. La lingua italiana le usavamo per fare i testi liberi, che venivano sottoposti all'analisi critica di tutta la classe. E per quello scelto come più significativo facevamo la messa a punto. Che consisteva nello scriverlo alla lavagna e sottoporlo a modifiche aggiustamenti correzioni ortografiche linguistiche semantiche. Il nuovo testo veniva poi battuto a macchina da me con l'aiuto dei ragazzi sulle "matrici", per essere poi stampato al ciclostile, o in alternativa con il piccolo Limografo a mano che avevo comperato io. Quando avevamo un certo numero di testi pronti stampavano il giornalino. Una pubblicazione di qualche decina di pagine. Sui disegni già stampati in matrice, gli alunni e squadra o singolarmente raggiungevano la coloritura. Veniva pinzato. E poi lo si vendeva. Genitori, zii, nonni, vicini di casa con i soldini che ci davano, permettevano l'acquisto di nuove matrici, dell'inchiostro, e dei foglioni di carta da pacchi bianca sulla quale i ragazzi e le ragazze dipingevano immensi disegni favolosi con le tempere murali a colori sempre comprate con la nostra cassa. La quale veniva gestita facendo matematica e aritmetica pratica dagli alunni in piccole squadre di contabili. Avevo comperato anche innumerevoli schedari di autocorrezione ortografiche sintattica, di aritmetica, di storia e antropologia. Tutta la classe nello spirito metodologico adottato diventava proprio una "cooperativa". Il maestro era il regista, il superesperto, l'amico grande delle bambine e dei bambini. Facevamo musica usando la mia chitarra. E spesso costruendo strumenti artigianali con vecchi scatoloni di cartone rigido dei detersivi, bastone di scope per manico, fili di nylon… Tamburi, chitarroni, e altri strumenti a percussione con sassolini e semi vari… Le esecuzioni le registravo insieme a loro e le ascoltavamo spesso ci raggiungevamo anche delle parole facendole diventare delle canzoni. Le scienze biologiche chimiche e fisiche le studiavamo tenendo animali in classe, nutrendoli accudendoli e facendo crescere pianticelle di cui registravano gli sviluppi facendo continue osservazioni.
La scuola dove mi trasferivo in periferia di Novara veniva chiamata Rizzottaglia. Da un vecchio nome di allattare ormai applicato al quartiere e stabilmente ad una via che lo attraversava.
Mi trovai abbastanza spaesato con tutti quei colleghi e colleghe. Pochi gli uomini come sempre. Uno lo ricordo era un idiota che aveva comperato una laurea al sud. Non sapeva fare un tubo, e spesso durante le ore di lezione affidava la classe alla bidella o al capoclasse e andava per i fatti suoi a fare la spesa.
Era abbastanza difficile starmene chiuso nella mia aula a rifare il percorso che avevo fatto finora. Dopo gli anni numerosi che avevo avuto nelle scuole medie o nelle scuole superiori.
Nell'intervallo a turno ci trovavamo in una specie di auletta insegnanti, a bere il caffè. Confesso che colleghi e colleghe non mi piacevano per niente.
In particolare avevo abbastanza soggezione di una maestra che era certamente la decana della scuola. Alta, diritta, asciutta, abbastanza segaligna. Le rare volte che l'aveva incontrata non l'avevo mai viste sorridere.
Trascorsi  due anni in quell'ambiente.
Nel frattempo avevo preparato il concorso direttivo. E probabilmente avevo offerto io il caffè e i pasticcini quando avevo avuto la notizia della vincita.
Fu  probabilmente in quell'occasione che la decana della scuola mi sorprese.
La chiamavamo maestra Cerutti. Chi era più in confidenza la chiamava Tina. Non  era la maestra fiduciaria o responsabile della scuola. Ma era comunque un punto di riferimento. Tutti la stimavano. Io non la conoscevo quasi per niente.
Mi avvicino durante il rinfresco. Sapevo che era cattolica e credente. E sapevo anche che era una maestra di vecchia maniera per quanto molto stimata professionalmente.
Mi apostrofò così più o meno:
"Sapevo e  immaginavo che tu Nanni avresti vinto il concorso. Non ho mai visto il tuo modo di insegnare ma da quello che i colleghi e le colleghe mi dicono fai delle cose meravigliose. Io insegno alla vecchia maniera. L'unico modo che conosco. Probabilmente la pensiamo anche in modo diverso rispetto al mondo alla fede e ad altre cose.
Se ne fossi capace vorrei tanto fa scuola come la fai tu. Sono contenta che tu per questi due anni sia stato qui con noi. Una ventata di modernità e di rinnovamento scolastico. Io ormai sono abbastanza vecchia e fra un po' andro in pensione. Mi auguro che i colleghi imparino da te. Rappresentiamo due mondi diversi. Sono contenta di aver incontrato il tuo mondo, stravagante, trasgressivo, giovane e vivace. Ti auguro di trovarti bene con il suo nuovo lavoro. Complimenti!"
Non potei fare a meno di restare turbato piacevolmente e di abbracciare quella persona.
Al di sotto della sua maschera rude severa austera, del suo mondo cattolico e conformista, aveva fatto un grosso passo per uscirne fuori, accostandosi alla mia realtà, scandalosa probabilmente per lei, dicendo che mi stimava, e dicendomi che anche nella diversità ci può essere affetto e stima.
La maestra Cerutti aveva anche spesso fuori dalla porta della scuola sotto il porticato la figliola che la stava aspettando.
Era un piccolo angelo dagli occhi luminosi fosforeggianti. Poco più che adolescente. Lanciava sguardi affascinanti. Le rare volte che l'aveva incontrata lì, ne ero rimasto decisamente affascinato.
una volta ricordo che mentre terminate le mie ore di lezione toglievo il lucchetto della vecchia bicicletta metallica dei freni a bacchetta, per tornarmene a casa, intravidi il piccolo diabolico adolescenziale angelo. Non abbassava mai lo sguardo quando mi vedeva. Anzi mi provocava con sguardi luminosi in cui galleggiava un sorriso intenzionale anche se sfumato. Mi tremava l'anima e il cuore.dopo avere diverse volte ricambiato gli sguardi con altrettante intenzionalità, una volta non riuscì a trattenere mie le dissi: "CHE BELLA COSA CHE SEI"… Mentre lo dicevo provavo un profondo turbamento che immagino l'abbia provato anche lei.
In altri contesti l'avevo poi rincontrata. Una volta era anche venuta nella mia casetta di scapolo a trovarmi. Ricordo anche che l'avevo baciata. Spaventandola. E facendola scappare e non rivedere mai più.
Uno  dei rovesci della medaglia della maestra Cerutti, o Fraguglia come davvero si chiamava, era questa bambina adolescente deliziosa che mi faceva venire il batticuore. Allora non sapevo che poi l'avrei rincontrata … E che cosa ne sarebbe nato…
Ma questa è un'altra storia.

domenica 7 gennaio 2018

LE PIETON DE L'AIR- 8-9-10

LE PIETON DE L'AIR- N.8
nostalgia del futuro

Ma  aveva, però, quel maledetto vizio di usare la fantasia.
Tutto era già previsto da provvidenziali entità superiori. Una impresa inverosimile. Tutto calcolato al millesimo. Un miracolo l'avrebbero definito un tempo i santoni delle varie fedi.
Eppure…
Quel tarlo, quella farfalla magica della fantasia lo faceva correre avanti. A prefigurare. A proiettare sullo schermo celeste quel futuro. Promesso. Immancabile. Per quanto incredibile.
Cominciò a guardare il tramonto sulla terra nuova. Un sole rosso incandescente sovrastava l'orizzonte. Da un lato. Mentre dall'altro una gigantesca stella nana rossa purpurea invadeva quel cielo verdeazzurro. L'orizzonte era poi soltanto un modo di dire. Lontanissime catene di rilievo. Scheggiate e scoscese da una parte. Si andavano poi degradando verso rilievi più morbidi, arrotondati, quasi fossero immensi nudi umani distesi.
Nella sommità del cielo una luna piccola giallastra si avvicinava ad un'altra più grande, argentata e metallica. La stava aggirando.
Brillanti tremavano sul tappeto di velluto. Si confuse di di nebbie galattiche sembravano nubi e cirri terminato un temporale

LE PIETON DE l’AIR-9. exodus. Exit
Tutto  doveva essere stato preparato bene.
Nelle  abitazioni la parete visiva si era dilungata. Con tutte le abituali variazioni. Messaggi pubblicitari accattivanti. Seduzione della parola e dell'immagine. Musica, musica, musica. A bizzeffe. Suadente. Alla maniera del Canone di Pachebel. Organo a perdifiato quasi quello delle festività natalizie dei tempi passati.
Il recitativo verbale passava dai toni fermi e severi. A quelli suadenti. A quelli girati a mò di burla.
Ma lo strumento mediale, diffusivo, a tratti ridondante, a persuadere, era accompagnato dal media mentale neuronico. Che si insinuava compiacente come un vento di brezza di primavera, negli spiragli mentali.
Regnava un livello generale di stand-by. Chiunque si occupava delle cose abituali senza perdere mai d'occhio di testa di orecchio in mente il fatto dominante. L’ exodus.
Il  tempo era maturo. E si faceva vie più ogni istante più maturo. Tutto era saturo della aspettativa.
L'integralismo barbuto dei tagliateste.
Il ghigno beffardo del ricco magnate dalla zattera gialla.
Gli occhi a mandorla che stavano per premere il pulsante dei desueti missili nucleari.
Lo zar beveva il tè del San Novara nella sua dacia.
Sultani e califfi avevano aperto palestre e stadi lasciando liberi gli schiavi ideologici in mutande.
I celoduristi nostrani.
Le tifoserie nazi avevano abbassato il braccio teso e il sorriso becero.
Gli orchi avevano lasciate libere mogli bambine, spose, conviventi.
Riposte inerti le fiocine sulle baleniere.
Sospesa l'esalazione di veleni fumosi dalle ciminiere.
Ciascuno osservava se stesso nel proprio specchio interiore.
Sentendosi controllato con la coda dell'occhio da ogni parte.

Una sospensiva generale incombeva.

I pesci nei ruscelli e nei mari cominciavano a togliere la maschera antiveleno.
Gli orsi bianchi e le foche mutavano gli ultimi pezzi di plastica.
Preferendo sardine e aringhe.
Spalancati i lager per pollame e suini.
Coste e ravanelli in salsa di soia in bandivano le tavole.
Ovini e capretti vivevano una pasqua serena.
Sciami di api raccoglievano bottini di polline per le loro arnie.
Chierichetti giocavano di nuovo a saltarello lontani dalle sacrestie.
I malati di AIDS toglievano le flebo nel braccio guardando con speranza l'azzurro del cielo.
Gli oncologi dimettevano pallidi pazienti sorridenti dal cranio lucido.

Tutto il pianeta si stiracchiava garantendoci le gambe. Pronto alla propria resurrezione.

E tutto questo stava nell'aria, nell'etere, nel pensiero diffuso, sospeso… Aleggiava come la speranza quando torna.

L'eccellente catalizzatore prescelto, viveva entusiasta il proprio sogno.
I cloni replicanti parevano fanciulle e donne umane. Iniziavano danze e girotondi cantando nenie trascinanti e sensuali.
Lui le guardava goloso. Le ammirava. Le desiderava. Le incontrava con gli sguardi. E talvolta anche non solo.
Umani, di tutti i sessi, respiravano tranquilli.
Nei gerontocomi nascevano nuove storie d'amore.
Nelle aule di ogni grado tutti gli alunni erano i primi della classe. Amici e …
[13:35, 6/1/2018] +39 346 221 1457: LE PIETON DE l’AIR-9. exodus. Exit
Tutto  doveva essere stato preparato bene.
Nelle  abitazioni la parete visiva si era dilungata. Con tutte le abituali variazioni. Messaggi pubblicitari accattivanti. Seduzione della parola e dell'immagine. Musica, musica, musica. A bizzeffe. Suadente. Alla maniera del Canone di Pachebel. Organo a perdifiato quasi quello delle festività natalizie dei tempi passati.
Il recitativo verbale passava dai toni fermi e severi. A quelli suadenti. A quelli girati a mò di burla.
Ma lo strumento mediale, diffusivo, a tratti ridondante, a persuadere, era accompagnato dal media mentale neuronico. Che si insinuava compiacente come un vento di brezza di primavera, negli spiragli mentali.
Regnava un livello generale di stand-by. Chiunque si occupava delle cose abituali senza perdere mai d'occhio di testa di orecchio in mente il fatto dominante. L’ exodus.
Il  tempo era maturo. E si faceva vie più ogni istante più maturo. Tutto era saturo della aspettativa.
L'integralismo barbuto dei tagliateste.
Il ghigno beffardo del ricco magnate dalla zattera gialla.
Gli occhi a mandorla che stavano per premere il pulsante dei desueti missili nucleari.
Lo zar beveva il tè del San Novara nella sua dacia.
Sultani e califfi avevano aperto palestre e stadi lasciando liberi gli schiavi ideologici in mutande.
I celoduristi nostrani.
Le tifoserie nazi avevano abbassato il braccio teso e il sorriso becero.
Gli orchi avevano lasciate libere mogli bambine, spose, conviventi.
Riposte inerti le fiocine sulle baleniere.
Sospesa l'esalazione di veleni fumosi dalle ciminiere.
Ciascuno osservava se stesso nel proprio specchio interiore.
Sentendosi controllato con la coda dell'occhio da ogni parte.

Una sospensiva generale incombeva.

I pesci nei ruscelli e nei mari cominciavano a togliere la maschera antiveleno.
Gli orsi bianchi e le foche vomitavano gli ultimi pezzi di plastica.
Preferendo sardine e aringhe.
Spalancati i lager per pollame e suini.
Gli occhi azzurri dei lupi cercavano merende raggiungibili per la selezione naturale.
Coste e ravanelli in salsa di soia imbandivano le tavole.
Ovini e capretti vivevano una pasqua serena.
Sciami di api raccoglievano bottini di polline per le loro arnie. E ronzavano sorridenti.
Chierichetti giocavano di nuovo a saltarello lontani dalle sacrestie.
I malati di AIDS toglievano le flebo dal braccio guardando con speranza l'azzurro del cielo.
Gli oncologi dimettevano pallidi pazienti sorridenti dal cranio lucido.

Tutto il pianeta si stiracchiava sgranchendosi le gambe. Pronto alla propria resurrezione.

E tutto questo stava nell'aria, nell'etere, nel pensiero diffuso, sospeso… Aleggiava come la speranza quando torna.

L'eccellente catalizzatore prescelto, viveva entusiasta il proprio sogno.
I cloni replicanti parevano ed erano fanciulle e donne umane. Iniziavano danze e girotondi cantando nenie trascinanti e sensuali.
Lui le guardava goloso.
Le ammirava.
Le desiderava.
Le incontrava con gli sguardi. E talvolta anche non solo.
Umani, di tutti i sessi, respiravano tranquilli.
Nei gerontocomi nascevano nuove storie d'amore.
Nelle aule di ogni grado tutti gli alunni erano i primi della classe. Amici e sodali. Golosi di conoscenza, di relazione, di affetto.
Lui sentiva e ammirava dentro di sé tutto questo. E solo a tratti era colto dal dubbio che  fosse solo un bellissimo sogno. Una specie di incubo positivo radioso e piacevole.
Ed era in dubbio anche con se stesso e sulla propria capacità di percepire.
Quante volte già gli era capitato nella sua lunghissima vita di provare stati d'animo del genere!
Di borbottare dentro di sé che forse quel momento piacevole, bellissimo, fantastico, incredibile poteva benissimo anche non essere mai esistito. Apparirgli e basta. Essere una gradevole e sana allucinazione.
Quali e quanti amori lo avevano turbato facendogli sorgere il dubbio.
Quante volte gli era toccato risvegliarsi da sogni, cercando di afferrare nel vuoto le mosche di quella fantasia gradevole. Con le dita che stringevano l'aria.
E qui ora il sogno era ancora più incredibile. Improbabile. Eppure con radici salde, robuste, piantate nella dimensione dello spazio tempo.
Il tempo continuava a far scendere granelli impalpabili nella clessidra dell'esistenza.
Si prese ancora un attimo di tempo. Mandò in circolo una dose di endorfine di speranza benessere e felicità.
E si concesse il piacere di giacere nella penombra con l'ultima clone replicante. Con il suo corpo. Con la sua voce. Con la sua anima di donna.

LE PIETON DE l’AIR-10. terra promessa
Tutto  sembrava ora assestarsi e sistemarsi.
L'immensa moltitudine di viventi, anime, pensieri, infanzie, nostalgie, lutti, separazioni e perdite, stava da sola sistemandosi quasi automaticamente. Finché avrebbe retto quella pulsione galattica che durava l'evento.
Nessuno aveva dimenticato le chiavi di casa, il gatto, la lettura prediletta serale.
Le nuove abitazioni autogeneratesi rendevano inutili serrature e chiavi.
Le galline razzolavano libere e felici.
I maiali grufolavano nel fango già dimentichi delle gabbie feroci di costrizione.
Mandrie di emù si apprestavano ad attraversare le nuove savane sconosciute.
Verso i guadi.
Dove i coccodrilli si sarebbero saziati soltanto degli animali più inutili e invalidi.
Un falco pellegrino roteava studiando le sue prede.
Negli animali la ferocia vera non era mai esistita per davvero.
Sembrava che anche gli umani, per il momento almeno, avessero accantonato il gusto di conquista, latrocinio, devastazione, e morte.
La morte annotava sul suo taccuino i prossimi impegni. Mesta . Rassegnata al suo ruolo.
La ruota cominciava a girare. Calma. Lenta. Senza intoppi.
Nelle coppie umane, non si riusciva più a litigare come una volta. E il tradimento era una soluzione in extremis, un atto dovuto, completamente meritata da partner insulsi e inadeguati.
I bambini giocavano a girotondo. I disabili a turno venivano aiutati o portati in groppa dagli altri. La terra nuova con i suoi colori e odori diversi, stava studiando e programmando il suo ruolo di terra promessa.
Candide redivivo abitava nelle anime dei più. Utòpia prendeva le misure per durare più a lungo possibile.
Negli opifici la retribuzione era identica per tutti, indipendentemente dal genere e dal ruolo. I dirigenti alla mensa si mettevano in coda con gli altri scambiando battute scherzose.
Le classi scolastiche sceglievano il buon tempo per studiare la natura nuova, all’aria aperta, ripassando come una leggenda nefasta la storia terrestre.
I maestri e gli insegnanti tutti si accanivano laboriosamente per studiare le migliori soluzioni di apprendimento, di vita, di relazione, di serenità.
Fanciulle e donne nubili giocavano a dama e cavalieri per cercare il partner ideale.
Il senso di colpa e la vergogna erano banditi, in quanto inutili, sciocchi, dannosi.
Gli anziani abbellivano di fiori di carta i loro ospizi per conferenze in cui raccontare tutta la loro vita.
Il freddo pungente, timoroso e pudico, si scusava per il disagio arrecato.
Il caldo dei soli faceva maturare i frutti e le verdure.
Il sudore veniva tollerato come male minore.
I popoli stavano inventando modalità di autogestione.
Chi veniva eletto diventava il servitore pubblico, senza potere di prevaricare, la rotazione avveniva di frequente perché era troppo fastidioso e faticoso essere rappresentanti del popolo.
I fidanzati di qualsiasi genere o età si attardavano, terminate le occupazioni quotidiane, e spesso si tenevano per mano, baciandosi dietro i cespugli e gli arbusti.
Regalare amore era il dono prediletto e preferito. Dava piacere a chi dava e a chi riceveva. Come  d'altronde in ogni dono che sia davvero tale.
Il consenso e il dissenso sociale sostituivano regole e divieti.
La vergogna e il ludibrio sostituivano carceri e lavori forzati.
Le parole venivano pronunciate leggere e lievi come farfalle.
I pensieri volavano ancora più veloci e raggiungevano destinatari e uditori dovunque.
Nei luoghi di cura prestavano servizio fuori orario suonatore di jazz, di clavicembalo, di viola da gamba… e clown emangiatori di fuoco… fatuo.
Lui si guardava sempre intorno perplesso. Compiaciuto. Titubante.
I pensieri suoi, degli altri viventi umani, e quelli ancora più semplici degli animali inferiori, erano un linguaggio privilegiato.
I vegetali e le piante osavano mormorare silenziosi i loro parlari muti e densi di significati.
La nostalgia lasciava il posto a un ricordo pacato. In equilibrio sulla linea del tempo. Ciascuno ricordava. I ricordi erano libellule leggere. Quelli più brevi e pesanti finivano per sdrucciolare al suolo. Mescolandosi alla sabbia e ai sassi del terreno.
Lui ripensava con tenerezza estrema quel volto, quel corpo, quello sguardo, quella voce, quel profumo di donna… Il cuore piano gli tremava. Nostalgia, o piuttosto saudade, più morbida, vellutata, garbata e gentile.
Solo i cloni qualche volta ancora l'avevano chiamato eccellenza.
Lui conversava. Andava a visitare gli alloggi. Le famiglie. I luoghi di lavoro.
La traduzione simultanea gli aveva permesso di girare tutto il nuovo globo.
Conoscere i nuovi volti. Sentire racconti di vita.
Ed era stato proprio visitando una terra dell'est, dietro le alture dalle forme umane color ocra, che l'aveva scorta tra la folla. Stava raccogliendo delle drupe simili alle amarene. E le poneva in un cesto che teneva sotto il braccio. La riconobbe dal riso squillante.
Il cuore nel petto si mise a battere intensamente, piacevolmente.
Tu Tum tu tum. Sembrava che stesse giocando.
Non più extrasistole o fibrillazione atriale. Un battito caldo. Di vita.
Come già in passato era avvenuto, fu lei a scorgerlo. Gli occhi lampeggiarono luminosi.
Lasciò il cesto a terra, sorrise e salutò la compagnia con la quale stava raccogliendo frutti.
Lui la sentì mormorare: «non so se torno presto però ci vediamo…»
Un mormorio piacevole e ridente assentì e le fece coro.
Il tempo dell'esodo aveva tenuto tutto in sospeso.
Ora, nella terra promessa, avuta in regalo, tutto poteva riprendere a pulsare. A rivivere.
Gli si avvicinò. Guardandolo sempre negli occhi.
E senza pudore alcuno allungò la sua bocca e le sue labbra a baciarlo.
Intensamente. A fondo.
Quel bacio aveva un sapore antico. Remoto e insieme nuovo. Come i racconti alla sera intorno al fuoco e ai falò. Anche l'aria intorno rimase in sur place. I falchi, le colombe, le api, le farfalle e le libellule rimasero sospese a mezz'aria come tanti colibrì.
Quel bacio gli fece riscoprire la dolcezza profonda, sensuale, assoluta che una ragazza o una donna vera ha rispetto a una pur deliziosa mutante femmina.
In quel nuovo eden ritrovò l'entusiasmo della giovinezza che credeva di avere lasciato di là, in quell'altra terra malata.
«Sì, tu sei sempre stato senza età…» Gli diceva ancora lei, incurante che lui avesse ormai maturato 213 anni anagrafici.
Tenendo in bocca il gusto vellutato e fragrante di quel bacio, le cinse la vita, e lentamente mossero i passi per qualsiasi altro luogo.




mercoledì 3 gennaio 2018

L'ISOLA CHE C'È

L'ISOLA



CHE C'È

deposte allora le orrende spade
i pennoni alzavano le antiche vele
al vento favorevole verso quell'isola
smarrita la strada per Itaca
lasciato il fascino di circe e i fiori di loto
spenta l'unica luce al mostro polifemo
a frugare per mari e oceani cercando
di far sempre rotta verso quel luogo incantato
fresco di brezza e di ghiacci immensi
che certo poteva
che certo doveva pur esserci
col cuore e il sangue e i lombi e il fiato
ribollenti del fuoco di lava
rovente e gelato come sa esser la vita

a naufragare contenti
di quella speranza inesausta
che fosse
che era
che è possibile
il viaggio
perché la meta forse c'è
per davvero
dietro gli ultimi marosi
tra le montagne di ghiaccio dei nord infiniti
tra sbuffi allegri d'acqua salata

e il sogno continua a galleggiare
a mezz'aria miraggio regale
e reale concreto
colmando il cuore di aspettativa tremante

e l'isola che non c'era
ora c'è
forse
può darsi
magari
e s'appresta a spalancare i propri fiordi salati
di salmastro e di odore di bosco

mano al timone
le ciglia bianche di salsedine
il viaggio continua

martedì 2 gennaio 2018

ritrovata sul sedile del treno...

ritrovata sul sedile del treno
una bambola di panno candido
chi l'avesse smarrita lo dica
è il treno che va nell' ossola
della mia infanzia
verso le cime bianche
verso il fresco
verso le campagne gelate

chi l'avesse smarrita

se sei tu vieni te la posso ridare
è tua la bambola
sei tu che ti sei smarrita
nel fresco pungente di nebbia
tra i rami bassi dei larici
sei tu che andavi a cercare
la radice di sole di risa e di gioia
lo so ero passato di lì
per gioco e un po' con intenzione
apposta
sapevo che ti avrei incontrata

vieni allora ci troviamo al chiosco
dove vendono lo zucchero filato
e caramelle alla frutta di gelatina
vicino allo skylift  verso le stelle
eccomi amore mio
bambina mia
donna mia
mia attesa
mio ritorno
mia partenza
mio sogno

ma certo e ti racconto la favola
di quel principe di un tempo
che aveva girato per 1000 anni
per cercare il suo sogno
e ritrovarlo proprio lì
dove eri tu ad aspettare
insieme allo zucchero filato
bianco di neve

lui sapeva di incontrarti
ed era lì seduto sulla panchina
di assi di legno
semi assiderato
col cuore soltanto
che mandava faville di luce
e di calore
e con l'immenso fazzoletto
a quadri colorati ti asciugava
il nasino gocciolante di freddo

è stato lungo il tuo viaggio
dal passato lontano
sapevi dove stavi andando
eccoti finalmente
eccoti di liquirizia di legno
da mordicchiare succosa

facciamo il cambio certo
a me le gelatine di frutta
che hai nella voce
a te i legnetti saporiti e dolci
asciugati la goccia di brina
dal nasino gelato

nel bosco di betulle
c'è uno  spiazzo di erba verde appena spuntata

il cocuzzolo del monte cervandone si è calato
un berrettuccio di lana di neve

il lago l'agaro è una pista ghiacciata
per pattinare
con pattini d'argento come farfalle
gli alpeggi profumano di fumo
di  larici nei capelli

nel secchio di zinco
il latte spumoso
appena munto e tiepido
di vapore pieno di schiuma soffice panna montata
l'accarezzi inondandoti le mani che corrono e volano
gocce bianche colano

per questa storia improbabile
ma vera che ora
si sta raccontando da sola
a se stessa
per consolarsi





domenica 31 dicembre 2017

LE PIETON DE L'AIR N.7 - assistente di volo




LE  PIETON DE L'AIR

N.7 - assistente di volo

L'orologio dell'impresa ticchettava i suoi passi.
Anche quando non si rendeva visibile l'entità femminile era presente. In quel momento aveva assunto l'aspetto di Artemisia.
Teneva i capelli biondo oro raccolti dietro la nuca. Per vezzo e compiacenza era entrata perfettamente nel personaggio. Voce, sguardi, gesti.
Prese a parlare e lui ebbe l'impressione che fosse proprio la sua donna.
«Ricordi la prima volta che sono entrata in casa tua? Siamo rimasti un attimo a guardarci. Poi io mi sono tuffata sulla tua bocca. Eravamo nell'angolo della tua sala, accanto all'étagère a specchi. Tu  mi avvolgevi con le tue braccia. Mi sentivo accolta. Protetta. Voluta. Avevi creato un nido per il mio corpo è per la mia anima.
Bacchette di incenso e di sandali profumati diffondevano fumi che prendevano il naso e la gola. Nella penombra i candelabri facevano danzare le fiammelle.
Quando ne abbiamo ancora parlato tu ricordavi un altro punto della stanza per quel bacio.
Poi, spesso per gioco, lo rifacevamo nei due punti, nel tuo e nel mio… E ancora nel punto a metà strada. Ora puoi dedicarti solo a me. L'esodo va avanti per conto suo. Sono qui in presenza come se fossi proprio io vera. Avevo troppo bisogno e voglia di te»
I loro corpi caldi nudi avevano reciprocamente gustato il contatto.
Dopo essersi riposati in silenzio lei aveva voluto farsi raccontare ancora altro del suo passato.
 Gli chiedeva spiegazione del perché lui sempre non si fosse mai contentato della donna nel momento.
Cosa significasse il suo continuo bisogno di vivere nuove esperienze, anche con quelli che lei definiva tradimenti.
«Accontentarsi. Essere e restare contenti di quello che si ha. Sarebbe un modo. Eppure io appena avevo raggiunto uno status di benessere e di felicità, mi sentivo una molla interiore che mi spingeva ad andare oltre. E mi spostavo continuamente di qua e di là. Ogni volta rubando la marmellata. Questo hanno certo capito le entità superiori regalandomi la compagnia e la presenza dell'angelo nel quale ora tu abiti.
Mediante e attraverso lei posso vivere esperienze multiple con partner che lei ricava dalla mia mente e del mio vissuto. Talvolta mi regala anche presenze nuove prima a me sconosciute.
Ricerca continua. Appagamento momentaneo. E nuova pulsione a ricominciare.
Attendo come te e come tutti la rinascita definitiva. Il nirvana promesso. Il meritato paradiso terrestre. L'eden primigenio, finale e definitivo.»
Lui era rimasto a guardarla stando entrambi coricati. Non c'era nessuna rilevabile differenza. Aveva fatto l'amore proprio con la sua Artemisia. Stessi sguardi. Mugolii di piacere. Risate. Gestualità e comportamento. Eppure sentiva e sapeva che oltre a essere la sua donna amatissima di sempre, era anche quell'altra cosa.
Era un gioco mentale. Un altro essere esistente era stato contemporaneamente anche la sua donna. Aveva usato e provato piacere anche lei che non era lì fisicamente?
È possibile che a volte un luogo, una landa, una terra o un lago, siano contemporaneamente quello che appaiono. E anche qualcos'altro? Lui ad esempio continuava ad essere se stesso, oppure in qualche altro contesto era anche un'altra entità? E se per interposta persona avesse provato emozioni, piacere, godimento, orgasmo, lui qui lo avrebbe sentito? Più tardi si sarebbe collegato con lei per comunicare direttamente e chiederglielo.
E la terra malata, bolsa, boccheggiante, agonizzante che stavano per abbandonare, sarebbe rimasta la stessa una volta avvenuto l'esodo sul nuovo pianeta orbitante altrove?
I boschi dove il vento a volte suona il suo zufolo delicato tra i rami e le foglie, avrebbero saputo di essere anche l'altra entità spaziale, nell'altro posto, con i tramonti plurimi? La stella rossa nana gigante avrebbe scalzato il tramonto del sole vivo in quell'altro sistema? E chi avrebbe suonato lo zufolo nei boschi diversi, estranei, inusitati e nuovi di quella terra per ora sconosciuta? L'acqua sarebbe piovuta alla stessa maniera, con lo stesso rumore, col ticchettio sulle foglie, per quanto di aspetto diverso, oppure avrebbe anche lei pronunciato un linguaggio straniero?
Presentì la nostalgia prossima ventura in quel posto pulito, ma profondamente alieno.
E ora di qui, accanto alle morbide forme bianche simili a quelle della sua donna, ma dentro a un'altra esistenza, provò struggente anche la nostalgia del futuro.
E gli pareva strano tentare la connessione vocale visiva con l'altra parte del pianeta dove Artemisia ora si trovava.
«Sìiii, siii…  amore mio… Proprio ora ti stavo pensando. Ti ho sentito a lungo sai… Come quando stiamo nudi distesi tiepidi e morbidi e ci appisoliamo un pochino col fiato pesante dopo avere goduto tanto l'uno dell'altro…
È stato bellissimo. Intenso. Sembrava quasi vero. Però io ti preferisco per davvero qui. Non mi basta sentirti e pensarti e far l'amore col pensiero…»
Non osò dirglielo. Trovava già di per sé la cosa strana e abbastanza disturbante e sconvolgente.
Magari glielo avrebbe spiegato un'altra volta. Prima del viaggio galattico. Prima che avesse inizio la fine e l'inizio nuovo.
E pensò con una punta di disagio, come avrebbe vissuto lui se lei gli avesse raccontato qualcosa di simile? Di aver fatto l'amore con un suo sosia. Una reincarnazione verosimile ma assolutamente fasulla. Di avergli parlato. Confidato pensieri intimi. Di avere goduto orgasmi prolungati e ripetuti tra le braccia di un altro se stesso…
Il cambiamento. Un altrove. Continuare a restare se stessi diventando insieme altro da sé.
E come sarebbe stato per il pianeta azzurro ricevere e subire la purificazione, rigenerarsi, essere partorito di nuovo, daccapo?
A volte da quando aveva ricevuto l'incarico di essere catalizzatore del progetto assoluto, aveva temuto di non capire quello che stava vivendo.
Gli era parso, in lunghi momenti, di vivere un sogno angosciante, un incubo, una fantasia deviata e malata.
E i ghiacciai che andavano sciogliendosi ai poli della terra si sarebbero accorti di tornare indietro di qualche migliaio di anni? E i vulcani d'Islanda avrebbero sorriso borbottando verso le masse di ghiaccio, perplessi, stupiti e increduli?
Con questi pensieri si imbarcò di nuovo sul veicolo che l'avrebbe portato all'assemblea di tutti i terrestri. Dei loro portavoce. Democraticamente scelti oppure dittatori autoimpostisi.
Nonostante l'ottimismo e la speranza che le entità superiori avevano continuato di infondere, sapeva che la partita era ancora tutta da giocare.
Come arrestare il lancio dei missili di distruzione totale se chi ne aveva accesso non era convinto e collaborativo? E le orde urlanti e becere che avevano distrutto villaggi, popolazioni, templi e tesori archeologici inestimabili, si sarebbero rassegnati a rinunciare agli stupri di massa? Alle decapitazioni? Al seppellimento da vivi dei propri infedeli?
E gli arroganti padroni della terra, avrebbero rinunciato alle deportazioni di massa di tutte le teste pensanti nelle palestre e negli stadi? E la zazzera gialla avrebbe per caso cominciato a concepire pensieri oltre alle sue farneticazioni? E i nostalgici dei nuovi nazismi allevati e nutriti in società che non avevano saputo essere davvero democratiche socialiste, sarebbero rimasti almeno ad ascoltare e a riflettere prima di inneggiare arringando popoli alle proprie sciagure mentali?
Il modulo si stava affacciando sul terrazzo giardino pensile. Carezzò con lo sguardo le ultime amarene mature. O dovrò l'intenso profumo delle aromatiche. Ha perso il cancelletto e si introdusse nell'abitacolo.
Il suo superangelo personale lo aveva già preceduto. E questa volta aveva assunto l'aspetto regale che lui aveva solo di recente intravisto. Ebbe un tuffo al cuore. Avrebbe preferito viaggiare ancora e qui con Artemisia? La donna gli mise una mano sul braccio e sorridendo gli disse: «vieni eccellenza».
Lui prese la mano di lei, la portò alle labbra, e rispose: «eccomi, grazie a te, eccellente eccellenza».
Il trasferimento ebbe inizio e sarebbe durato pochissimo.