scegli argomenti:

martedì 17 luglio 2018

LA MAGICA RESURREZIONE


Uffa! Di nuovo ancora! Come tutte le sere!
Capitava sempre quel fenomeno strano che la disturbava, la intristiva, le faceva mutare umore…
Ad un certo punto il colore azzurro intenso del cielo diventava grigio. Il sole, quando non era nascosto dietro le nuvole, perdeva il suo splendore d'oro. Le foglie degli alberi perdevano il colore vivo e cominciavano ad ingrigirsi. Perdevano quella tonalità smaltata e brillante. Per non parlare poi dei fiori! I gigli bianchi maculati sembravano fatti di carta. Le ortensie seguivano la stessa sorte del cielo, da azzurre con tendenza al violetto, anche loro appassivano di tonalità… Si guardava le mani, il tavolo, i tendaggi… Tutto perdeva vivacità di colori…
Uffa! Uffa e ancora uffa! Diceva tra sé la ragazza.
Eppure si ricordava che un rimedio l'aveva imparato. Anche se ora non se lo ricordava più.
Era stato molto tempo prima. Alcuni anni. Quattro forse. Quando aveva incontrato quel personaggio fantastico buffo e assurdo. L'aveva sempre chiamato il principe fuori dal tempo. Era alto, slanciato, ma come spesso le persone molto alte aveva movimenti dinoccolati e a volte stava un po' curvo.
A dir la verità era insieme giovanissimo e anche molto antico. Per questo per lei era fuori dal tempo.
In alcuni momenti rideva come un bambino… Cantava come un ragazzo… Faceva cose buffe come un adolescente… Discorsi saggi e pieni di sapienza, e le sapeva alternare combattute molto buffe e umoristiche. Per lei era come se lui sapesse tutto. Ogni volta che toccavano un argomento nuovo, lui ne parlava a lungo, distesamente, in modo argomentato. Lei rimaneva stupita. Dicendo che lei non sapeva tante cose così. E lui per consolarla le diceva che quelle cose forse magari non le sapeva neanche, se l'era inventate per farla contenta, per stupirla, per affascinarla… Ma lei sapeva apprezzare la sua sapienza. Non l'aveva quasi mai visto adombrato o arrabbiato. Tranne qualche rarissima volta. Lei si era subito giustificata riconoscendo che davvero era stato un po' scioccherella, lunatica, birichina, e aveva commesso qualche marachella. Ogni volta lui aveva mostrato fermezza, determinazione, severità… Ma ogni volta l'aveva perdonata… Dicendole che vedeva in lei la bambina che aveva dentro sempre, anche ora che era diventata grandicella… Le carezzava le gote e i capelli. Restava ad ammirare la luce intensa fosforescente del suo sguardo. E le diceva parole dolcissime e tenere. E le prodigava coccole che la facevano tremare tutta.
Era stato lui, certo, quattro anni prima o giù di lì… Aveva messo una mano nella saccoccia. E da quella aveva tirato fuori il pugno chiuso… E appena aveva aperto le dita un minuscolo uccellino si era messo a volare col volo fermo… Era proprio un colibrì!
Un colibrì magico, naturalmente. Il colibrì era rimasto sospeso nell'aria facendo un leggerissimo pigolio. Dal quale lei aveva imparato a decifrare delle parole morbide, flautate, con un linguaggio straordinario…
Le sembrava di ricordare che le avesse suggerito di guardare ai piedi del roseto. Li avrebbe trovato una scatolina di latta color argento e oro. Aprendola avrebbe visto e scoperto un anellino. Come gli anellini giocattoli che si trovano avvolti nella carta oleata dentro alle sorprese dell'uovo di Pasqua.
Doveva metterlo al dito. Girarlo sopra e sotto diverse volte. E pronunciare la formula magica…
Ma uffa, uffa, e stra-uffa!!!
Non ricordava più due cose. Dove avesse riposto quell'anellino magico che serviva per la resurrezione dello spirito e dell'allegria. E quale fosse la formula magica!
La ragazza ripose il fuso con il quale aveva filato la lana. Il pesante ferro da stiro a brace ormai raffreddato con il quale stirava tutto il giorno ogni cosa che trovasse in giro.
E si era avvicinata al camino. Aveva soffiato sul fuoco risvegliando le braci sotto la cenere. Ponendovi delle ramaglie secche. Fino a quando le fiamme avevano ripreso a crepitare. Dal gancio nero di fumo e di fuliggine pendeva la pentola per fare la minestra.
Riempitala degli ingredienti giusti, si era messa a mescolare con un mestolo di legno.
Stirare, rassettare, cucinare le minestre… Un tempo a fare solo quello borbottava continuamente tra sé e sé il suo abituale: uffa, uffa… Uffa!
Ma da quando era venuto il magico principe al di là del tempo, con il suo colibrì sospeso a mezz'aria che sussurrava a mezza voce come uno strumento musicale, limitava quel borbottio soltanto ai momenti meno gradevoli… Ora ad esempio da tempo lo faceva quando verso sera i colori scomparivano. E con essi l'allegria. L'entusiasmo. La speranza. Stava rimestando nella pentola di rame la buona minestra profumata, quando le venne un lampo nella mente!
Ma si! Ma certo! Di sicuro…!
Si allontanò dal camino. Si avvicinò al canterano. E proprio in basso, in quel cassettino che non apriva mai… Evviva… Evvivissima… Superevviva…! La scatolina di latta un po' arrugginita colore argento e oro era lì. Sollevò il coperchio. E anche l'anellino pasquale era al suo posto. Sembrava aspettarla.
Tremante e titubante se lo infilò subito al dito. Lo fece girare come ricordava diverse volte sopra e sotto… E incantesimo degli incantesimi… Sentii come un piccolo zufolo il cinguettio garbato che le stava volando sopra il capo.
«Prova a ricordare, Nini, non è difficile, certo ci riesci… La filastrocca formula magica per fare l'incantesimo… Ne sono sicuro…» Zufolava morbido l'uccellino con il suo fruscio d'ali rapido come quello di un calabrone…
Si fregò le mani sul grembiule per nettarle. Poi si mise le mani sul volto. Ve lo tenne qualche istante pensieroso. Poi le mani salirono sul capo. Sui capelli biondi con la treccia a crocchia intorno alla sua nuca.
«Ma si… Evviva… EVVIVISSIMA… Super evvivissima…»
Nel capo, nella mente e nel pensiero, frullando allo stesso ritmo del minuscolo volatile, la filastrocca un po' alla volta veniva fuori… Una parola dopo l'altra…

«ACCIDERBOLINA SI, LA MAGIA LA FACCIO QUI…
PERDIRINDINDINA DINDA, FACCIO QUI LA MERAVIGLIA
MERAVIGLIA FANTASIOSA DI MAGIA CH’È STREPITOSA
I COLORI L'ALLEGRIA LA SPERANZA È TUTTA MIA…»

Appena l'ebbe pronunciata a mezza voce, la ripeté ancora e ancora e ancora e ancora… E intanto faceva ruotare l'anellino fatato sul suo ditino…
Lentamente ma anche in un batter d'occhio tutti gli oggetti ripresero il loro colore. La sera vestì il cielo di velluto oltremare. La luna si fermò a guardare in giù con il suo sguardo luminoso. La fiamma del camino danzava sotto la pentola di rame con il suo colore porpora, arancio e giallo sole…
E fu in quel momento che si spalancò la porta massiccia di legno antico. E si affacciò il volto che temeva di avere quasi dimenticato. La barba corta. I capelli argentati. Lo sguardo di ragazzo antico. E cominciò a tremare anche la sua voce mentre parlava…
«Mi stavi dimenticando piccina. Insieme ai colori e all'allegria e alla speranza… Dicevi parole nella tua mente e dimenticavi quelle giuste. Quelle con le quali potevi parlare solo a me. Insieme alla formula magica avevi dimenticato l'anellino fatato… E stavi dimenticando le parole che dovevi dire a me. Proprio  a me. Solo a me…
Giocavi un po' a fare la bambina pasticciona. Volevi essere sgridata. Aiutata. Rincuorata.
Ricorda che il colibrì e l'anellino fatato sono un dono mio che ti ho fatto.
Sono il dono della felicità e dell'allegria. Che ti spettano di diritto. Ti ho insegnato le parole e il linguaggio. Le parole magiche e le parole comuni e quotidiane. Insieme io e te siamo la parola, il verbo, il messaggio…»
Poi le si avvicinò, le prese prima una mano al poi l'altra. Le portò alle labbra. E le baciò a lungo con il suo fiato caldo.
Il tempo intanto si era distratto e aveva smesso di scorrere via. E si era arrestato per un momento magico, prolungato, infinito…
E ricominciò la vita, il colore, le canzoni, insomma ricominciò la resurrezione!

lunedì 9 luglio 2018

LA STREGA NASONA

LA STREGA NASONA



«Raccontano le antiche leggende…»
-Ma scusa a chi lo raccontano…? E come fanno le antiche leggende raccontare?-
«Insomma, vuoi che te la continuo, questa storia, o non ti interessa e preferisci che giochiamo a qualcos'altro…?»
-Ma dai, ho scherzato, babbo, continua… Che cosa raccontano le antiche leggende?-
«… Raccontano che c'era in un posto che non può essere nominato qui, una strega che veniva chiamata da tutti "STREGA NASONA".
Tutti l'avevano sempre presente giro per un motivo o per un altro da quand'era ancora bambina. Anche a scuola la maestra come la sua mamma, senza dire esplicitamente che la riteneva una sciocca, una sprovveduta, usava delle espressioni contorte: "si, anche lei, non si può negare, qualcosina sa fare anche lei… Anche se... però…"
Fatto sta che lei aveva finito addirittura per convincersi di essere una persona insignificante, una scioccherella , e se ne stava sempre per conto suo con il cappello a cono che usavano un tempo le streghe… A preparare degli intrugli che mescolava nel suo calderone con un grosso mestolo di legno… Naturalmente gli intrugli non piacevano né a lei né a nessun altro… Ma essendo una strega… Le toccava pur farli, no?
Fatto sta, comunque che un giorno che stava mescolando tutta annoiata nel suo calderone, sentì bussare alla porta. Toc toc… Toc toc e ritoc…
Nessuno l'aveva mai cercata specie negli ultimi tempi. Si affacciò alla porta. E chi vide? Un uomo tutto malandato, con un cappellaccio malconcio in testa, vestito malissimo e con le scarpe tutte scalcagnate che gli si aprivano sul davanti. Lei capì che si trattava di un caminante. Quelli che una volta andavano in giro a piedi per paesi e campagne e cascine a cercare qualcuno che desse loro qualcosa per sopravvivere. La gente voleva bene caminante perché erano bravi ad ascoltare. E soprattutto erano bravi poi a raccontare quello che avevano ascoltato in altri posti. Erano un po' come dei telegiornali ma molto meglio perché raccontavano cose vere.
Lei lo fece entrare e lui si mise a raccontare questo a raccontare quest'altro… Poi a un certo punto dopo averla guardata in faccia con i suoi occhi strani e scuri, le propose di fare una magia… "Dicono che tu vieni chiamata e credi di essere davvero la STREGA NASONA. Ora se permetti metto una mano sulla tua fronte, la basso sul tuo naso e… Voilà…!" Aveva afferrato una cosa che ricordava una buccia di patata rinsecchita e di cartone che stava sul naso della strega. E con delicatezza l'aveva preso e tolto di la… Lei mise subito le mani sul suo naso e si accorse che era un altro normalissimo. Non aveva in casa uno specchio perché in quei tempi non si usavano e dicevano che portavano sfortuna e che si commetteva peccato che si andava all'inferno… Però lì fuori c'era la fontana. Si tolse il cappellaccio a cono e a punta e si guardò nell'acqua che rispecchiava il suo volto…
"Caspiterina… Ciur bis… Perbacco baccone…. "  Esclamò senza fiato  " non sono mica poi così brutta senza quel finto naso a patata…"
Intanto il caminante per mostrare come stava sorridendo contento 1002 dita sotto la gola e in un colpo si tolse la maschera da caminante con barba cappello e  vestitaci brutti compresi… E anche lui si fece la magia e la caminante si trasformò in un rozzo ma pur simpatico e sorridente hom- salbadg…
"Caspiterina… Ciur bis… Perbacco baccone….
Ma allora non sei un caminante povero e malandato sei il famoso hom- salbadg di cui tutti parlano e che viene giù dalle valli dell'Ossola…
Lui si mise allora a raccontare delle storie magiche delle valli ossolane… E anche delle storie molto tristi di quando a Croveo ad esempio qualche secolo prima erano arrivati gli uomini della Chiesa e avevano fatto l'inquisizione e avevano condannato delle donne che erano brave inventare sistemi per guarire e le avevano condannate come streghe sul rogo.
La strega, non più nasona ormai, era contenta di sentire come lui valorizzava invece di denigrarla alla categoria delle streghe…
Ogni tanto dava ancora qualche giro con il mestolo di legno nel calderone… Si scusò con lui dicendogli che era una schifezza e lo faceva solo perché sul manuale delle streghe c'era scritto così… Gli chiede se aveva fame perché di là aveva delle buone cose… Della pancetta affumicata… Dei salamini della duja… Del pane di segale e delle castagne bollite con il miele…
Per potersi mettere a mangiare però, l'hom- salbadg fu costretto a fare un'altra magia se stesso… Mise di nuovo due dita sotto il mento… E voilà… Si tolse la maschera da hom- salbadg… E sotto che c'era? Uno dei più bei principi di tutte le favole… Con un bel vestito azzurro decorato d'oro… Lo spadino di alluminio argentato alla cintura… Insomma a questa terza trasformazione che aveva guadagnato…
Anche la strega che ormai ci converrà chiamare la ragazza perché di strega non aveva più niente, si tolse il vestito atto brutto marrone scuro e puzzolente di fumo, e sotto aveva un bellissimo vestitino di tulle tutto ricamato…
Insieme si misero a preparare la tavola con delle ciotole di terracotta e di legno.
Ma mentre si era girata per prendere dei bicchieri di stagno nella credenza, nel tornare a guardare verso di lui, vide che si era messo un cappelluccio da menestrello… Ed ha una borsa che portava a tracolla, come normalmente fanno sempre tutti i menestrelli, aveva estratto una viuela, una piccola cetra e un mandolino…
E allora si mise a suonare, a cantare, e la ragazza che credeva di essere brutta si mise a danzare… E quando non ce la fecero più a danzare tutti e due dandosi il braccio, e si furono rifocillati mangiando le leccornie che lei aveva messo in tavola… Si guardarono negli occhi…
"Se tu vieni ancora trovarmi, menestrello magico, ti preparo un cibo buonissimo… Vado nei prati e raccolgo tutte le erbe buone da minestra, il cicorione, gli asparagi selvatici,i louvertis…, E ti faccio un pranzetto come si conviene…"
Il principe menestrello la guardava estasiato… Da quando l'aveva vista il suo cuore aveva cominciato a battere: tu-tum, tu-tum, tu-tum…. Ed ebbe paura che gli venisse una fibrillazione atriale, un extrasistole, e gli mancava anche il fiato…
Allora si decise. Si alzò dal sedile di legno di quercia, e come facevano una volta i principi, piegò il ginocchio a terra, le prese la mano, gliela baciò e le chiese con la voce tremante:
"ma allora, cosa ne dici se io ti chiedo di sposarti? Vuoi essere mia sposa?" E rimase lì ad aspettare la risposta con la bocca aperta…
Lei sorrise, poi si mise a ridere, poi quasi quasi stava per piangere… E gli fece una domanda strana: "ma tu queste proposte le fa ha tutte le ragazze che incontri?"
Col poco fiato che gli era rimasto, mentre quasi gli veniva da balbettare, lui rispose:
"questa proposta non l'ho mai fatta a nessuna ragazza… Ed ero pronto a far la quando fossi stato sicuro che avrei incontrato la ragazza più bella del mondo… La donna della mia vita…"
Poi si misero d'accordo per il matrimonio… Lui sarebbe rimasto ad abitare dove stava già. E lei pure… Ognuno per conto suo. Perché così ogni giorno ogni momento ogni notte potevano avere il piacere di cercarsi di incontrarsi di avere di nuovo il batticuore e di regalarci il piacere di ritrovarsi di nuovo…

-Questa volta ne hai inventata una totalmente nuova babbo… Ma allora anche loro erano contrari al matrimonio? Secondo me hanno fatto bene. Così potevano regalarsi solo i momenti più belli e gli istanti migliori. Se lei voleva poteva preparargli le minestre ma solo perché piaceva a lei farlo. E se lui voleva poteva portarla a cavallo nei boschi, cucinarle la casseula   e la paniscia...-

E la ragazzina aspettò che il padre si fosse caricata e accesa la pipa ricurva. Poi prese la sua manona nella sua. E si incamminarono. E mentre andavano lei si mise a cantare una filastrocca che le piaceva… E intanto faceva fare l'altalena alla propria mano e a quella del babbo avanti indietro come il battacchio di una campana… Din Don din Don…

Poi, e smise di cantare la filastrocca, e guardandolo dal basso in alto gli chiese:
"ma allora babbo, non esistono le streghe o le bambine brutte nasone… Forse dipende se sono felici e se hanno qualcuno che gli vuole bene… Io senz'altro non sono né strega né brutta né nasona… Perché tu mi vuoi bene… E poi che quel ragazzino di quarta C che mi fa sempre gli occhioni dolci. E certe volte mi fa assaggiare la sua merenda nell'intervallo.

domenica 8 luglio 2018

LE MAGLIETTE ROSSE

LE MAGLIETTE ROSSE


Per chi non ha capito questo come altri semplicissimi avvenimenti intenzionali, mi permetto due appunti. Il semiotico Charles Sanders Peirce aiuta in modo semplice a capire cosa significano questi gesti.
Questi sono dei segni: Comunichiamo con i segni: le parole, le espressioni facciali, le immagini sui cartelloni pubblicitari, i segnali stradali, alcuni suoni o colori sono segni.
Un segno, per definizione, è composto da significato e da significante.
Il SIGNIFICANTE è il concetto espresso, il SIGNIFICATO è il supporto materiale che lo esprime.(il significato e la traduzione)
icona: Abbiamo una ICONA quando il segno assomiglia al concetto rappresentato
Un SIMBOLO: quando il significante utilizzato è frutto di una convenzione ma non assomiglia al concetto espresso nella realtà
INDICE : quando il segno è naturale, non è frutto di convenzione e non assomiglia al concetto espresso che si intende rappresentare.
Le MAGLIETTE ROSSE, sono il significante, un segno che facciamo vedere; una cosa che noi diciamo e affermiamo… e sono anche un simbolo: vogliono dire = "emorragia di umanità"… Richiamano la maglietta rossa di uno dei tanti bambini annegati nel Mare Mediterraneo.  E  richiamano anche il colore del sangue.
[Vuoi vedere che nessuno dei RATTI che ROSICANO capirà questa cosa? Eh già… Loro mica leggono… L'ignoranza è proprio una brutta malattia!]

NAVIGARE OMBRA

NAVIGARE OMBRA

nel solco aperto dalla nave
spruzzi intensi di verde selva ai lati
ricadono nella propria ombra
navigando presenze che ormai
galleggiano nel proprio ricordo
e tane di terra bruna zuppa di foglie
e musi scuri di cinghiali
e pelo di setole di fumo
intento a odorare il proprio fortore
selvatico e ormai lontano

spalancata come una scatola di sardine
l'auto beve flutti di vento caldo
e si ubriaca di estate vasta
che trascina nel suo volo
ombre e sprazzi di luce
quello che era ombra odorosa

tutto scorre come un fiume
con pesci di ricordi di bosco
e funghi e felci e umido odore terroso
violentato dall'asfalto brutale
offerto alla corsa sfrenata delle auto

i ricordi olfattivi raccontano
la propria storia che vacilla
nel continuo andare e andare
senza scopo ne meta alcuna

e corriamo insieme anima mia
la tua immagine galleggia
mentre andiamo e andiamo senza fine

e anche forse
lo spazzaneve allarga un nastro grigio
che vibra ancora al correre intenso
nel fresco calore pungente
nell'aria rovente di luglio

e senti certo anche tu
la melodia del tempo
che ansima sul proprio fiato
l'impercettibile stillicidio
minuto  della sabbia
sul fondo della clessidra

e andiamo
andando
senza fine
amoremio



giovedì 5 luglio 2018

IL COMPLESSO DEL POLLAIO



IL COMPLESSO DEL POLLAIO
È proprio vero. A essere sempre vissuto in una casa autonoma, senza vicini sopra sotto di fianco a destra o a sinistra,…ci restava con gli occhi sbarrati, stupito con un sorriso ironico tutte le volte che notava le dinamiche.
Non dava confidenza a nessuno. Non si fermava a ciacolare, spettegolare, ascoltare o dire sciocche e stupide malignità.
L'aggressività ricordava molto quella del pollame costretto in uno spazio circoscritto.
Prima o poi anziché socializzare, chi ti stava lì di fianco cercava, trovava, o si faceva suggerire l'imbeccata …
Episodi banali, privi di assoluto fondamento o significato, diventavano l'occasione, il casus belli. Piccole coalizioni temporanee, fragili, pretestuose…
"Pare che il tal dei tali o la tale e talaltra abbia detto o fatto questo e quest'altro…"
E gli veniva quasi da ridere se non da intristirsi o da piangere per la miseria… Invece di cercare il confronto, avendo qualche rimostranza fondata o sciocca, parlarne con la persona giusta, becchettando il mangime e con i cocoricò lamentevoli, veniva preferito sparlare, o addirittura rivolgersi a qualche soggetto ritenuto superiore…
Chi ad esempio lamentava che qualcuno dal piano superiore sbattesse briciole o altro sulla propria finestra, se gentilmente lo faceva presente riceveva battute secche, sgarbate, e affermazioni senza capo né coda… Avrebbe dovuto lui stesso non avere le finestre in quella posizione, quindi era colpa sua… Aveva atteso sorridendo paziente quando qualche volta gli era stato bloccato e ostruito il passaggio dell'ingresso al box o in altri posti… Però, c'era sempre chi era pronto, appollaiato, a curiosare cercando l'occasione buona per lamentare che per qualche secondo lui aveva sostato con i suoi mezzi qua o là… o altre amenità...E non serviva a nulla far notare che oltre al tempo limitatissimo, restava spazio sufficiente per passare con un autotreno…
La logica dominante era quella di attenersi allo STEREOTIPO alla OMOLOGAZIONE non si poteva sgarrare altrimenti si veniva esclusi... o preso come bersaglio... Poi c'era la casistica delle regole condominiali; spesso imprecise, che lasciavano sempre lo spazio per aprire dei piccoli contenziosi… Perché il vicino aveva fatto questa quest'altro? Come si permetteva?
Erano evidentemente sempre episodi banali, irrilevanti, privi di fondamento… Perciò ottimi pretesti per scaricare aggressività, rancore, cercando di volta in volta il capro espiatorio.
E chi se ne stava per conto suo, evitando di farsi coinvolgere nei pettegolezzi, era un ottimo capro espiatorio…
Chi non accettava le provocazioni, diventava il malcapitato di turno…
Gli era capitato di dire che quel pollaio fosse un concentrato di attaccabrighe. Ma forse il difetto stava nel manico. Era la logica e l'atmosfera stessa di quel pollaio come di tutti i pollai che diventava terreno di coltura…
E stava ripensando ai suoi decenni sereni quando abitava altrove… Ci ripensò come fantasia e ipotesi per il futuro.
E poi come faceva spesso si disse:
"NON TI CURAR DI LORO MA GUARDA E PASSA"

DIVERSI



DIVERSI

beh si va bene babbo
però dopo mi porti al parchetto
che anche ieri non siamo andati
si certo va bene se lo dici tu
che sono diversi da noi
e certi hanno la pelle più scura
il naso un po' più largo si va beh
ma tu hai mai provato babbo
però non arrabbiarti dai
a guardare lo sguardo che hanno
si va bene uno sguardo diverso
sì però è molto bello sai
neanche le mie compagne più carine
guardano così bene negli occhi puliti
e allora forse mi piace quel diverso che ha
e anche le femmine sono diverse da noi no
e però a me e a te ci piacciono tanto

come tu mi avevi detto
ieri mentre giocavamo ho provato a dirglielo
di tornare a casa sua
e lui col sorriso dagli occhi bianchi immensi
ha risposto che non poteva
perché stavamo giocando
e che poi c'era la mensa
ma dopo sarebbe certo tornato a casa tua
che lui abita in via gorizia
proprio quasi vicino a noi sai

e ti dico una cosa babbo
però dopo non ti arrabbi vero
dai per il piacere
e mi porti lo stesso al parchetto
è proprio un po' diverso
e sa ridere meglio di me
credo proprio ma non ti arrabbiare
che lui è umano
come noi
sai

però
se non vuoi
non lo dico
basta
che non ti arrabbi
però





martedì 3 luglio 2018

PESCI NELLA RETE

PESCI NELLA RETE

Era  oltretutto estremamente imbarazzante. Da diverso tempo il sistema interno all'azienda era invaso di strani contraddittori vergognosi messaggi.
Si era limitato a leggere le prime parole e le prime frasi…
Tutta l'organizzazione ne veniva sputtanata…!
«Mio tenero e radioso… Dovunque aleggia lo sguardo dagli occhi pungenti… E neppur io posso sfuggirgli… Il tuo profilo che altri colleghi definiscono allampanato, è per me fantastico. Affascinante anche il tuo cranio lucido e senza capelli. E quel pizzetto di barba sfottente…
Quanto ci metterò ancora a palesarmi?
Ne avrò mai il coraggio?
Almeno a te prima o poi stanne certo dovrò rivelarmi…»
Una tresca amorosa? Lì… Proprio nell'azienda di cui lui era il direttore totale! Per fortuna nulla era ancora trapelato al di fuori, soprattutto nei confronti dell'utenza…
Schiacciò il tasto rosso del interfonico telefonico.
In viva voce: "certo dottore ...dica dottore... devo venire da lei dottore…?"
Cercò di non gridare ma disse con tono concitato: "ma certo, come minimo, devo venire io da lei per caso ragioniere? O preferisce essere chiamato dottore ...anche se lei è laureato in economia e commercio e non come noi… Allora si muova dottor ragioniere… Che qui la misura è colma!"
Entrò uno sguardo abbastanza intelligente. Che preferiva mostrare condiscendenza e quasi sottomissione al suo capo…
"Ho preferito, direttore esimio, risparmiarle la lettura dell'intera mail… Perciò se vuole le posso relazionare in sintesi tutti i dati che ho raccolto e che ci permettono, col suo consenso, di avere le idee un po' più chiare..."
Con aria scocciata di disappunto l'altro gli fece solo un cenno di continuare.
"Il soggetto in parola utilizza sia nell'indirizzo di posta elettronica sia nella firma il nome, o lo pseudonimo, di Eufemia. Ma nel corso della mail, mi è parso di rilevare alcuni indizi significativi… Ecco, nella riga 56 può vedere come si esprime nei confronti del suo destinatario usando un nomignolo o vezzeggiativo ricorrente anche altrove… Sembra infatti prediligere molto i funghi e soprattutto i funghi porcini. «Mio morbido funghetto; mio boletus porcino…"
Il boss rimase interdetto.
Quel nomignolo gliel'aveva appioppato anni prima la buonanima. E non era mai più riuscito a staccarselo di dosso. Anche se ora nelle vicende femminili accettava nomignoli di ogni sorta. Ma nessuno di essi lo riteneva così adeguato. E stentava a riconoscersi nelle paroline che le dipendenti, partner più o meno occasionali o durature o interessate gli attribuivano…
Non commentò. E fece cenno al subalterno di continuare.
"È riuscito comunque a scoprire qualcosa di più su questa Eufemia? È una nostra dipendente? Non che la cosa mi interessi particolarmente,e ma che aspetto ha? È almeno una bella donna...?"
Appurato e acclarato che comunque i messaggi erano rivolti alla sua persona, voleva vederci chiaro, cercare di trovarne qualche vantaggio… come si dice nel linguaggio parlato: *pararsi il culo*…
Gentile, senza risultare servile, l'altro continuò con una serie di particolari nella quale il capo azienda si stava perdendo e non ci capiva un bel niente… Ogni volta poneva domande… Ne riceveva risposte… E ne sapeva ancor meno di prima…
Fu quando ad un certo punto il dottor ragioniere sbottò con questa espressione: "… In sostanza Eufemia afferma di essere stat *o*  profondamente colpit *o* proprio da lei signor direttore…"
Credette in un lapsus… "Voleva dire essere stat *a* profondamente colpit *a* … Credo di aver capito male altrimenti…
Vorrei sperare e credere che si trattasse di un lapsus."
Ma in quel momento dalla porta a vetri vide stagliarsi la sagoma corpulenta al limite dell'osceno del capo relazioni con il pubblico.
Grasso.
Ma più che grasso flaccido.
Una immensa ameba mollica. Informe.
Fastidiosa.
Si guardò con il suo subalterno il quale fece un cenno di assenso e a quel punto fissò con intenzione il nuovo arrivato e se lo vide entrare…
Anche la voce era flaccida.
"Tra colleghi circola la voce di questa virale invasione della mail… E allora io mi sono sentito in obbligo, me lo permetta, signor direttore, di contribuire nel mio piccolo…"
I due sorvolarono sull'ultimo aggettivo…
"Ecco, vede, per quanto non siano un nutrimento particolarmente sostanzioso, lo confesso… ho sempre adorato le trifole, cioè quelle che tutti chiamano i tartufi, e in subordine tutta la categoria dei funghi buoni… commestibili… mangerecci… E, se mi permette ancora…..."
Il direttore lo guardava con sguardo torvo e il ciglio abbassato.
Stava firmando senza neanche guardarle delle pratiche di routine.
E fu proprio a quel punto che la penna stilografica, placcata oro , che gli avevano regalato i dipendenti come atto di omaggio servile all'ultimo suo compleanno, gli venne ghermita… Appoggiata sulle scartoffie… E quella mano destra gli fu afferrata dalle mani grassocce che vi appoggiarono in modo stucchevole e umido un bacio…
Dietro le pareti vetrate stavano formandosi dei capannelli.
E nei capannelli si parlottava e si *faceva capannello*… E a quel momento i vetri infrangibili non riuscirono a trattenere un brusio che divenne una risata immensa clamorosa inondante…
Il pesce Eufemia era caduto nella rete.
Anzi ci si era tuffato intenzionalmente.
Il direttore, senza fiato, gli occhi sbarrati, lo stava guardando…
E a quel punto era difficile dire se con stizza, fastidio, irritazione…
O con qualche altro sentimento…

-ma, papo, questa volta hai proprio superato te stesso!-
Esclamò la ragazzetta che gli stava seduta accanto a tavola...
- ma davvero dove lavori tu ci sono degli zombi del genere? Ecco perché allora non ti lamenti quasi mai quando vai a lavorare...!-
E gli schioccò un bacio sonoro sulla guancia, che gli lasciò l'impronta rosata del sugo di pastasciutta...


lunedì 2 luglio 2018

L'IO PONE IL NON IO NELL'IO

L'IO PONE IL NON IO NELL'IO

(Fichte, Johann Gottlieb)

«Ma come sostiene Venanzio da Mantova nel suo "mirabilia et altre cose", la realtà e, addirittura la vita stessa, non esistono assolutamente. Esse sono, al più, una pura simulazione..e neppure i soggetti che credono di vivere, sono i protagonisti di questa fantasiosa invenzione.
Ma la invenzione esiste in sé e per sé. Ed è lei stessa che racconta la vita,  racconta i personaggi e simula l'esistenza tutta.
Che sorpresa questo Venanzio da Mantova!  mi è simpatico ...
a parte il fatto che ho il dubbio se esiste davvero,  o sia mai esistito... oppure se sia un fanfarone.»
Provò a scorrere le pagine successive e si accorse che, chi aveva assemblato i pezzetti di quel manuale, incollando lì tra loro, si era sbagliato. Perché a quel punto continuava con una trattazione sull' insegnamento delle matematiche nei licei superiori!
Scorse ancora un pochino e arrivo ad un'altra parte fantastica, meravigliosa, affascinante e decise di soffermarcisì un pochino.
"COME CURARE IL MAL D'AMORE: rimedi officinali, pratici, alla portata di ciascuno...
È necessario, soprattutto che l'amore esista e che ne sia stata data una definizione, chiara, precisa e inequivocabile . Abbastanza tosta e difficile cosa, questa.
Se amore significa passione amorosa, erotica, sentimentale, piena di libidine, è certo altra cosa rispetto alla  accezione che qui si vuole trattare...
Se invece ha da intendersi l'amore come attrazione,  spassionata, seppure passionale, per l'altra persona, allora ci deve pur essere, come elemento essenziale, l'interesse per il bene di quell'altro...
Insieme, da questa relazione biunivoca, dall'uno all'altro, nasce una situazione veramente amorosa.
Passione, dunque, mista a incantamento..." Amor ch'al cor gentil ratto s'apprende presemi del costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m'abbandona..."
Noi due , Paolo e Francesca pensavano al piacere personale e reciproco,  e non solo l'uno dell'altro e viceversa... godevano come mandrilli, ma... Marco arrivò e li trafisse, duro, spietato, freddo...
Altra questione ha da essere l'interesse per il bene della persona amata... oppure accontentarsi e contemperarsi, con il piacere personale e anche
reciproco..."
Si accorse che in quel punto non c'era il nome del teorico che avevo elaborato quelle pagine... solo in un angolo, dove finiva il quinterno, appariva un titolo "L'amore e altre cose mirabili".
Era dunque il giorno delle cose mirabili quello..!
Se ne compiacque.
Mentre sistemava i libri nella cassetta, per portarli al mercatino dell'assopace, lasciò stare la curiosità di vedere di quali altri parti quel tomo, incollato male, fosse  composto. E anche addirittura trascurò di vedere gli altri testi... li sistemò in bell'ordine. In base alla grandezza e al fatto che avessero una copertina cartonata o meno.
Pensò anche alla pratica seguita sempre da Manuel Vasquez Montalban, che al suo protagonista Pepe Carvalo, in piena estate nel suo camino faceva bruciare, strappandoli prima a pezzetti interi volumi affermando che i libri lo avevano ingannato tutta la vita, per cui li stava castigando e punendo...
E com'era sua abitudine si mise a riflettere dentro di sé sul suo modo di concepire gli amorosi sensi, e su come a suo modo di vedere la questione fosse vista dalla sua dolcissima donna che amava.
Interrotto il lavoro compose un testo di messaggio da mandarle
"cucciola mia, come ti avevo detto sto sistemando i libri. Ne ho trovati alcuni che sono talmente bizzarri, che, certamente, ti sembreranno più folli e bizzarri addirittura anche di me!
Un libro, ad esempio, dice, assicura , sostiene e prova a convincere che la realtà non esiste... non esiste neppure l'amore!
Ma allora, ti prego, tu ci sei gioia mia? io ci sono pulcino mio tenero? perché se non ci siano allora chi è che ci sta raccontando?"
Con le dita della mano destra si sistemò i capelli lunghi, grigi e radi.
Constatò che aveva sorriso dentro di sé. E poco dopo arrivò la risposta desiderata e agognata.
"Scusami Ciccio, non posso risponderti in questo momento... sto stirando e non posso chattare... ci sentiamo più tardi come al solito ...
però ti voglio bene..."
E dunque? Venanzio da Mantova aveva detto una corbelleria? Ma allora, dato per buono e per scontato il suo argomentare e la sua teoria, anche lui dunque non esisteva... e neanche il suo libro,  neanche per la parte che era stato possibile leggere, tutto faceva parte di un racconto che si raccontava da solo con uno sberleffo...
Era forse soltanto l'amore ad esistere?
Ma se l'amore esiste, chi l'ha raccontato, chi l'ha inventato, chi ne è protagonista?
L'amore, dunque è l'entità che ama se stessa e che si diverte e si compiace a guardarsi nello specchio, e a farsi marameo!

domenica 1 luglio 2018

LA VITA È SOGNO…?…!

LA VITA È SOGNO…?…!



Quello  che stava vedendo era assolutamente impossibile e incredibile.
D'altra parte quella non gli sembrava proprio una trasmissione televisiva. E neanche un film. Non c'erano stacchi tra una sequenza all'altra. Il film è una finzione anche se che vi assiste all'impressione di immedesimarsi nella vicenda. Tutti lo sappiamo, però non ci pensiamo ogni volta che assistiamo a un film.
Lì, in quella specie di visione narrativa, era come essere dentro. Direttamente. Fisicamente. Si sentivano i rumori di sfondo. Addirittura gli odori…
I campetti di calcio erano vicini l'uno all'altro. E vigeva una stranissima inusitata dimensione di assoluta libertà. Tant'è vero che il ragazzo si era permesso di accendersi una sigaretta. Ma non fidandosi del tutto la teneva tra il pollice e l'indice. Che gli scaldava il palmo della mano. E qualche volta riusciva anche a infilarsela così accesa nella tasca. Quando incontrava "quelli là". Stranamente accondiscendenti. Quasi distratti. Forse anche loro mescolati alla gente si vergognavano a svolgere il loro ruolo di cani da guardia. Di secondini.
Le luci erano ad altissimo livello ed erano distanti dal suolo decine di metri. Intorno turbinavano nugoli di zanzare e moscerini.
Dai vari campetti si levavano urla di incitamento o di rabbia o di sostegno. Lui ne era immune.
Estrasse di tasca la mano calda della brace della sigaretta, e diede un tiro piacevole. Ormai non tossiva più quando mandava giù quel fumo azzurro.
Tutto qui.
Sul lato in fondo, dopo i piccoli campi verdi disegnati di polvere di gesso, macchie di verde intenso.
Una rete metallica cintava gli orti. In qualche punto mostrava delle falle da cui era facile passare. Nella penombra luccicavano di rosso intenso i pomodori appesi. Sfiorandoli emanava un profumo molto forte di quelle foglie.
Bastava afferrarne qualcuno. Ancora tiepido di sole. E poi addentarlo facendo attenzione a non far colare sulla divisa il succo pieno di semi.
Le mani bagnate se le poteva asciugare nel fazzoletto che aveva in saccoccia.
Con il compagno che gli camminava a fianco si trovò di fronte un gruppo di ragazze che ridevano. Molto giovani. Più giovani di lui.
Ma che razza di film era questo? Con gli odori, le zanzare che beccavano, il fumo caldo della sigaretta che andava nel palato e poi giù in gola, e il gusto caldo della polpa di pomodoro…
Il ragazzo che gli camminava a fianco sembrava davvero una comparsa. I gesti che faceva erano prevedibili. Non aveva autonomia. Neppure quando si avvicinarono alle ragazzette. Il compito gravoso fu tutto e solo per lui.
Le risate rituali delle ragazze erano un suono gradevole e di sfondo.
Più oltre, e non ricordava neanche quello che lui aveva detto e cose gli avessero risposto loro, una zona di buio più intenso… Come un'altra dimensione…
Una sagoma nera avvolta in un immenso mantello, dal passo affrettato… Più voluminosa del normale. Sporgeva dalla mantella scura la custodia di un violoncello…
Doveva far presto. Passare un salto dalla vecchia casa. Abbracciare e baciare il volto di donna al quale pensava spesso. Ingozzarsi di cibo. E poi di nuovo con passo molto affrettato. Bisognava tornare.
Stava piovendo. Il grosso ombrello scuro lo proteggeva. E ogni tanto lo usava come schermo quando temeva di incontrare qualche aguzzino e secondino… Ma erano spesso fantasmi. Proiettati dalla sua mente. Una volta sola gli parve di vedere il polacco. Dalle scarpe scalcagnate. Bassetto.
Abbassò ancora di più l'ombrello e accelerò il passo.
Era appena rientrato, deposto l'ombrello, la mantella, e ritirato il violoncello con la sua custodia. Si era messo nel suo banco e faceva mostra di leggere il libro della lezione.
Il volto torvo del polacco  si affacciò e lo guardò indispettito. Lui si grattò con noncuranza un orecchio. Ma dove sto andando? Dove sono qui si diceva continuamente…
La bambina della terza C. Lo stava guardando con occhio attento affettuoso stupito curioso e quasi disperato.
Aspettava intruppato coi compagni che il professore di latino della prima ora venisse ad accompagnare la classe nell'aula…
La fotografia dei capelli biondi a caschetto, con la frangia, continuò a seguirlo col suo sguardo che era una domanda, una risposta, un sogno…
Anche questo mi doveva capitare…!?
Un viaggio interminabile… A piccoli passi. In tempo reale. Nel film della rivisitazione di tutto.
Poi, all'improvviso, a scuoterlo da quella dimensione magica e insieme preoccupante, il biribì sonoro dello smartfon…
Si riscosse.
"… Signor… La stiamo contattando per farle una proposta molto vantaggiosa. Offriamo un servizio di luce e gas a lei particolarmente favorevole… Lei che gestore ha attualmente…?"
Come faceva sempre in quei casi, usò un tono duro, irritato ma calmissimo, ribattendo che il numero telefonico suo era riservato, e che perciò lui avrebbe subito contattato la polizia postale…
Altre volte, massimamente offeso e disturbato, quando gli dicevano che loro erano della… e nominavano un gestore di servizi… Aveva risposto chiedendo le generalità dell'interlocutrice: affermando che lui faceva parte del servizio ispettivo dello stesso servizio luce e gas… Si sentiva un grande stronzo in quel momento. La telefonista del call center, spaventata, chiudeva subito la telefonata...
Avrebbe voluto prendersela con chi aveva assunto in nero quella povera tapina come tante altre, e invece si era limitato a trattar male lei… Che aveva biascicato a fatica con l'accento straniero il ritornello al quale l'avevano addestrata…
Il ricordo del film era diventato ormai soltanto una vaga impressione. E neppure più si domandava cosa fosse successo in quelle visioni.
Si accese la pipa.
Spense il condizionatore.
Stava viaggiando a manetta da qualche ora e cominciava a sentire troppo fresco.
Freddo quasi addirittura.
"Si, la tua infanzia, già favola di fonti…"
E riprese le sue abituali routine. Apparentemente vuote. Ripetitive. Senza senso e senza scopo.
D'altra parte qual era lo scopo di tutto quello?

sabato 30 giugno 2018

BUONGIORNO A VOI GENERAZIONE ERASMUS

BUONGIORNO A VOI GENERAZIONE ERASMUS




e allora
buongiorno a voi
generazione erasmus
se mi passate il termine
e la catalogazione del linguaggio corrente
che tende a mettere etichette classificatorie

buongiorno a voi
che avete occhio e croce
un terzo dei miei pesanti anni
che parlate disinvolte
l'esperanto britannico
a me così ostico e rozzo
ma efficace come lo era stato
nel tempo remoto il linguaggio latino
dei piccoli fanti con le corte spade
che intruppati come formiche da guerra
muovevano i loro piedi nelle calighe
a dominare il mondo
delenda est cartago e fu rasa al suolo
e cantava con la sua metrica giambica
nei versi di quinto flacco orazio

buongiorno a voi
a dublino a torino
a camberra a parigi
a berlino a cambridge
e nei dovunque
che vivo con la mente fascinosi
e insieme sconosciuti e remoti
che pensate sognate e leggete
in tanti diversi idiomi
e avete occhi più aperti a leggere la diversità
fuori dal borgo paesano in cui rimango
vi vedo
vi ammiro
vi seguo

con rammarico
per questi rottami malconci
di pianeta che vi facciamo ereditare
noi generazioni di pitecantropi
che dalla clava al giavellotto alla daga
siamo giunti ai droni senza occhi
ciclopici di un polifemo tecnologico cieco
compiaciuti della nostra vecchiezza sopravvissuta
mentre insieme guardiamo
dilagare dai paesi da noi devastati
orde di disperati come lo fummo noi pure
ormai più senza valigie di cartone
rassegnati a subire l'inferno salato e azzurro
dopo le torture e gli stupri che hanno battezzato
cresima maledetta
l'esodo epocale verso una speranza
troppo spesso orfana

buongiorno a voi
che ancora riuscite
tappandovi il naso a trovare
qualche speranza nel blu del cielo
che può esser sempre più blu
un buongiorno malinconico e mesto
canuto come i nostri ricordi
e la rabbia che abbiamo cantato
nei 68 di speranza
frustrata e delusa
con invidia tenera affettuosa e dolce
e lo sconcerto con cui proviamo
a guardare il futuro con i vostri occhi
figli del nostro presente
e di tutti i presenti passati
divenuti archeologia e ricordo

buongiorno a voi
a dublino a cambridge a torino
dove stringete i denti dall'unico mondo possibile
che ormai è solo vostro
buongiorno
figlie e figli della terra
della nostra carne sofferta
delle miserie feroci di questo tempo malato
che come tutti i tempi ha partorito
sfasci miserie sciagure
con il sogno la speranza il mantra magico
per voi protagonisti nuovi assoluti
di essere costruttori e fabbricatori
di quel mondo migliore di utopia
che a noi è stato e viene negato

buongiorno ai vostri occhi di speranza

SCAMPATO PERICOLO

SCAMPATO PERICOLO

In genere alzarsi al mattino non era mai stato un problema da moltissimi anni. Di colpo si svegliava, prestissimo tra le cinque e le sei. Cominciava a pensare qualcosa si accorgeva di essere completamente sveglio. E allora si metteva a fare le solite cose di sempre… Prendere le pastiglie, farsi il caffè con il miele, un rapido e leggero spuntino…
A volte nel risvegliarsi gli risuonava in mente qualche frase molto più spesso qualche ritornello di canzone… Gli faceva compagnia in modo molto ripetitivo…
Però le cose ora non andavano affatto così…!
Sveglio, si sentiva sveglio… Ma c'era qualcosa di diverso dal solito… Era come se non avesse neanche dormito… Oppure addirittura come se fosse ancora completamente sprofondato nella dimensione onirica…
Boh! Come d'abitudine cercò di portare al naso la mano per togliere quella mascherina che usava contro le apnee notturne.
Niente.
Nè la mascherina né altro c'era… Come se non l'avesse neanche messa sul volto la sera prima. Ma anzi, c'era di peggio: neanche poteva verificarlo! Si, proprio così… La mano che aveva voluto andare a sentire sul volto quell'oggetto di plastica che ricordava molto le maschere respiratorie dei primi voli degli anni 30 50 del secolo 900, era come se non ci fosse neanche stata… Come se non si fosse neanche mossa…
La cosa cominciava un pochino a puzzargli… Ma cazzo!? Cosa stava succedendo?
Stiamo calmi si disse. Volle verificare il battito cardiaco. La respirazione. Ma si rese conto che in nessun modo era in grado di fare qualcosa del genere… Per cautela si era riservato di non aprire ancora gli occhi… Aveva un presentimento terribile… strano…
Che fosse stato ancora in preda a qualche apnea notturna, con conseguente mancanza di ossigeno al cervello e al cuore, anossia, gli sembrava che si chiamasse…
Ma cazzo cazzo cazzo…!? Se qualcosa del genere era avvenuto , allora…
Ma come si fa a stare calmi…?! Era già bello, buono è positivo che riuscisse almeno a pensare… Ma anche questo era strano: i pensieri venivano fuori lenti distaccati come se galleggiassero sospesi nel vuoto nell'acqua o nell'iperspazio…
Ma no! Proprio quel giorno…!
No… Non è che avesse impegni particolari inderogabili… Si fa per dire… Praticamente la solita routine: il caffè, i farmaci abituali, qualche decina di minuti nella palestrina in mansarda… La sauna doccia… E poi… Un'occhiata ai socialnetwork… Guardare i messaggi arrivati durante la notte… Rispondere… Molto spesso realizzare qualche progetto mentale che si era ricordato già dal giorno prima… Qualche frase o qualche attacco di parole era già pronto per farlo diventare una composizione poetica…
L'ascolto di Rai tre radio prima pagina talvolta gli faceva nascere il raptus e l'impulso di buttar giù un testo per far polemica con qualche notizia o con qualche interpretazione che veniva data lì…
Il racconto… Ne aveva una mezz'idea… Lo spunto, l'idea iniziale, poi scrivendo si sarebbe divertito a inventare cose nuove… Ma la cosa strana e incomprensibile adesso era che il racconto non aveva ancora cominciato a farlo, a buttarlo, giù a stenderlo…
Non aveva neanche iniziato a farsi il caffè…
Ad attivare e accendere la sauna.
A togliersi la mascherina da pilota di aereo anni 30…
E neppure aveva avuto l'impulso di andare in bagno…!
Teneva allontanata da sé quell'idea che gli era balenata all'improvviso… Troppo assurda e impossibile… Continuava a dire a tutte le persone amiche e meno amiche, e addirittura alla sua innamorata, che aveva fatto il patto per sopravvivere a se stesso almeno altri 20 o trent'anni…
Ma ora…
Cazzo cazzo cazzo!
E non sapeva ancora se cominciare a restarci male per aver commesso uno strafalcione e una gaffe così grande….
E poi si accorse di un'altra cosa straordinaria inconcepibile e abbastanza amara… Quando decise di aprire gli occhi si rese conto che senza ancora averli aperti, da sempre lui vedeva tutto quello che c'era intorno… La tapparella era ancora abbassata e la stanza doveva essere in penombra. Non aveva acceso la luce sul comodino…
Eppure…
Poche balle: lui vedeva perfettamente tutto senza aprire gli occhi e che cosa vedeva?
Dall'alto vedeva sotto di sé una sagoma allungata, col capo coricato leggermente sul fianco sopra il cuscino… Sulla bocca e sul naso una specie di boccaglio trasparente… Gli occhi chiusi… E…
CAZZO! Nessun movimento: quel tale lì sotto non respirava!
I capelli bianco-grigi folti erano sparsi sulla federa rossa del cuscino.
Preferì ancora per un po' non pensare a quella cosa che aveva rimosso e cancellato almeno momentaneamente…
Idee o parole generatrici per poesie non ne aveva in mente… Ma…
E qui gli venne da ridere: aveva in mente un'idea per un racconto...
E nel racconto un tale si sarebbe svegliato dopo un ictus o un infarto notturno… Cioè non si sarebbe affatto svegliato…
Si sarebbe accorto che era finita la sua avventura…
Ma la fregatura adesso era che il racconto non lo stava scrivendo…
Il racconto lo stava vivendo in prima persona! E qui avvenne la cosa strana magica incredibile.
Appena si rese conto che stava vivendo il proprio racconto, si mise sghignazzare dentro di sé… Silenziosamente prima… E poi sempre più forte… E dallo sghignazzare fece tremare la mascherina di plastica contro le apnee notturne… Sentii il fiato freddo che gli arrivava allenare alla bocca sentii il ronzio…
Riuscì davvero ad aprire gli occhi…
Madonna…!
Ma allora gli era andata davvero di culo…!
Allora poteva davvero contare nei prossimi 20 o 30 anni?
Si compiacque come faceva spesso di usare termini pesanti, volgari, trasgressivi non perché gli piacesse la volgarità in sé e per sé, ma perché le parole forti pesanti erano come urlate, accentate, scritte in grassetto, evidenziate…
Allungò la mano. Premette il pulsante. La macchinetta sul comodino fece spegnere la lucina e l'aria fresca smise di pompargli sul volto…
Sfilò i cinturini elastici dal capo. Si tolse la mascherina… E allora si decise a fare quello che temeva di non poter mai più fare…
Andò subito in bagno perché un po' di ipertrofia prostatica ce l'aveva…
Accese il pulsante per fare scaldare le resistenze che l'avrebbero reso incandescenti le pietre nell' hammam…
Scaldò la macchinetta del caffè espresso…
E cominciò come tutte le mattine a ingurgitare capsule, pastiglie grandi e piccole…
Ci bevve dietro e sopra un abbondante bicchiere di acqua con le gocce ayurvediche… Da quella brocca immensa che lui chiamava il suo "sciroppone"…
Ma questa mattina i gesti abituali si gestivano da soli, per conto proprio… Lasciandogli il piacevole fresco suono e canto della risata che gli stava sgorgando dentro…
Non mi ero neanche spaventato, si disse, meravigliato, stupito, attonito, perplesso al massimo…
Al massimo poteva essere proprio uno scherzo da prete quello…
E dentro rideva tutto… E subito corse con il pensiero al sorriso dolcissimo di lei… Quel giorno l'avrebbe vista… Le avrebbe raccontato questa vicenda…
E lei avrebbe creduto che si trattava di uno dei soliti suoi pretesti per farla sorridere ridere e divertire…
E solo alla fine avrebbe creduto quello che lui le stava dicendo:
«dopo aver detto tante volte quella frase ricorrente che magari mi sarei deciso prima o poi a prendere il cammino con passo lento verso il cimitero degli elefanti… E sai benissimo che lo dicevo per scaramanzia… Ho avuto per qualche secondo il dubbio, fermo lì che galleggiava in sur-place, che magari…
Quella cosa poteva anche succedere…
Sarebbe anche potuta succedere quella mattina stessa…
E invece…
E mentalmente fece un gesto osceno che gli ricordava quella frase di Luigi Pulci quando un suo personaggio in silenzio fa una blasfema bestemmia con le dita verso il cielo…
"… A MACOMETTO, CON AMENDUE LE MAN LE FICHE GLI FACEA…"
E laicamente, agnostico e addirittura ateo nel profondo dell'anima, sapeva che non stava offendendo nessuna divinità di nessuna confessione religiosa… E ancora un po' emozionato e spaventato rise dentro di sé…
"Questa volta ancora gliel'ho fatta!"

Nanni Omodeo Zorini Qfwfq

giovedì 28 giugno 2018

A ESSERE MALATI



A ESSERE MALATI
(Un altro racconto per te Artemisia!)

Raramente ma a volte era capitato. Un raffreddore. Un'influenza. Una bronchite…
La consolazione era quella di non dover andare a scuola a fare i compiti. A studiare le lezioni noiose. Imparare a memoria le poesie. Studiare e ripetere gli affluenti di destra e di sinistra del Po, e la popolazione delle regioni e degli stati d'Europa.
Sulle prime sembra un po' bello. Però cola il naso. Starnuti e colpi di tosse. E poi la febbre che fa venire i brividi. A volte addirittura fa battere i denti. E fa venire delle strane fantasie e degli strani pensieri. Come un lungo disteso interminabile sogno spesso disturbato e disturbante.
Ci si può magari consolare con l'idea che almeno non si sta in mezzo alla gente antipatica noiosa. Crogiolandosi e coccolando la propria solitudine.
Ma dopo mezza giornata o addirittura dopo uno o due giorni, anche questa non risulta +1 regalo o una cosa bella. Uscire. Vedere gente. Andare a giocare in cortile o in strada.
Queste piacevolezze cominciano a mancare.
Ci si misura la temperatura sotto l'ascella o volte addirittura sotto la lingua. "Ancora 38 5… Anche domani allora resterò a casa… Che bello… Anzi… Uffa! Comincia a diventare una noia questa cosa…"
A ripensarci all'indietro viene un doppio sentimento ambivalente. Di piacevole nostalgia di quando si sta rannicchiati sotto le coperte. Dormicchiando. Pensando. Sognando continuamente.
Ma anche si ha un senso di fastidio. Si spera che non succeda molto presto o comunque di frequente.
D'altra parte, anche quando non ha la febbre, il raffreddore un'influenza, sei di malumore, si ha pensieri che la disturbano, è convinta che sia un rifugio piacevole e riposante e curativo starsene da sola.
Starsene chiusa a riccio. Le pare un ripiego.
Ma risulta tale solo i primi momenti. E poi, si fa strada un pensiero positivo, una speranza, un desiderio…
La voglia di vedere almeno le persone più care. Quelle con le quali si è in totale confidenza. Quelle con le quali non si hanno segreti, si racconta tutto, ci si apre completamente…
Certo, a pensarci bene sembrerebbe che si è limitato il numero di queste persone. Però…
E allora, mentre è nella sua tana chiusa a riccio, in difesa, a leccarsi le ferite, le viene in mente quella persona particolare. Cerca di impedirselo. Ma continua sempre di più a buttarci il pensiero e la mente. A cercarla mentalmente… Malata o solo imbronciata che sia.
Poi di colpo è come se si levasse un vento che spazza le nuvole. Cancella la nebbia e il grigiore col quale vedeva il mondo. Come quando la febbre è calata. Il naso non cola più tanto e gli starnuti sono rari. C'è solo qualche colpo di tosse. E allora il raggio di sole portato dal vento fresco si fa strada piano piano.
E non riesce a negarselo. Neanche a se stessa. Nel proprio intimo. Nel segreto interiore.
"Che bello… Forse possiamo rivederci presto… Ed è proprio vero che quando siamo insieme è una cosa fantastica… Sto benissimo… Vedo sereno e positivo… Aspetto che ci sia il momento giusto… E poi…"
E poi il momento giusto arriva. L'incontro è magico. Come le prime volte che ci si è conosciuti. E il cuore ricomincia a battere forte: tu tum,  tu tum,  tu tum, tu tum…
Ed è come rinascere daccapo… Una continua resurrezione…
E allora la tana nella quale ci si era nascosti non sembra più così allettante riposante e confortante…
Verrebbe voglia quasi che non ci fosse stata.
Magari, si pensa, la prossima volta non mi nascondo nel buio…
E il cielo azzurro è blu ed è sempre più blu.
E allora il sole e tiepido e fa carezze morbide e piacevoli.
E allora si va con passo ancora un po' incerto verso l'incontro, verso la rinascita, verso il sorriso, verso le risate, verso l'allegria…

E IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU…

E IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU…

(… certo, Artemisia, guarda anche tu…) s'

Facile dirlo.
Adesso.
Che quel tempo lontano mi appare come un miraggio. Desiderabile.
Irraggiungibile concretamente.
Ma forse, valgono le parole che lui mi ha detto…
Proprio ieri.
Quando io stavo commentando il racconto che come sempre fa, quotidianamente mi aveva regalato.
"Come sarebbe bello, davvero, tornare a quel tempo… Anche essere malate. Però forse era meglio che ora con questi malanni che sto vivendo… E che non vedo l'ora che finiscano…!" Gli avevo detto gustando la piacevolezza che lui con le sue parole magiche aveva saputo farmi risvegliare nel ricordo come le avesse vissute insieme a me.
Per un po' non ha commentato.
Rifletteva forse.
Poi, come sempre fa in questi casi, nel regalato ancora un fiore di speranza e di entusiasmo.
"Si, certo... E anche la dimensione del tempo che ci aiuta a rinverdire l'infanzia…
«La tua infanzia a Menton. Si, la tua infanzia, già favola di fonti…» Cita Garcia Lorca, a introdurre una sua poesia, questa espressione di Walt Witman…
E quel vecchio discorso del cannocchiale rovesciato. Vediamo tutto quanto nitido, ma molto molto più lontano, dove i cieli sono molto più azzurri e tersi. Dove il sole splende più radioso che nell'oggi. E viene un desiderio struggente per quell’allora che pare un bene remoto e perduto. Mettiamo forse da parte le ombre che pure c'erano. Le lacrimucce di bambini versate. E insieme il desiderio di diventare presto grandi…
La dimensione del tempo… Ora guardiamo all'indietro con nostalgia e saudade. E vorremmo riacciuffare quel qualcosa che ormai ci sfugge.
Allora, sognavamo che finisse presto quella dimensione di incertezza e di instabilità, per diventare adulti…
Certo allora il bello era bello davvero. Soprattutto nella dimensione del sogno e del gioco. Quando tutto il resto scompariva per incanto. E riuscivamo a vedere soltanto quella realtà che la nostra mente, la nostra anima proiettava sul telone del cielo del nostro cinema…
Ma anche da grandi, molto grandi, forse fin troppo come nel caso mio, la dimensione della nostra infanzia ce la portiamo dentro. E continuiamo a essere, nel corpo adulto e nella vita quotidiana ormai purtroppo abbastanza disincantata, anche la bambina il bambino che siamo stati. Nulla è stabile, definitivo, irrevocabile e immutabile.
Hai avuto un fremito di tenerezza nostalgica rivedendoti bambina. E quand'eri bambina volevi affrettarti di corsa per vivere momenti di felicità adulta. Quelli pure che non ci sono mancati. Che abbiamo gustato insieme, io e te… Ciascuno con le varie componenti temporali e cronologiche. Quando siamo davvero tremendamente stupendamente entusiasti felici, facciamo ridere anche il bambino e la bambina che abbiamo dentro e che ci porteremo per sempre con noi…"
All'inizio della conversazione mi sentivo invasa da una profonda malinconia. Insoddisfazione. Disagio. Mi sta sofferenza fisica. E lui, come sempre fa mi ha dato la mano, accompagnandomi con le sue parole magiche nel viaggio verso il sorriso.
Riesco ora meglio a ridimensionare il mio stato di salute. So che presto i malanni che ho vissuto si saranno conclusi, completati e svaniranno.
E sono convinta con lui che le nuove intense prolungate stagioni di allegria e di felicità, dopo le nebbie e il maltempo della malattia, riusciranno a risultare ancora più radiose luminose solari straordinarie.
Tenendomi per mano mi ha regalato una dimensione di prospettiva in campo lungo. E nella prospettiva nuova già intravedo il piacere intenso del benessere, della serenità, dell'affetto profondo… E mi viene voglia di cantare: «IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU…»
E me lo canto dentro. E ripeto le sue parole:
"tranquilla ragazza, io so, tu sai, entrambi sappiamo dove stiamo andando… Dammi ancora la mano come hai fatto sempre, Artemisia… O, se vuoi,  ti chiamo con un altro nome… Ma per ora va bene questo, no? I nomi, d'altra parte sono come vestiti da indossare. Quello che conta è il corpo e la persona che li indossa.
La strada ora appare sempre più libera. Senza intoppi.
Disavventure. Malanni. Tristezze e malinconie. Sofferenze. Non possono durare eterni. Aiutami ad aiutarti…"
Stamane, alzandomi, forse anche aiutata dalla giornata splendida che si preannunciava, ma forse molto anche dal sentirmi l'anima piena delle sue parole, del suo fervore, della sua determinazione ottimista, guardavo già con distacco sempre crescente, i pur brutti momenti attraversati. Come nel racconto che mi aveva scritto sull'essere malati, mi sentivo dentro rigenerata, e stavo diventando tutta nuova ancora. E rinascevo.

lunedì 25 giugno 2018

LA SCATOLA STRAORDINARIA
















LA SCATOLA STRAORDINARIA

All'inizio, a dir la verità, non aveva affatto pensato che potesse diventare qualcosa di speciale. Quando aveva comprato le ultime scarpe di vernice, quelle con il cinturino e due aperture ovali una destra e una sinistra, stava per buttare la scatola. Ma poi sua mamma le aveva detto: "Tienila  da conto. Potrebbe senz'altro rendersi utile. Ci puoi mettere magari i tuoi pennarelli. I pastelli. I giochini piccoli che altrimenti rischi di perderli. I pezzetti di lego. Le carte da gioco. O tutte le sorpresine che hai trovato nelle uova di Pasqua, anellini collanine… Certo che così com'è non è un granché… Prendi magari un po' di quella carta che abbiamo avanzato… Con le forbici e la colla la puoi foderare…"
Uffa! Un altro lavoro da fare!
Poi una volta che non aveva compiti era andata a recuperare il rotolo avanzato di carta. La colla arabica. Le forbici… E ci aveva lavorato tutto un intero pomeriggio…
Poi l'aveva messa sopra al suo scrittoio, sullo scaffale dove teneva il dizionario di italiano e degli altri libretti come Topolino e Tiramolla. Però non riusciva a decidersi a metterci dentro qualcosa. Ogni tanto le capitava di avvicinarsi alla scatola. Sollevava il coperchio e…
Ogni volta le sembrava di vederci dentro qualcosa di strano. Di nuovo. Di fantastico. Di straordinario… Allora decideva di lasciar perdere credendo di aver avuto delle visioni o delle allucinazioni.
Ma alla fine finì per convincersi: senza saperlo e senza volerlo quella scatola comune di cartone rigido che aveva foderato con tanta cura tanto amore, era diventata una "scatola magica".
Lo faceva specialmente la sera prima di andare a dormire. Dopo aver dato la buonanotte a tutti. Infilato il pigiama. Lavati i denti. Chiusa la porta della cameretta. Si avvicinava in punta di piedi al suo scrittoio. Sollevava il coperchio… E…
Poteva vederci qualsiasi cosa. Bastava che fosse sintonizzata e che ci stesse pensando da un po'. Se era concentrata il miracolo avveniva.
Come da lontano usciva una voce sommessa di musica rock.
Del profumo di bosco, di foglie e di funghi.
Il rumore del mare e addirittura l'odore di salmastro…
Una mandria di cavalli al galoppo.
Una famiglia di scoiattoli.
Però non voleva abusarne troppo. Temeva che la sua scatola fatata a un certo punto potesse smettere di avere efficacia. Come se fosse stata predisposta per un certo numero di apparizioni e poi rimanesse esaurita.
Per cui il regalo della scatola se lo riservava soltanto per i momenti in cui era un po' triste. Di malumore. Mesta. Mogia. O quando era stata sgridata per qualcosa. Giustamente o senza motivo non aveva importanza. E allora, era solo in quei casi che si regalava la sua scatola magica…
Una sera, che era particolarmente giù di morale, reduce da una ramanzina lunghissima per questo e quest'altro, non aveva saputo resistere. Con gli occhi bassi. Il volto aggrottato. Aveva deciso che si regalava una visione.
Sul comodino c'era solo una piccola lucetta coperta da un foulard, per fare un po' di penombra fintanto che si sarebbe addormentata. La stanza era quasi buia.
Invece del pigiama indossava una camiciola da notte con i funghetti e le fragole. Ce l'aveva da qualche anno per cui le risultava un po' strette e attillata e le arrivava un po' sopra il ginocchio. Avrebbe voluto prima sciogliere la treccina dei capelli. Ma poi preferì regalarsi il suo sogno.
Con cautela, e molto delicatamente, con l'indice e il pollice di ciascuna mano sollevò il coperchio…
Doveva essere proprio un giorno speciale. Era come se si trattasse di un filmato visto in televisione. Ma era a tre dimensioni. E il suo sguardo ci si perdeva dentro. Era come se lei fosse entrata in quel mondo straordinario che stava vedendo.
Da una parte in alto c'erano delle rocce. Probabilmente una montagna. Si scorgeva soltanto il luccichio scintillante di una cascatella. Che scendeva giù e andava buttarsi in una pozza non troppo grande ma che faceva un laghetto. Intorno adesso dei salici. E poco più in là allineati tutti i diritti come pennarelli o pastelli in piedi, delle betulle… Con la loro corteccia che sembrava fatta di pezzetti di carta di quaderno incollata. Intorno un prato che sembrava tagliata di fresco. Senza accorgersene era entrata dentro la visione. Aveva dimenticato nella cameretta le ciabattine e sentiva piacevolmente i piedi nudi sull'erba tagliata.
Si avvicinò al piccolo laghetto. Infilò i piedi nell'acqua e sentì che non era neanche troppo gelida. Piacevolmente fresca. (Giustappunto, pensò, quella sera si era dimenticata di lavare i piedini).
Da qualche parte doveva esserci un giradischi o mangianastri. Oppure, ma non osava sperarlo, un'orchestrina stava suonando musiche dolcissime e melodiose. Nascosta da qualche parte magari dietro le betulle o nel folto dei salici.
Tenendo i piedi al fresco dell'acqua da seduta che era appoggiò il busto e allargò le braccia sull'erba. Pensò che non era mai stata così bene. La musica, l'arietta fresca e profumata di bosco, tutta la situazione nell'insieme, le stavano facendo venire un certo sopore. Avrebbe voluto quasi addormentarsi così.
Ma sul più bello avvenne un incantesimo.
Mentre teneva gli occhi chiusi, sentì qualcosa che le sfiorava le labbra. Ma niente di brutto o di disturbante. Come se le avessero accostato alla bocca un'albicocca. Una pesca, un fazzoletto di seta…
Non osava aprire gli occhi. Per paura di ritrovarsi, svegliandosi da quella magia, nella propria cameretta. Di dover ricordare la ramanzina di quella sera. E poi finì per capire.
Le sue labbra di ragazza stavano ricevendo un bacio. Morbido. Delicato. Pulito.
Una mano molto discreta le carezzò la guancia.
Capì che senz'altro un principe era venuto a trovarla per consolarla di quella giornata di rimproveri.
Rimase nel suo bacio. Lo corrispose. Nei film aveva visto come fanno i grandi a baciarsi. Nessun altro mai l'aveva baciata sulla bocca. Qualche volta ci aveva sognato e fantasticato quando vedeva qualcuno che le garbava abbastanza. Però, quello era il suo primo bacio. Per quanto magico. Ma forse proprio per questo straordinario e speciale.
Un bacio che durava all'infinito. E non vedeva neppure il volto del principe che la stava baciando. Lo immaginava soltanto. Ed era la somma e la sintesi di tutti i ragazzi principi che aveva desiderato.
Capì in quel momento che stava diventando grande.
Seppe che avrebbe presto incontrato il principe che sarebbe stato l'amore di tutta la sua vita.
E l'avrebbe incontrato in tanti posti. Tante volte. All'infinito.
Senza mai che le venisse a noia. Senza doverci fare l'abitudine o provarci fastidio.
Da quel momento, aveva chiaro, che sarebbe rimasta per sempre bambina e ragazza nell'anima. Avrebbe lasciato che il proprio corpo diventasse quello di un adolescente, di una signorinetta, di una donna… Ma dentro la ragazza era sempre pronta a incontrare per caso, per fortuna, per miracolo, l'uomo della sua vita… Per trovarlo. Perderlo. Desiderarlo. E ritrovarlo di nuovo. All’infinito…
Poi alla fine si decise. Il mattino dopo si sarebbe aperta la porta della cameretta: "svegliati, dai, che è tardi… Se no fai tardi a scuola… C'è già pronto il caffelatte. Anche i biscotti sono nella scatola di latta. Ciao. Io vado…"
Portò il sogno meraviglioso che la scatola magica le aveva regalato sotto le coperte. Si girò sul fianco. Con le mani sotto il mento unite. E il sogno le fece compagnia tutta la notte.
Da grande, prima o poi, l'avrebbe rivissuto intensamente fino in fondo.
E mentre stava cominciando a prendere sonno, pensò che la protagonista di un sogno così doveva avere un nome eccezionale. E allora decise di sceglierne uno apposta invece del proprio. Da usare solo nel sogno. E decise di chiamarsi Artemisia.